Gli imprenditori cinesi discriminati donano 5000 mascherine agli italiani: "Siamo sulla stessa barca"

Alcuni imprenditori cinesi residenti a Ravenna, nei giorni scorsi, hanno unito le forze e hanno deciso di aiutare gli italiani alle prese con l'emergenza Coronavirus

Quando dalla discriminazione non nasce il desiderio di rivalsa ma, al contrario, una generosità davvero ammirevole. Alcuni imprenditori cinesi residenti a Ravenna, nei giorni scorsi, hanno unito le forze e hanno deciso di aiutare gli italiani alle prese con l'emergenza Coronavirus. Ma, prima che il virus si propagasse fino all'Italia, gli stessi imprenditori erano stati vittime di atti di discriminazione.

"Tutti noi, ristoratori, baristi o parrucchieri abbiamo avuto un calo di clienti dopo i primi casi di Coronavirus in Italia, nonostante non ci fosse motivo di avere paura di noi - spiega Yunlong, uno degli imprenditori - Alcuni bambini cinesi venivano additati da quelli italiani: "State lontani dai bambini cinesi!", dicevano. Non sapevamo cosa fare, alcuni di noi hanno pensato di chiudere le attività e tornare in Cina".

Ma, nonostante questo, quando gli imprenditori hanno visto che anche in Italia la situazione si stava aggravando come era successo in Cina hanno deciso di dare un aiuto agli italiani. "Ci siamo detti: "Ragazzi, uniamoci. Siamo tutti sulla stessa barca, non ci sono più differenze tra italiani e cinesi, se fallisce l'Italia falliamo tutti - continua Yunlong - Così abbiamo pensato di raccogliere fondi da donare alla Croce Rossa per l'acquisto di attrezzatura sanitaria. Poi, però, una delle nostre colleghe che ha un bar a Lugo ci ha scritto che una sua cliente, che lavora come infermiera a Ravenna, le aveva detto che le mascherine erano quasi finite anche in ospedale e che per questo venivano utilizzate solo in alcuni reparti. Così ci è venuta l'idea: meglio donare direttamente delle mascherine".

Il gruppo di 47 imprenditori (tra i quali anche il titolare del negozio di Bubble tea che RavennaToday ha intervistato a febbraio) si è rimboccato le maniche arrivando a raccogliere 3600 euro. "Poi abbiamo trovato un fornitore veneto, conoscente di un amico, che ci ha procurato cento scatole contenenti ognuna 50 mascherine, per un totale di 5000 - racconta l'imprenditore - Non è stato facile: sono esaurite ovunque. Le mascherine arriveranno la prossima settimana e, una volta arrivate, organizzeremo la consegna ufficiale alla Croce Rossa. L'Italia non è la nostra patria, ma è lo Stato dove viviamo e dove sono nati i nostri figli, è la nostra seconda casa. Vorremmo che gli italiani capissero che non siamo qui solo per guadagnare soldi, come tanti pensano, ma che quando c'è un'emergenza siamo anche disposti a dare una mano e ad aiutare".

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Gli imprenditori sottolineano anche la gravità della situazione, invitando a non sottovalutarla: "In Cina abbiamo fatto grandi sacrifici e i risultati ora sono molto positivi - racconta Yunlong - Mio babbo tornerà a lavorare solo lunedì prossimo, è stato un mese a casa per cercare di bloccare i contagi. Ho sentito tanti dire che la Cina è riuscita a migliorare nella situazione Coronavirus solo grazie al suo regime dittatoriale. L'ho detto a un mio amico, giornalista in Cina: lui ha riso e ha detto "Ma che sciocchezza! Anche se non ci fosse questo regime non avremmo nemmeno il coraggio di uscire di casa". Qua in Italia viene ancora raccomandato di mantenere un metro di distanza tra le persone, in Cina dicono almeno due o tre. Là hanno allestito anche stadi e residenze universitarie come ospedali, oltre a costruine di nuovi: è meglio che il ricovero a domicilio, penso che si potrebbe fare anche in Italia, magari con delle tende".

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