Ravenna ricorda "l'onesto Zac": un uomo di governo che lavorò per la città

Già segretario della Democrazia Cristiana, a Benigno Zaccagnini fu anche proposto di diventare Presidente della Repubblica. Ma Zac non dimenticò mai le sue radici ravennati

Sono passati trent'anni dalla scomparsa di Benigno Zaccagnini. Era il 5 novembre 1989 e pochi giorni dopo sarebbe stato abbattuto il muro di Berlino. La fine di un'epoca, insomma. E trent'anni dopo Ravenna si ritrova di nuovo unita in un caloroso saluto a Zaccagnini, omaggiato anche dalla visita del Presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella.

Quella di Benigno Zaccagnini è una storia densa di avvenimenti, costellata di vittorie, di grandi successi, ma anche di terribili tragedie. Una vicenda esemplare di un grande uomo e politico italiano che non dimenticò mai di essere ravennate. Un legame, quello tra Ravenna e Zaccagnini, che verrà ricordato anche il 16 novembre al Ridotto dell'Alighieri con la presentazione del volume Lavorare d'impegno. Benigno Zaccagnini e la città di Ravenna.

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Le origini di Zaccagnini

Figlio del capostazione Aristide e di Rita Scardovi, Benigno Zaccagnini nacque nel 1912 a Faenza e trascorse la sua infanzia diviso tra il paese di Mozzecane (Vr) e la città di Parma. Cresciuto in una famiglia cattolica, Zaccagnini alimentò questa fede sia con la devozione religiosa che con l'impegno, entrando fin da giovane nei gruppi scout emiliani.

Conobbe però fin dalla giovane età anche la violenza della dittatura fascista: il padre fu infatti licenziato perché si era rifiutato di prendere la tessera del Partito fascista.

Così la famiglia Zaccagnini tornò a Ravenna, si stabilirono in via Zagarelli alle Mura e il giovane Benigno cominciò a frequentare l'ambiente ricco e variegato della parrocchia di Santa Maria in Porto dove si respirava una certa aria di libertà, anche sotto il dominio della dittatura di Mussolini. Qui Zaccagnini conobbe alcuni dei suoi grandi amici cattolici, ma anche ragazzi di ispirazioni politiche differenti, come Arrigo Boldrini.

L'impegno antifascista, la guerra e la Resistenza

Il carisma di Zaccagnini non tardò a farsi sentire. Negli anni divenne il rappresentante diocesano dei giovani di Azione Cattolica e anche della Fuci (la Federazione degli Universitari cattolici). Intanto era divenuto anche medico e aveva iniziato a lavorare all'ospizio di Santa Teresa.

Poi venne l'orrore della seconda guerra mondiale. Zaccagnini, chiamato alle armi con il grado di tenente-medico, fu mandato sul fronte dei Balcani dove restò fino all'autunno del 1943. L'armistizio prese tutti di sorpresa e anche Zaccagnini rischiò la deportazione verso i lager tedeschi. Con un colpo di fortuna invece riuscì a salvarsi, e nelle settimane successive fece ritorno a Ravenna.

In città fu subito coinvolto nella formazione del Comitato di Liberazione nazionale della provincia e venne eletto presidente. Con il nome di battaglia "Tommaso Moro" divenne guida politica della Resistenza e si ritrovò a fianco del vecchio amico Boldrini, conosciuto tra i partigiani come comandante Bulow.

Tutti insieme, cattolici, comunisti, repubblicani, socialisti, anarchici e azionisti, affrontarono le forze nazifasciste fino alla liberazione di Ravenna, avvenuta il 4 dicembre 1944.

Al termine della guerra Zaccagnini sperava di potersi dedicare pienamente alla sua professione medica, oltre che alla famiglia che stava iniziando a costruire insieme alla moglie Anna. Ma ciò non avvenne, perché gli amici cattolici, ravennati e non, lo vollero candidato alle elezioni per la Costituente nelle file della Democrazia Cristiana.

La politica per l'Italia e per Ravenna

Quello politico fu il grande impegno di Zaccagnini per il resto della sua vita. Parlamentare dal 1946 fino alla morte, Zac assunse diversi incarichi di rilievo. Fu più volte ministro, poi vicepresidente della Camera fono a diventare segretario nazionale della Democrazia Cristiana nel 1975. Nonostante gli impegni di grande rilievo, l'onesto Zac (come veniva chiamato) non dimenticò mai la sua città, la sua Ravenna.

S'impegnò dunque per la realizzazione di una zona dantesca, vicino alla tomba di Dante, per rendere onore al Sommo Poeta. E si mosse per lo sviluppo industriale del Porto di Ravenna. 

Attraversò però anche gravi crisi politiche e personali, fra cui spicca sicuramente la dolorosa fase del sequestro e dell'omicidio di Aldo Moro, suo collega di partito e amico intimo. Un dolore che, inevitabilmente, segnò Zaccagnini negli anni da venire.

Zaccagnini, un uomo di Ravenna

Può sembrar strano, ma nonostante Zaccagnini ormai svolgesse gran parte del suo lavoro a Roma, lui decise di non prendere mai casa nella capitale. Preferì separarsi dalla famiglia durante la settimana per poter tornare tutti i weekend a Ravenna. E per molti anni Zaccagnini, parlamentare e ministro, continuò a occuparsi a Ravenna di una sua grande passioni: i burattini.

Infatti insieme agli amici Nicola Ronchi e Giordano Mazzavillani (padre di Cristina Mazzavillani Muti), Zaccagnini formava la Compagnia dei Tre Dottori, tenendo spettacoli per bambini in città.

E questo rimase fino alla fine: un uomo della città, un uomo di Ravenna. Per questo, quello di Zaccagnini e Ravenna è diventato un legame indissolubile che resiste con grande forza anche a trent'anni di distanza.

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