La 'fine dei 30 anni' degli Zen Circus: "Raccontiamo la nostra vita per far sì che gli altri accettino la propria"

Appino: "Esponendo il tuo dolore fai sentire meno soli anche gli altri, ed è proprio questo che vogliamo: essere delle antenne per gli altri, per sentirci tutti meno soli"

Dopo la partecipazione al concerto del Primo maggio a Roma e le prime date del tour estivo per presentare il nuovo album "Il fuoco in una stanza", gli Zen Circus arrivano al Frogstock 2018 di Riolo Terme, dove si esibiranno giovedì 23 agosto.

Il gruppo pisano, composto da Andrea Appino (voce, chitarra e armonica), Karim Qqru (batteria) e Massimiliano "Ufo" Schiavelli (basso), a cui di recente si è aggiunto Francesco "Il Maestro" Pellegrini (chitarra e cori), ha pubblicato l'ultimo disco "Il Fuoco in una stanza" a marzo per La Tempesta dischi. L'album ha riscosso un grande successo di pubblico e critica, debuttando alla posizione numero 7 della classifica Fimi e alla numero 1 di quella dei vinili. Il disco e le canzoni "Catene" e "Il fuoco in una stanza" sono stati candidati alla Targa Tenco rispettivamente come miglior disco assoluto e migliori canzoni. La band conta venti anni di onorata carriera e oggi più che mai il gruppo si conferma come una certezza del rock indipendente italiano.

Abbiamo incontrato il cantante della band Andrea Appino per fargli alcune domande sul nuovo album in vista del concerto di Riolo.

Sono passati quasi dieci anni dalla pubblicazione, nel 2009, dell'album che vi ha portati al successo ("Andate tutti affanculo") e venti dal primo album in assoluto nel 1998 ("About Thieves, Farmers, Tramps and Policemen"): come siete cambiati e com'è cambiata la vostra musica in tutti questi anni?
Grazie per avermi subito ricordato di quanto siamo invecchiati... (ride). Siamo cambiati, sì... oltre che come band anche come persone. E' cambiato tanto ma anche poco in realtà. Oggi intanto siamo 4 su palco invece che 3, anche il pubblico è aumentato tantissimo da quando è nata la band. Altre cose, invece, sono rimaste identiche, tipo quel "patto non scritto" che abbiamo da sempre con il nostro pubblico di raccontare "tutta la verità nient'altro che la verità", e quindi raccontare alla gente quello che abbiamo intorno; così come non è cambiato il suonare non perchè lo si deve fare come lavoro, ma perchè abbiamo problemi a fare altro. Per noi fare musica è proprio un'urgenza. Oggi però abbiamo molta più consapevolezza: siamo molto fortunati a essere sempre noi, una band che dura così tanto tempo influisce positivamente non solo sull'amicizia, ma proprio su quello che è un modus operandi che ormai è diventato collaudato per noi. 

Il vostro nuovo album, "Il Fuoco in una stanza", per certi aspetti è abbastanza diverso da quelli precedenti: c'è più malinconia, sembra quasi più un disco "Appiniano" che in stile Zen, se possiamo dirla così. Com'è nato questo disco?
Sai che non sei la prima a dirlo? In realtà quando ho fatto i dischi da solista non l'ho fatto perchè mi sentivo stretto con gli Zen, ma perchè avevamo un'idea molto coerente di ciò che facevamo e non volevo "inquinare" la scrittura degli Zen... che poi è sempre mia, quindi forse è un po' una schizofrenia. Gli Zen in quel periodo mi sono mancati, e alla fine sono arrivato ad accettare che io, come scrittore, stavo mutando e che come band dovevamo accettarlo accogliendo nuovi suoni e temi; è ovvio che se cambio io che sono l'autore dei testi questo influisce anche sulla band. Credo che questo disco non sia più intimista, ma più intimo: si parte da mutazioni di pensieri personali e da relazioni umane per parlare sempre di quel senso di collettività che ha sempre pervaso i nostri testi, ci sentiamo più parte di una comunità. Che poi un brano come "Catene" è assolutamente Zen, anche se c'è una forte malinconia: un mio caro amico ha fatto un album descrivendo la fine dei 20 anni (si riferisce a Motta, ndr), questo album descrive la fine dei 30. Sicuramente c'è piu voglia di guardare "altri lidi", avevo bisogno di parlare degli altri: del resto siamo lo specchio delle persone che abbiamo intorno, se nessuno ci vede non esistiamo. Tante volte scrivo parlando degli altri, di mezzo ci sono spesso gli amici, ma anche i nostri discorsi con la band in furgone. Questa per noi è una nuova fase che però viviamo molto tranquillamente, e così allo stesso modo il nostro pubblico; cosa che ci rende molto felici, non era una cosa scontata per una band di "vecchiardi" come noi.

