Pagani (Pd): "Renzi meglio da premier che da segretario, io appoggio Orlando"

Il deputato del Pd Alberto Pagani, nella scissione del partito, resta all'interno dei Dem e proclama il suo sostegno ufficiale alla candidatura di Andrea Orlando

Il deputato del Pd Alberto Pagani, nella scissione del partito, resta all'interno dei Dem e proclama il suo sostegno ufficiale alla candidatura di Andrea Orlando. Per Pagani, spiega nella sua newsletter, “chi è uscito ha rinunciato al confronto e alla possibilità di migliorare il Partito Democratico”. Spiega Pagani: “Sono dispiaciuto per quanto accaduto, ma trovo insensata la scelta di non affrontare il dibattito congressuale. Ora il Pd deve però realizzare un nuovo e più inclusivo progetto per il futuro. Alcuni dirigenti hanno abbandonato il Pd e formato un nuovo gruppo parlamentare: la loro decisione ha creato sconcerto e senso di caos prima di tutto tra la nostra gente. Molti non hanno capito neppure le ragioni di questa scelta. Non sta a me cercare di metterle in fila, lo farà chi se ne è andato”.

Per Pagani “Matteo Renzi non è stato un segretario dotato di lungimiranza, capacità di ascolto, volontà di aggregazione in passaggi e snodi cruciali. Mentre, il 21 febbraio, si riuniva un'importante Direzione nazionale, Renzi è andato in California a visitare le imprese della Slicon Valley. Credo potesse farlo in un'altra occasione e non condivido il suo atteggiamento, perché gli addii non sono un fatto irrilevante e non devono esserlo soprattutto per chi ha guidato il Partito fino a due giorni prima. Mi rattrista invece personalmente, oltre che politicamente, l'uscita dal Pd del nostro ex presidente di Regione e oggi Commissario straordinario per la ricostruzione del Centro Italia, Vasco Errani. Non appoggio la sua scelta e non l’appoggio perché da persone come Errani ho imparato l'importanza di avere sempre una cultura di governo e la necessità di una sinistra che aspiri a cambiare le cose. Per questo è nato il Pd, progetto di unione tra le tradizioni democratiche più importanti del dopoguerra italiano: per cambiare le cose abbiamo deciso, nel 2007, di aspirare a guidare assieme il Paese, le Regioni, i territori. Si deve andare avanti su questa strada, perseguendola e correggendola se necessario, ma senza rinunciare a quello che insieme abbiamo costruito. La stima personale e l'amicizia per molti che se ne sono andati resta immutata, ma non posso tacere che a mio avviso è stato compiuto un grosso errore. Da un punto di vista politico più ampio questa scissione rischia poi di rafforzare soprattutto il partito di Beppe Grillo. Un movimento, quello sì, leaderistico, verticistico, privo di sfumature e dialogo interno. Un movimento, quello sì, opaco e nascosto, che dello streaming e della trasparenza ha fatto le proprie false parole d'ordine, mentre alla fine siamo noi a fare le dirette delle assemblee nazionali e delle direzioni, a discutere e a fare le primarie il 30 aprile, mostrando il coraggio che solo una comunità aperta possiede”.

“Noi che restiamo nel Partito Democratico dobbiamo invece rimboccarci le maniche e dare più sostanza al nostro progetto. Dal 2013, essendo al Governo, abbiamo fatto politiche redistributive, per la crescita economica, per la tutela dei diritti, per la sburocratizzazione, per una giustizia più efficiente: tutto questo va rivendicato e Matteo Renzi è stato a mio parere un premier molto migliore di quanto non sia stato come segretario. Da presidente del Consiglio è riuscito a fare alcune cose molto buone, altre opinabili, ma ha senza dubbio contribuito a restituire dinamismo a un Paese stanco e fiaccato. Fare il segretario del Pd però è ben altra cosa dall’essere presidente del Consiglio: non ho infatti votato Renzi allo scorso congresso e non lo voterò in questo. Non ho mai pensato che Renzi, fornito di alcune doti evidenti, sia la persona giusta per guidare una comunità politica vasta e plurale. Credo che il Partito Democratico debba cambiare, che sia indispensabile una maggior condivisione nelle scelte innanzitutto al suo interno, e una piattaforma politica più convincente e inclusiva per le persone che si sono sentite poco rappresentate da una “narrazione” che ha raccontato un ottimismo sovradimensionato rispetto alla realtà. Le politiche di un governo di coalizione sono poi necessariamente frutto di mediazioni: proprio per questo credo che il Pd debba avere un profilo più autonomo”.

“La totale sovrapposizione tra partito e governo non giova invece né all'identità del partito né al lavoro dell'Esecutivo: credo sia un errore vedere il partito come un megafono che serve a propagandare la politica di un governo di coalizione. Il nostro partito è una comunità di persone, portatore di energie e competenze molto diffuse e poco valorizzate. Credo che se avessimo saputo coinvolgere di più le persone, costruire una partecipazione più intensa e frequente dei territori, un confronto più sereno con le associazioni e i sindacati, avremmo commesso meno errori e prodotto un'elaborazione politica migliore. La capacità autonoma di elaborazione politica del Pd è fondamentale per portare al governo quegli ideali uguaglianza, di giustizia sociale e di solidarietà che ci caratterizzano. Senza tale autonomia il partito si indebolisce anche nella sua funzione fondamentale di ascolto della società e di selezione delle classi dirigenti. Per questo ritengo che Andrea Orlando sia la persona più titolata a guidare il Pd: il ministro della Giustizia può rappresentare alcune istanze inevase o scarsamente affrontate in questi anni e, da persona pacata ma ferma qual è, rappresenta inoltre la figura più indicata per questa fase che sarà probabilmente contraddistinta proprio dalla capacità di instradare un governo di coalizione (visto che in seguito alla sconfitta referendaria e alle sentenze della Consulta mi pare ovvio che avremo un sistema tendenzialmente proporzionale). Importante dunque avere come segretario una persona in grado di dialogare con gli altri partiti che serviranno per formare il governo, qualora come spero il Pd vincesse le elezioni. In un sistema proporzionalizzato è poi del tutto evidente che il leader di una colazione che si candida a governare il Paese non potrà essere scelto dagli elettori delle primarie di un solo partito: l'automatismo previsto dallo nostro statuto, secondo il quale il nostro segretario è automaticamente il candidato premier, è una sciocchezza da superare. Oggi scegliamo il segretario del Pd. Il premier bisognerebbe sceglierlo prima delle elezioni, con primarie di coalizione come si fece nel 2012. Per guidare il Pd, intanto, credo che abbiamo bisogno di un segretario che sappia confrontarsi con umiltà e che riapra quei canali di discussione con la società che si sono interrotti. Abbiamo bisogno di qualcuno che sia capace si ascoltare e di unire, non di dividere. L’obiezione che, essendo stato Ministro nel Governo Renzi, Orlando sia organico all’ex segretario mi pare invece molto miope: Orlando, che viene dal Pci e infine dai Ds, è uno dei componenti della sinistra dei Democratici. Come membro di primo piano del Pd ha ricoperto e ricopre un incarico importante, che ha svolto con grande impegno, ma come iscritto candidabile alla segreteria esprime uno stile e un’idea decisamente contrastanti con quelli dell’ex segretario e certamente anche di Michele Emiliano. Lavorare lealmente all’interno di un governo e mantenere una posizione autonoma non sono elementi contraddittori tra loro (e ci mancherebbe altro)”.

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