Prof ravennate citato tra le tracce della maturità: "I social? Ricordano la propaganda dei totalitarismi"

Andrea Baravelli, 49enne ravennate, storico e docente all'Università che ha studiato al liceo classico di Ravenna, è apparso tra le citazioni della traccia di ambito storico-politico della prima prova dell'esame di maturità su "Masse e propaganda"

Il suo telefono, mercoledì, ha continuato a squillare, tempestato da messaggi di congratulazioni di amici e conoscenti. Una grande sorpresa per Andrea Baravelli, 49enne ravennate storico dell'età contemporanea e docente all'Università di Ferrara, che ha studiato al liceo classico di Ravenna ed è apparso tra le tracce della prima prova dell'esame di maturità 2018. Un brano della sua pubblicazione "Nemico e propaganda", contenuto nella rivista "Storicamente", è stato infatti scelto tra le citazioni del saggio breve di ambito storico-politico sulle quali i ragazzi si sono basati per affrontare il tema "Masse e propaganda", con una riflessione sui regimi totalitari del '900,  sul mondo di oggi e sui rapporti tra propaganda e informazione.

Abbiamo fatto qualche domanda allo storico Baravelli.

Cos'è la propaganda oggi e quali differenze ha rispetto alla propaganda, ad esempio, del '900?

Rispetto alla propaganda degli anni del regime totalitario c'è stata un'evoluzione negli strumenti di comunicazione, che trasmettono un modo di intenderla molto aggressivo e pervasivo, pretendendo di occupare tutto lo spazio in maniera invasiva e massiccia. La novità degli anni '20-'30 fu quella di usare mezzi di comunicazione di massa inediti - il cinema e la radio ad esempio - con una straordinaria capacità favorita dalla dittatura. Oggi la situazione si è in parte modificata, perchè non siamo più in un regime politico del genere che impone un unico messaggio; ma i mezzi di comunicazione, oggi, hanno logiche interne particolari che a me ricordano quella esperienza, sono costruiti in modo tale da favorire i legami con ciò che già si sa o si vuole sapere. La televisione generalista ormai la vedono in pochi, ma negli anni passati attraverso la tv è stata fatta una comunicazione politica efficiente e unidirezionale. Chi la vede oggi lo fa attraverso canali tematici che creano, come i social, delle "bolle" di autoreferenzialità molto spiccata. Poi c'è questa dimensione nuova della politica fatta attraverso internet, con Facebook e soprattutto Twitter, che esalta ancor di più l'autoreferenzialità e la chiusura totale a messaggi non predefiniti o discordi rispetto a ciò che un potenziale lettore vuole sentirsi dire. Non c'è più, quindi, un confrontarsi di voci diverse, ma solo voci sempre più forti.

Che rapporto c'è tra social e propaganda politica e come reagiscono, secondo lei, i giovani di oggi alla propaganda?

Che i social siano determinanti per la politica e la propaganda è abbastanza evidente ormai da una decina d'anni. Negli Stati Uniti Trump ha vinto con un uso molto innovativo dei social, profilando benissimo il suo elettorato e sollecitandolo su quei temi che gli elettori volevano sentire. I social sono importantissimi perchè arrivano immediatamente. I ragazzi hanno un approccio naturale con strumenti digitali e social e, allo stesso modo, un'avversione naturale verso strumenti d'informazione come giornali e televisione, lo vedo con i miei tre figli. La loro informazione passa attraverso i social, e questo mi preoccupa molto, perchè i social per come sono costruiti eliminano tutto ciò che non è conforme con ciò che si pensa, restituendo ai giovani l'idea di una realtà monolitica, senza grigi o contrapposizioni di opinioni, e quindi non si insinua più il dubbio.

Trump ha fatto questo in America: e in Italia?

Prima delle elezioni il Movimento 5 stelle ha usato, negli ultimi anni, i social in maniera innovativa, creando una propria comunità "religiosamente costruita" con dogmi e verità di fede. Twitter "alla Trump", invece, è stato usato perfettamente da Salvini che lo usa anche ora con grande abilità; è uno strumento che impone l'agenda politica, e la bulimia di messaggi prodotti da un politico "interessante" soddisfa il desiderio continuo dell'avere notizie ogni secondo. Si crea un legame stretto e pericoloso tra necessità del sistema informazione, che deve sfornare continuamente titoli, e capacità di uomo politico di "alimentare la bestia". Salvini, così facendo, ruba la scena all'eventuale oppositore politico e impone l'agenda.

Lei parla della figura del nemico come di "una figura indispensabile per il buon funzionamento della propaganda": chi è il nemico che si tenta di costruire oggi?