Uno dei temi più forti del disco, che ritorna in diverse canzoni, è quello della famiglia e dell'odio-amore che si prova tra parenti: madri "che giudicano anche da lassù", che ti dicono che "se bella vuoi apparire un po' devi soffrire", che riescono a dirti che ti vogliono bene quasi solo sul letto di morte. Che rapporto hai tu, che sei l'autore di questi testi, con la tua famiglia?
Ora ho un rapporto bellissimo. In passato è stato disfunzionale, come credo succeda in tutte le famiglie, anche se forse nella mia un po' di più. Io sono figlio unico e a un certo punto, come penso sia normale, ho dovuto fare un po' la guerra, con mia madre per un motivo e con mio padre per un altro. Poi a un certo punto ti rendi conto che anche loro sono persone, ragazzi, e che alla fine della fiera quello che conta non è mettere una pietra tombale sulle cose che ci sono state, belle e brutte che siano, ma parlarne, e così facendo scopri che alcune cose che pensavi fossero contro di te in realtà non lo erano. Ho capito, crescendo, che avevo bisogno dei miei genitori, e così sono riuscito a mettere da parte tutto l'astio che avevo nei loro confronti, che in realtà poi era nei miei confronti. La musica ci ha avvicinati tanto, anche col fatto che spesso canto di loro.

...come quando dici "Mia madre è strana, mi dà del figlio di puttana"?
(ride) No dai, quella canzone è molto ironica. Credo che comunque ci siano dei dolori che solitamente si tendono a nascondere. Ad esempio io soffro di psoriasi, che è una cosa bruttissima da vedere, quindi ti vergogni e ti copri: ma coprendola non fai altro che peggiorarla. Ecco, credo che questo valga anche per i dolori. Penso che sia fondamentale a un certo punto fare questo passaggio e riuscire ad esporli, perchè esponendo il tuo dolore fai sentire meno soli anche gli altri, ed è proprio questo che vogliamo: essere delle antenne per gli altri, per sentirci tutti meno soli e perchè raccontare la propria vita rende piu facile agli altri accettare la propria. Anche l'amore che canto, che non è solo quello romantico, in questo disco torna a ricordarci che il dolore va accettato.

"A 10 anni spacchi la prima chitarra, a 20 senti odore di guerra, a 30 arriva la prima ambulanza": e a 40? (Appino compirà 40 anni a dicembre)
Una nuova adolescenza, proprio come dice la canzone. Quello che ho scritto è tutto vero: a 10 anni ho rotto una corda alla mia chitarra ed ero convinto di averla distrutta, per la paura non l'ho piu toccata per dei mesi. A 30 anni sono stato colto da una colica e ho passato il compleanno in ospedale. Ora sto scoprendo una vita che non facevo da ragazzino, vivendo con molta più serenità.

"È tornata anche la bomba nucleare a ricordarci che non è poi così male un mondo di fotografie da pubblicare": una delle poche frasi "politiche" presenti in quest'album. Come la state vivendo questa fase politica italiana? In passato non avete risparmiato critiche ai 5 stelle e al populismo...
Non abbiamo mai voluto fare politica ma sempre parlare del sociale, senza mai perdere di vista la collettività. Cosi come abbiamo fatto con il brano "Zingara" (creato mettendo insieme alcuni tra i commenti razzisti più popolari, ndr) noi fotografiamo la realtà; se non ti fai un po' schifo guardando la fotografia non ci possiamo fare molto... Ovviamente abbiamo visioni politiche personali nella band, anche differenti, ma cerchiamo di non metterlo nelle canzoni. La deriva populista l'abbiamo raccontata già dieci anni fa, quindi non ci stupisce per niente, e anche l'idea di un nuovo totalitarismo non ci fa paura, perchè gli italiani sono leoni da tastiera. Viviamo in trepidante attesa della fine di questa "sbornia" illogica della paura e del diverso, ma senza metterci a fare gli artisti che si espongono per parlare di solidarietà. Ci informiamo molto e siamo consci di quello che sta succedendo: lo schifo è forte in questo periodo, però credo anche che una persona come Salvini sia la rappresentazione degli italiani di oggi esattamente come lo è stato Berlusconi ai suoi tempi.

