Una giovane scrittrice ravennate racconta il femminicidio: "La violenza non ha colore nè ceto"

"Ci è più facile pensare alla violenza di genere se riferita a contesti poveri o rurali appartenenti al secolo scorso, ma ricordo ancora il mio stupore davanti al caso dell’avvocatessa sfregiata con l’acido"

È Elisa Bertini, 29enne giornalista ravennate, una dei tre autori del volume “Amori malati: tre casi di femmincidio” della collana del Giallo Mondadori. Lo speciale si compone di tre opere: “L’Amore Malato” di Oriana Ramunno, “Ombre Viola” di Antonio Tenisci, e “Nerocuore”, della scrittrice ravennate.

Femminicidio. Un tema forte, che Elisa Bertini ha scelto di affrontare “dall’angolazione scomoda e politically incorrect del mio personaggio, Minerva Mai: una donna istruita, indipendente e cosmopolita, una donna forte, emblema sfavillante del nostro millennio che, nonostante tutto, si scontra violentemente con la concezione retrograda e sessista della donna che sta alla base di questo tipo di soprusi. Minerva Mai è un’antieroina, una cinquantenne senza peli sulla lingua che da pubblicitaria milanese è finita a fare la chiromante in una fiera medioevale itinerante, una donna alfa che da leonessa si ritrova preda a causa delle persecuzioni dell’ex-marito, ‘il Mostro’. E proprio lei, che vorrebbe solo scappare per non dover più guardare in faccia alla violenza, in un moto tutto egoistico e più che comprensibile di puro istinto di sopravvivenza, si troverà suo malgrado invischiata, senza poterla ignorare, nella violenza subita da un’altra vittima. Una che, a differenza sua, non ha più una vita da difendere. Minerva indagherà infatti sul caso di Anna Grimaldi, ricca e giovane donna uccisa da un amante misterioso, raggiunta dall’efferatezza anche nel suo mondo protetto e dorato. Ed è proprio questo che mi interessava mostrare: come la violenza possa dilagare ovunque, se non combattuta, persino in mondi così distanti, così impensati. Ci è più “facile” pensare alla violenza di genere se riferita a contesti poveri o rurali appartenenti al secolo scorso, o più indietro ancora, ma ricordo ancora il mio stupore - e quello dell’opinione pubblica - davanti al caso dell’avvocatessa sfregiata con l’acido. È questa la barriera che bisogna rompere, a costo di gridarlo: che l’infezione non ha barriere, colore o ceto, ma può essere arginata con la consapevolezza e l’educazione, sempre, al rispetto comune”.

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