Innanzitutto dobbiamo distinguere tra "avversario", figura fisiologicamente necessaria in qualsiasi costruzione del sè, e "nemico": il passaggio da avversario a nemico implica una razionalizzazione che è meno naturale. Il nemico è la figura di cui la propaganda ha necessità, perchè diventa il capo espriatorio a cui si imputano tutti i i problemi, di modo tale che il politico poi possa "risolvere tutto" come un "deus ex machina". Oggi credo che l'Italia sia un paese abbastanza schizofrenico, che ha ancora qualche potenzialità ma si rifiuta di affrontare la realtà. Non aiuta che ci siano forze politiche che stanno scientificamente facendo gli "apprendisti stregoni" e stanno manovrando e trasformando determinate categorie in avversario e quindi in nemico, come l'immigrato.

Alcune tracce scelte per la prima prova sono state criticate perchè ritenute confusionarie: lei come le ha trovate?

La traccia su masse e propaganda mi è sembrata interessante, sicuramente difficile perchè si fa presto a scivolare nella banalità e perchè spesso non c'è tempo a scuola di affrontare questo tema in maniera approfondita. Se fossi in una commissione credo che premierei lo studente che ha avuto il coraggio di farla! Per quanto riguarda le altre tracce non ho ancora avuto tempo di guardarle, ieri è stata una giornata un po' caotica tra Università e telefonate ricevute.

Cosa ricorda del suo esame di maturità?

(Ride) Non ricordo quasi nulla, se non che scelsi il tema storico - era la mia materia e giocavo in casa - forse su Giolitti o sulla Grande guerra. Ricordo molto bene, invece, gli esami di riparazione di settembre di matematica: un incubo!

La citazione integrale inserita nella traccia d'esame

La figura del nemico ha sempre rappresentato un elemento indispensabile per il buon funzionamento dei sistemi di propaganda. Insomma, si tratta di un protagonista assoluto – se non unico – dell’argomentazione di tipo propagandistico; una figura dalla rilevanza tale da costringere l’intero spazio della politica a organizzarsi in sua funzione. Il valore in termini di forza conativa, di capacità di spingere all’azione, non era certo sottovalutato dagli antichi, tuttavia fu solo con la Rivoluzione francese che fu compresa quale importanza potesse avere l’evocare lo spettro del nemico quale elemento di volta di un moderno sistema propagandistico. Gli uomini della Rivoluzione, in particolare, non solo scoprirono quali fossero i modi migliori per fare del nemico un tema di propaganda adeguato, ma intuirono il nesso esistente fra efficacia del messaggio propagandistico e azione volta a provocare forti emozioni nelle masse popolari. Insomma, con la Rivoluzione francese si spezzò la relazione fino a quel momento obbligata fra persuasione e razionalità. Senza studi di psicologia sociale alle loro spalle, gli uomini incaricati di promuovere la Rivoluzione compresero tuttavia come il ricorso alle emozioni - in particolare, al sentimento della paura – potesse costituire un irrinunciabile atout per radicare la Rivoluzione stessa nell’animo delle popolazioni. Una volta definiti i lineamenti del nemico, infatti, si sarebbe potuto ottenere l’adesione di quelle stesse masse su questioni anche molto differenti rispetto alla semplice necessità della lotta per opporvisi. L’effetto della designazione di un nemico per l’opinione pubblica è infatti triplice. Da una parte essa conduce alla cristallizzazione della fedeltà dell’opinione pubblica a un dato progetto politico (infatti, individuando un nemico non solo si orienta tale opinione pubblica contro qualcuno, ma la si sollecita anche a provare un senso di gratitudine nei confronti di chi quel nemico ha scoperto e denunciato). Da un’altra, il concentrare il risentimento della collettività nei confronti di un nemico equivale a “compattare” quella stessa comunità con il pretesto dell’esistenza di un elemento irriducibile e pericoloso. Infine, il definire un nemico dona al potere la possibilità di deviare il risentimento popolare che, altrimenti, investirebbe il potere stesso. Insomma, classificare l’altro da sé secondo la categoria di nemico piuttosto che secondo quella di amico significa indicare la strada che si vuole sia seguita dall’intera comunità. A causa del suo inscriversi all’interno di un doppio movimento - l’affermarsi dell’ideologia quale origine e determinante dell’agire politico, da una parte; l’impetuoso sviluppo della società di massa e del progresso tecnologico, dall’altra -, il Novecento può ben essere definito come il secolo della propaganda. Anzi, il secolo del nemico assoluto. Un nemico costruito, nei lineamenti più minuti come nel senso della pericolosità, dal politico attraverso la propaganda. Dopo la Grande guerra, prima importante prova, la propaganda si perfezionò all'interno dei regimi totalitari. L'asprezza ideologica della guerra fredda, poi, s'incaricò di confermare l'importanza della figura del nemico quale perno dell'intero sistema di rappresentazione della politica e dell'esistenza. La "fine delle ideologie" ha forse mutato il quadro di riferimento? L'esperienza degli ultimi anni pare svolgersi nel segno della continuità: nelle società contemporanee, cartterizzate da molteplici flussi d'informazione e dalla sempre maggiore incapacità di ricondurre in termini di comprensibilità la complessità dell'esistente, l'uso della categoria del nemico rimane indispensabile poichè fornisce una chiave ai fini della ricomposizione di una realtà frammentata e apparentemente incongruente.

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