La prima volta di Semyon Bychkov al Ravenna Festival

  • Dove
    Pala Mauro De André
    Indirizzo non disponibile
  • Quando
    Dal 26/06/2015 al 26/06/2015
    21
  • Prezzo
    da 15 euro (ridotti 12) a 93 euro (ridotti 85).
  • Altre Informazioni

La musica sinfonica è da sempre una delle punte di diamante di Ravenna Festival, che ha proposto al proprio pubblico i migliori direttori d’orchestra del mondo. Questo scrigno si arricchisce di una nuova presenza, Semyon Bychkov che venerdì (Pala Mauro De André, ore 21) salirà sul podio della Münchner Philharmoniker, celebre orchestra tedesca dalla storia ultracentenaria. Il programma prevede due capolavori per certi versi antitetici: la Terza sinfonia in fa maggiore op.90, con cui Johannes Brahms si emancipa definitivamente dall’ingombrante modello beethoveniano; e la stupefacente tavolozza timbrica de La mer, tre schizzi sinfonici dedicati a Jacques Durand, che Claude Debussy compone tra il 1903 e il 1905, durante un soggiorno sulle coste inglesi della Manica. In mezzo, la giocosa serenità del Concerto per pianoforte e orchestra in sol maggiore di Ravel, intriso dei più diversi influssi, dal jazz ai temi baschi, affidato alla poetica e alla prodigiosa tecnica pianistica di Jean-Yves Thibaudet, sicuramente tra i più titolati interpreti raveliani dei nostri tempi.
 
Il concerto è reso possibile grazie alla collaborazione di BPER: Banca. L’innata musicalità di Semyon Bychkov, il cui gesto è capace di svelare l’insospettabile anche nelle pagine più celebri, si fonde in modo perfetto con il rigore della pedagogia russa e questo gli consente di dirigere un repertorio che abbraccia quattro secoli. Il maestro russo ha più volte interpretato le Sinfonie di Brahms e non a caso ha scelto di aprire il programma con la “Terza”, che conquista per la sua forza e le sue sottigliezze armoniche. E che si contraddistingue prima di tutto per la chiarezza della costruzione generale. Scritta nell’estate del 1883 a Wiesbaden, quando il compositore è all’apice della fama, venne eseguita per la prima volta il 2 dicembre dello stesso anno dall’Orchestra filarmonica di Vienna. Pur essendo meno complicata ed elaborata nel suo sviluppo rispetto alle altre sinfonie di Brahms, è ricca di idee poetiche e di grande varietà di colori. Si tratta di una creazione musicale intrisa di tragico fatalismo, di pathos e di eroismo, sublimati nelle categorie della musica assoluta: crogiuolo in cui si fondono, in continuo ed equilibrato ma inquieto divenire, le esigenze espressive più diverse, ciascuna incarnata via via da diversi profili tematici, e soprattutto dalle diverse connotazioni ritmiche, armoniche e timbriche ad essi conferite. Il celebre tema del terzo movimento è stato ripreso nel film “Aimez vous Brahms?” di Anatole Litvak, ma è stato spesso utilizzato anche nella musica pop, ad esempio nelle canzoni “Baby alone in Babylone” di Serge Gainsbourg; e “Love of My Life”, in “Supernatural” di Carlos Santana.
 
Il genere del concerto per pianoforte e orchestra, che affonda le radici nel tardo Settecento, è sempre rimasto vivo arrivando fino a noi. Una longevità dovuta alla capacità di rinnovarsi, nelle forme e nei contenuti, di questo perenne dialogo fra solista e insieme strumentale. Il “Concerto in sol maggiore” di Maurice Ravel, scritto fra il 1929 e il 1931, rappresenta appunto una straordinaria innovazione: le forme addirittura settecentesche, che il compositore evoca e rispetta, valgono qui come riferimenti a strutture limpide e razionali in cui calare non soltanto contenuti moderni, ma anche tratti eversivi ed energia cinetica. Ravel compone questo Concerto su commissione di Serge Koussevitzky per il cinquantesimo anniversario della Boston Simphony Orchestra. La prima esecuzione è del 14 gennaio 1932, nella Salle Pleyel di Parigi, con la pianista Marguerite Long e l’Orchestra Lamoureux diretta dallo stesso Ravel. La musica è leggera, briosa e scorrevole, composta “nello spirito di Mozart e di Saint-Saéns”, come lo stesso autore dichiara in un’intervista. Il Concerto è strutturato in tre movimenti: “Allegramente”, ricco di idee tematiche; “Adagio assai”, una dolce melodia al pianoforte con pochi interventi degli archi e dei legni; “Presto”, un brillante finale ricco di virtuosismi. Così il primo movimento si apre, a sorpresa, con uno schiocco di frusta ed è caratterizzato da cadenze jazzistiche; il secondo crea un’atmosfera incantata e serena, e al pianoforte è affidato un ampio elemento cantabile, una lunga placida melodia sulla quale, delicatamente, si inserisce il flauto. Infine, il Presto breve e incisivo, è caratterizzato dalla scrittura percussiva del pianoforte, il glissare del trombone, le fanfare di corni e trombe, che creano di nuovo spunti di carattere jazzistico nella frenetica evoluzione del finale.
 
“Forse non sapete che avrei dovuto intraprendere la bella carriera del marinaio – scrive in una lettera Debussy - e che solo per caso ho cambiato strada. Ciononostante, ho mantenuto una passione sincera per il mare”. Nei tre pannelli sinfonici de La mer il tema del mare assume un significato diverso dal naturalismo ottocentesco. “Mi ribatterete che l’Oceano - scriveva l'autore - non bagna esattamente le colline della Borgogna! E che tutto sembrerà probabilmente un paesaggio costruito a tavolino! In effetti ho del mare infiniti ricordi; e questo, a mio avviso, vale più della realtà, il cui fascino in genere soffoca troppo il nostro pensiero”. Debussy non intende raffigurare la natura nella sua realtà oggettiva, con l’occhio dell’artista ansioso di descrivere il fenomeno che l’ha impressionato. La sua musica cerca piuttosto di esprimere il processo intimo della percezione, cogliendo le infinite vibrazioni dell’essere di fronte a un’esperienza. Il superamento del poema sinfonico è dichiarato dall’autore già con il sottotitolo, “Tre schizzi sinfonici”, divisi nelle parti “Dall’alba a mezzogiorno sul mare”, “Gioco di onde”, “Dialogo del vento e del mare”. La mer potrebbe essere considerata come un esempio di impressionismo musicale, in cui la partitura suggerisce un accadimento in maniera appunto soggettiva, ne dà l’impressione e non la descrizione oggettiva, giocando anche su un uso estremamente accorto dell’orchestra e sul passaggio dallo sfumato coloristico a passi con timbri dissociati.

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