Eutanasia e rispetto visti da un giovane

"Di fronte al tema dell’eutanasia, che investe drammaticamente il senso stesso della vita umana come percepito e interiorizzato nella coscienza di ciascuno, è giusto che se ne discuta senza pregiudizio o aggressività"

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di RavennaToday

Mercoledì scorso, la Corte Costituzionale ha emesso la sentenza storica che dichiara “non punibile” chi “agevola l'esecuzione del proposito di suicidio di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile”. A queste sole condizioni è stata così legittimata una forma di suicidio assistito che rientra nell’eutanasia (letteralmente “buona morte”), cioè l’atto che provoca intenzionalmente la morte di un paziente d’accordo con la sua volontà.

Di fronte al tema dell’eutanasia, che investe drammaticamente il senso stesso della vita umana come percepito e interiorizzato nella coscienza di ciascuno, è giusto che se ne discuta senza pregiudizio o aggressività, rispettando le sensibilità e le opinioni di tutti, a prescindere dalla fede religiosa o dalle ideologie che eventualmente le ispirino. Io stesso sono interessato a maturare, sul senso profondo della mia esistenza, convinzioni private che prescindano dalle mie idee politiche ed anche dal mio impegno civico quale responsabile Giovani di Lista per Ravenna, parlandone perciò a titolo personale. Alla base dei miei principi, sta che la vita, essendo il dono più grande che sia dato a tutti, deve essere sempre affrontata rispettandone la dignità e pretendendone il rispetto da chiunque. Sul tema della sua fine, come del resto sul principio, sono aperto ad ogni serena discussione, riguardosa di ogni approccio e coinvolgimento diversi.

La ragione di questo scritto non è dunque eutanasia sì o no o ni, quanto un caso di “discussione” pubblica su questo argomento che mi ha lasciato qualche perplessità. Un po’ di giorni prima della sentenza della Corte Costituzionale un’associazione che è contraria, legittimamente e in nome del proprio credo religioso (che è anche il mio), ad ogni forma di eutanasia, ha affisso, nel nostro comune di Ravenna, tre tipi di manifesto, tuttora in evidenza.  Uno porta scritto, sotto due mani intrecciate ad un’altra in segno di solidarietà: “Se pensi che il ‘suicidio assistito’ sia un traguardo per l’umanità considera che alleviare la solitudine dei più deboli è il vero coraggio di tutti: dello Stato, della comunità e tuo”. Nella differenza delle opinioni, questa affermazione le rispetta tutte, potendo anche, di per se stessa, essere condivisa. 

I due altri manifesti, esponendo rispettivamente l’immagine di un ragazzo di 18 anni e di una ragazza di 24, agganciano invece il “#NoEutanasia” alla loro condizione di “bullizzato “ (“Potrà farsi uccidere. E se fosse tuo figlio?”) e di “anoressica” (“Potrà farsi uccidere. E se fosse tua sorella?”), rivolgendosi perciò alle loro famiglie. Questi messaggi, anche se legittimi e non offensivi, quindi rientranti nel diritto alla libertà di espressione, mi sono sembrati un’invasione di campo, un pugno allo stomaco che non giustifica la promozione di un’idea. 
Il bullismo e la depressione diffusi nei giovani sono due malattie del mondo d’oggi che pongono problemi di salute sociale e di relazioni umane e affettive proprie più dell’anima che del corpo, tali da minare l’esistenza non solo di coloro che ne sono direttamente colpiti, ma delle loro famiglie e delle persone a cui sono più cari. Richiedono comprensione e partecipazione, soprattutto strumenti e capacità di prevenzione. Non mi pare appropriato utilizzarle per campagne di comunicazione di per se stesse divisive e “spinte”. Si può fare anche del male in più a chi le soffre.

Christian Orselli

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