Un ravennate in Nuova Zelanda: "Guardavano noi italiani con diffidenza, ora il panico è arrivato anche qua"

Il giovane ha fatto appena in tempo a partire: è arrivato ad Auckland a metà novembre, pochi mesi prima dell'esplosione della pandemia che ha reso molto più difficili gli spostamenti

L'ultima volta che lo avevamo sentito era in procinto di partire per la Nuova Zelanda, di pubblicare un libro e di tatuarsi un cappelletto, "per avere la Romagna sempre con me". A poco più di un anno di distanza, è riuscito a portare a termine tutti e tre i progetti.

Terence Biffi, 29enne ravennate, ci parla dall'altra parte del mondo. Anche lì, nonostante la posizione isolata della Nuova Zelanda, è arrivato il Coronavirus. Il giovane ha fatto appena in tempo a partire: è arrivato ad Auckland a metà novembre, pochi mesi prima dell'esplosione della pandemia che ha reso molto più difficili gli spostamenti.

"Prima di partire ho lavorato in una gelateria del centro di Ravenna per qualche mese per risparmiare in vista della partenza - spiega Terence - Nel frattempo ho realizzato un mio sogno: ho pubblicato il mio diario di viaggio “Travel revolution” (disponibile su Amazon). A metà novembre ho preso il volo per Auckland, la più grande città neozelandese. Arrivato qui, per oltre tre mesi ho lavorato di giorno come barista e di sera come aiuto cuoco in un ristorante italiano, pur non avendo alcuna esperienza".

Un giorno qualunque, proprio ad Auckland, Terence fa un incontro "fatale": "Mi trovavo in un parco quando, su una panchina, ho notato una bella ragazza che mi guardava. Dopo poco si è alzata, è venuta verso di me e mi ha chiesto: "Tu sei Terence vero?". Aveva letto il mio libro e ammetto di essere rimasto molto colpito dal fatto che mi avesse riconosciuto". In poco tempo è scoppiato l'amore, e i due non si sono più lasciati: "Io e Deborah abbiamo la stessa mentalità e condividiamo lo stesso stile di vita, come è successo a me anche la sua vita è cambiata dopo aver passato un anno in Australia. Ha un animo molto romantico ed è una bravissima pittrice, è venuto naturale continuare questo viaggio insieme".

Per un po' i due giovani si sono spostati a bordo di "Bianca", un van comprato con parte dei soldi risparmiati in Nuova Zelanda. "L'abbiamo comprata da un meccanico per essere sicuri che fosse perfetta meccanicamente, al suo interno aveva solo il letto e il lavandino - spiega Terence - Nel tempo libero abbiamo aggiunto tutto quello che ci sarebbe servito per il viaggio: luci, fornelli, mappe, un piccolo armadio, uno specchio, mensole e una parete laterale in legno in cui appendiamo i disegni di Deborah e le mie foto. Abbiamo viaggiato per quasi due settimane a bordo di Bianca, cucinando e dormendo al suo interno nei campeggi gratuiti sparsi per l'isola del nord, forniti di bagni e docce fredde. Questo prima che il virus cambiasse i nostri piani".

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A un certo punto, infatti, il viaggio di Terence e Deborah ha subìto una frenata: "Stavamo viaggiando da quasi due settimane con il nostro van, controllavamo quotidianamente le notizie del Coronavirus all'interno del paese. Il 23 marzo stavamo bevendo un caffè in una stazione di servizio: quel giorno i contagiati sono stati un numero nettamente maggiore rispetto ai giorni precedenti. Qualche minuto dopo il primo ministro ha parlato alla nazione annunciando il "lockdown" in 48 ore. Così abbiamo guidato per due ore sotto la pioggia fino ad arrivare a Opotiki, nella Bay of Plenty. Nel frattempo avevamo contattato un agricoltore che ci ha fornito lavoro e ci ha trovato una casa, abbiamo firmato subito il contratto. Raccogliamo kiwi e siamo considerati lavoratori essenziali; anche se lavoriamo molto duro, nella sfortuna siamo stati fortunati. Ora tutto è chiuso come in Italia, anche se le misure prese dal governo non sono affatto rigide, ma anche qua scarseggiano alcuni beni alimentari come pasta, farina, lievito, passata di pomodoro e riso. Il panico è arrivato anche qua".

Al momento in cui parliamo con Terence, in Nuova Zelanda ci sono 708 casi accertati di Covid-19, un solo morto e 82 guariti. "La maggioranza degli infetti sono cittadini neozelandesi rientrati dall'estero, principalmente dagli Stati Uniti - racconta il ravennate - Il lockdown dovrebbe durare altre tre settimane. Il governo si sta comportando in maniera egregia anche con chi possiede un visto di vacanza/lavoro, come noi; infatti chi ha perso il lavoro riceve un sussidio anche se straniero, e in caso di contagio le cure sono gratuite. Comunque si stanno effettuando pochi tamponi ma, data la bassa densità demografica, forse il virus è più facilmente contenibile".

I due ragazzi, seppur molto lontani dall'Italia, non nascondono i loro timori per i parenti e gli amici: "Siamo molto preoccupati, sentiamo sempre le nostre famiglie a Ravenna e a Cortina (dove vive la famiglia di Deborah, ndr), e per fortuna nessuno è stato contagiato. Ogni sera pranziamo guardando i telegiornali italiani in streaming. Nelle ultime settimane avevamo notato un atteggiamento più diffidente da parte dei neozelandesi quando venivano a conoscenza della nostra nazionalità, anche se abbiamo lasciato il nostro paese a novembre".

Per il futuro, la coppia ha già un programma in mente: "Al momento abbiamo risparmi a sufficienza per non doverci preoccupare dell'avvenire, tornare in Italia sarebbe impensabile dato che i voli partono dai 6000 euro. Abbiamo in programma di rimanere in Nuova Zelanda fino al prossimo febbraio, data di scadenza del nostro visto. Al termine della quarantena vorremmo riprendere il nostro viaggio nell'isola del nord, proseguendo poi in traghetto verso quella del sud, fermandoci a lavorare nuovamente per qualche mese. Poi la nostra idea sarebbe quella di viaggiare in alcune isole del Pacifico: Samoa, Fiji e Tonga. La Nuova Zelanda comunque, data la situazione, sta estendendo la durata dei visti lavorativi, dato che la loro economia si basa sui lavoratori come noi e gli immigrati degli altri paesi circostanti. Non escludiamo quindi un soggiorno più lungo all'interno del paese".

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