L'epidemia spiegata dallo psicoanalista: "Solo la civiltà globalizzata potrà vincere il Coronavirus"

Il ravennate Claudio Widmann traccia i risvolti psicologici del virus: tra isolamento ed emarginazione si scopre "lo sconcertante infantilismo di chi non riesce a rinunciare allo jogging"

L'epidemia da Coronavirus mette in ginocchio non solo la salute fisica di migliaia di italiani, ma anche l'integrità mentale, fiaccata da paura e isolamento. A trattare di questo tema è lo psicoanalista ravennate Claudio Widmann, analista junghiano, docente e relatore a convegni nazionali e internazionali. L'esperto psicoanalista racconta le diverse forme della fragilità umana che, da un lato scopre la sua ovvia impermanenza, e dall'altro mostra l'infantilismo di chi sfida i divieti e nega il pericolo per non rinunciare ai propri riti quotidiani.

Dottor Widmann, cosa sta succedendo?
Succede che mentre governi e aziende stanno facendo piani pluriennali, mentre individui giovani accendono mutui trentennali e adulti meno giovani programmano la pensione, tutti scoprono di essere seduti sulla fragilità d’una foglia. Avvolti in una corazza di presunta sicurezza, siamo soliti librarci in un inebriante volo libero e al primo vuoto d’aria realizziamo che si può cadere. Stiamo scoprendo l’eterna realtà dell’impermanenza ed è l’inattesa scoperta dell’ovvio. Per la verità, molti non lo scoprono nemmeno ora e vivono nella negazione, come se la cosa non esistesse o non li riguardasse, come se fosse un sogno o un’invenzione, in ogni caso qualcosa di non veramente reale.  

Esiste un “manuale di sopravvivenza”?
Da epoche preumane l’uomo va stilando manuali di sopravvivenza, perché fin dall’inizio rischia la fine. Il primo manuale prescrive di aver paura e di prendere la paura sul serio, senza ignorarla né minimizzarla. La salvaguardia di se stesso balza al primo posto e impone la diffidenza: il pericolo si annida ovunque, tutto il mondo è una minaccia e ciascuno tratta il mondo con sospetto, si rifugia nella distanza e si ritira nell’isolamento. È il manuale dell’emergenza, in acuto funziona...

È davvero la soluzione? Tanti non sembrano conoscerlo e se lo conoscono non lo seguono.
La politica della diffidenza e della distanza salva la vita, ma svuota la vita di attività, cose e persone, la priva di serenità e di bontà. Il ritiro affoga nella noia, l’isolamento degrada nell’emarginazione, il vuoto si riempie di cautele estenuanti, di precauzioni ossessionanti. Nella solitudine crescono le idee di pericolo e le fantasie di minaccia; Manzoni ci ricorda che dove c’è paura della peste c’è anche paura degli untori. Così, c’è chi nega il rischio del contagio e chi non si sottomette allo strapotere dei virus.

Quadro triste e senza prospettive, dunque. O ci sono manuali di sopravvivenza diversi?
La strategia dell’evitamento funziona in acuto; scampa alla morte, ma non incrementa la vita. Proprio in situazioni estreme come quella attuale l’individuo intuisce che può sfuggire l’inclemenza della natura, ma non riesce a sconfiggere la natura. È un’esperienza di impotenza, ma nell’impotenza l’uomo ha imparato a non essere individualmente e ad essere collettivamente. Solo l’uomo collettivo può confrontarsi con le forze grandi della natura e della vita. L’epidemia da covid-19 è un fenomeno del mondo globalizzato, è il lato oscuro della globalizzazione; il contrasto al covid-19 può essere solo un successo della civiltà globalizzata, un prodotto nobile dell’uomo collettivo.

Intanto l’emergenza sanitaria è anche economica, il paese è fermo, non si vede futuro...
Da circa un secolo tanto la biologia quanto la psicologia hanno mostrato che i bisogni e i valori dell’uomo sono gerarchici: il bisogno d’aria è prioritario rispetto a quello d’acqua, il valore della sopravvivenza è superiore a quello dell’estetica. C’è uno sconcertante infantilismo psicologico in chi non sa riorganizzare le proprie gerarchie di valori e sospendere temporaneamente lo jogging o rinunciare al ristorante. C’è una preoccupante sudditanza dal bisogno in chi viola le ordinanze restrittive per uscire ad acquistare droga o a bere birra.

"Andrà tutto bene" è lo slogan che rimbalza sui social e sui balconi in un arcobaleno di colori, tra inni collettivi. 
Gli slogan e gli inni, le bandiere e gli applausi ad una certa ora sono elementari forme rituali. Nascono spontaneamente, perché il bisogno di riti è dell’uomo; è lo sforzo dell’animo di mantenersi integro, quando forze incontrollabili minacciano di disgregarlo. Rituali spontanei, però, denunciano il vuoto di sistemi ideali solidi, la pochezza di guide spirituali che non sanno essere punto di riferimento per animi assaliti dalla preoccupazione e non sanno orientare gli animi quelli sommersi dalla disperazione.

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Che ne sarà di noi? La “lezione non richiesta” ci servirà a qualcosa?
È possibile che lo scuotimento attuale residui alcuni cambiamenti operativi: maggiore diffusione dello smart working? Migliore interazione tra agenzie sanitarie internazionali? Maggiore gratitudine verso i sanitari? È auspicabile che inneschi una riconsiderazione di assunti scontati del modo d’essere collettivo: l’onnipotenza fittizia della tecnica, l’obbligo di incessante crescita economica, la de-regulation come stile di vita, la sistematica deflessione della responsabilità individuale, l’illusoria sicurezza che la natura non ritorcerà il proprio strapotere contro l’uomo, qualunque cosa egli faccia. Il contatto l’impermanenza potrebbe migliorare il contatto con l’essenziale dell’esistenza.

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