"Nè privilegi nè disparità": le associazioni sfilano contro il trasferimento di Matteo Cagnoni

Un centinaio di persone, sfidando il freddo, hanno sfilato per la città partendo dalla piazzetta Serra, presso la scultura dedicata alle donne di Ravenna vittime di femminicidio, e proseguendo fino ad arrivare al carcere di Port'Aurea

"Nè privilegi, nè disparità". Per Giulia Ballestri, ma anche per tutte le altre donne vittime di femminicidio. E' questo lo slogan con cui, mercoledì sera, è stato portato avanti il corteo organizzato dalle associazioni ravennati impegnate contro la violenza di genere a seguito del trasferimento dal carcere di Bologna a quello di Ravenna di Matteo Cagnoni, il dermatologo ravennate condannato in primo grado all'ergastolo per l'omicidio della moglie Giulia Ballestri. Il corteo segue la petizione che le stesse associazioni hanno lanciato qualche giorno fa per chiedere al Dap (Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria), al Ministro della Giustizia e agli altri soggetti interessati di revocare il provvedimento e di disporre il trasferimento di Cagnoni in un altro carcere, petizione che ha già superato le 6000 firme raccolte.

Un centinaio di persone, sfidando il freddo, hanno sfilato per la città - senza bandiere nè slogan, ma solo con delle fiaccole accese - partendo dalla piazzetta Serra, presso la scultura dedicata alle donne di Ravenna vittime di femminicidio, e proseguendo fino ad arrivare al carcere di Port'Aurea. Prima della partenza Carla Baroncelli, che ha seguito tutto il processo per la Casa delle Donne, ha letto l'ultima "Ombra" con il quale ha documentato il caso Cagnoni, e a seguire è stato letto l'interpello inviato dalle associazioni al Dap.

"E' importante sottolineare come questa richiesta non sia un interpello contro Cagnoni in quanto tale, ma una richiesta di parità di trattamento tra persone, perchè anche tra i detenuti ci deve essere uguaglianza - spiega Sonia Lama, avvocato di Unione delle donne in Italia - Nè privilegi, nè disparità significa proprio questo, perchè questo provvedimento viola dei principi dell'ordinamento".

"Per quali ragioni l'amministrazione non si pone il problema del trasferimento del detenuto nella stessa città in cui vivono le vittime del suo gesto? - si chiede Monica Miserocchi, presidente dell'associazione Dalla parte dei minori - Come si può non considerare la situazione in cui vivono le vittime e non dare loro la tutela massima che meritano? Nessuno si è interrogato sulla ricaduta di tale trasferimento nella vita e nella crescita dei tre figli della vittima. Crediamo che non vi siano ragioni di sicurezza o amministrative che possano aver portato al ritorno di Cagnoni a Bologna. E' solo per via degli attacchi di panico? Allora stiamo dicendo che al carcere della Dozza di Bologna non si è in grado di dare ai detenuti le cure che necessitano e che devono essere loro garantite, e ciò sarebbe un fatto molto grave. Se il trasferimento è avvenuto per infliggere minor sofferenza al detenuto, e allora gli altri detenuti del carcere bolognese? Se Cagnoni, come spiegano i suoi legali, ha degli attacchi di panico deve essere seguito dalla psichiatria, ma questo deve essere fatto in ogni carcere, quindi anche alla Dozza. In caso contrario si crea un precedente molto grave".

"Non comprendiamo le ragioni di questo trasferimento e soprattutto non abbiamo gradito la tempistica, visto che è stato trasferito la sera del 23 novembre scorso, mentre in città si organizzavano le iniziative per la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne - conclude Cristina Magnani, avvocato di Linea Rosa - Constatiamo una disparità di trattamento, considerando da una parte il suo stato di condannato in primo grado alla pena dell'ergastolo, dall'altro la peculiarità dell'istituto penitenziario di Ravenna che prevede la presenza di detenuti in attesa di giudizio o condannati a una pena non superiore ai 5 anni o con un residuo di pena inferiore ai 5 anni. Tutto ciò senza considerare il comportamento di Cagnoni all'interno del carcere di Ravenna nei mesi trascorsi al suo interno, durante il quale ha avuto situazioni di contrasto con altri detenuti e con almeno un agente di Polizia penitenziaria (procedimento penale, quest'ultimo, definitosi con un'archiviazione ma indicativo del temperamento del detenuto). E il trasferimento non è neanche nell'interesse dei legami con i familiari, visto che è stato lo stesso imputato ad aver leso questi legami uccidendo la madre dei propri figli; anzi, la sua presenza può costituire grande motivo di disagio per loro, disagio che si somma a quello della perdita della madre". Cagnoni, ad onor del vero, non è il primo detenuto condannato all'ergastolo che si trova nella casa circondariale di Ravenna: "C'è stato un altro caso, ma si trattava di un anziano molto malato senza parenti in vita, una persona destinata a trascorrere gli ultimi anni della sua vita all'interno del carcere", spiega l'avvocato Miserocchi.

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