E la soluzione qual è?
Dobbiamo scrivere, scrivere e scrivere, raccontare, creare precedenti nella letteratura e con la nostra vita, anche nell'ottica del nostro piccolo quotidiano. Noi come artisti non vogliamo essere portabandiera di nulla, se non della collettività e dell'uguaglianza. Già in "Viva" parlavamo dei 5 stelle, e io ho amici dei 5 stelle eh; con i leghisti faccio più fatica, ma cerco di sforzarmi, perchè credo che sia un momento in cui sia necessario essere uniti, e non divisi. Poi bisogna essere "oggettivamente sul pezzo", nel senso che su un tema come quello dei migranti ad esempio sento dire tante boiate dalla Lega, ma anche dalle altre parti: c'è una comunicazione errata, sembra che i problemi del Paese siano tutti riconducibile a loro, mentre in realtà non è per niente così.

Ti ci vedresti a fare politica?
No assolutamente, non riesco neanche a organizzarmi per portare fuori l'immondizia tutti i giorni...(ride). Non ho le spalle adatte e non mi interessa. Non tutti possono fare politica solo perchè hanno un cuore e una coscienza. Allo stesso tempo credo che non si possa fare scegliere a un popolo cose che non conosce, bisogna che prima ci sia informazione.

Al Frogstock quest'anno tra gli headliner ci siete voi e i Ministri, con i quali qualche giorno fa hai condiviso il palco a Rimini per un concerto-tributo a Fabrizio De Andrè: com'è stato per te affrontare un caposaldo del cantautorato italiano come lui? Tra l'altro durante quel concerto abbiamo scoperto che la tua famiglia ha un legame speciale con lui...
Suonare davanti a Dori Ghezzi "Hotel Supramonte", che racconta del sequestro suo e del marito, è stato emozionante. De Andrè e la sua scrittura sono parte di me, per cui è stato anche naturale. De Andrè è stata l'infatuazione piu grossa di un certo periodo della mia vita, e poi è anche una cosa personale perchè c'è questo intreccio con la storia della mia famiglia: mia mamma è cresciuta a Genova in via Di Prè, che poi diventa la via del Campo cantata da De Andrè, e il mio nome deriva proprio dalla canzone contenuta nell'album dedicato "Rimini". Di lui adoro tantissimo il peso delle parole: era figlio di un borghese, e credo che questa sua ricchezza gli abbia permesso di lavorare tanto sulle parole. Lo considero alla pari di Ungaretti come poeta contemporaneo.

Di recente il Mei di Faenza vi ha assegnato il premio Pimi 2018 come migliori artisti indipendenti dell'anno. Il curatore del premio, Federico Guglielmi, vi ha definiti come "un autentico esempio per chi vuole fare musica sul serio inseguendo il proprio sogno ed evitando le facili scorciatoie". Vi ci rispecchiate in questa definizione?
Ci rispecchiamo, però non siamo convinti che sia necessario essere per forza come noi. Non auguro a tutti il delirio che abbiamo fatto noi, oggi si può anche evitare con internet che crea artisti che al primo disco spaccano tutto. Non siamo gelosi, siamo contenti e abbiamo imparato molto dalla nuova generazione di musicisti. E comunque l'idea di essere da esempio per qualcuno mi preoccupa, non mi piaccio molto...(ride)

Con il ravennate avete un rapporto speciale, soprattutto per quanto riguarda "Villa Inferno" (evento che ha luogo ogni due anni nell'omonima località cervese): ci sarà un'edizione 2019?
Certo, ci sarà l'edizione "totale"! Ma per ora non sveliamo altro.

Una domanda che l'anno scorso, durante un'intervista, feci a Karim: un artista italiano e uno straniero con cui ti piacerebbe collaborare?
Eh... non lo so, sono troppi! Mi innamoro facilmente e adoro tanti artisti italiani e stranieri. Mi piace che le cose e le collaborazioni capitino e basta, senza pensarci troppo.

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