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Coronavirus, Vandini: "Il messaggio 'State a casa' sta diventando troppo poco"

Redazione

Condivido le misure restrittive prese al fine di contenere ed eventualmente azzerare i contagi e che prevalentemente siano stati presi questi provvedimenti perchè abbiamo dimostrato di non saperci autodisciplinare. C'è però una cosa che comincia a infastidirmi e a preoccuparmi particolarmente, ed è il disturbo psicotico condiviso. Questa cosa dello "state a casa" sta diventando un po' come "l'uno vale uno" di vecchia memoria, se non lo si contestualizza fa più danni della grandine. Uno vale uno per molti divenne "tutti possono fare tutto" e cioè una delle più grandi sciocchezze della storia dell'uomo; lo "state a casa" sta diventando quasi un modo per scaricare sul singolo cittadino qualsiasi responsabilità. Sia chiaro, ci sono persone che se ne fregano bellamente delle restrizioni in modo incosciente e irrispettoso, e questo è un fatto, ma da qui ad identificare nel corridore, nel "pisciatore del cane" e nella signora che fa due passi attorno a casa gli untori irresponsabili ce ne passa. Il messaggio però è quello, sono tantissime le persone che stanno con "il mirino" dalla finestra a identificare questi untori. Ma davvero pensiamo che i responsabili principali dei contagi siano questi? No perchè se da un lato bisogna continuare a rimarcare il rispetto delle regole per evitare che il popolo indisciplinato prenda sottogamba la cosa, dall'altro bisogna continuare a essere un minimo oggettivi e razionali. Nel nostro territorio siamo anche stati particolarmente bravi perchè dai primi numeri che ho potuto vedere non ci sono variazioni significative sulla mortalità rispetto gli anni precedenti, nonostante il coronavirus; in Lombardia ad esempio, dopo la revisione dell’elenco delle attività indispensabili, i lavoratori potenzialmente attivi sono scesi da 1,61 milioni a 1,58 milioni. In pratica, il Dpcm del 22 marzo ha messo a casa solo trentamila persone, tutte le altre hanno continuato a lavorare, e in molti casi a contagiarsi. Per non parlare delle aziende che hanno modificato il proprio codice Ateco pur di rientrare nelle attività essenziali o le migliaia che si sono precipitate dai prefetti per chiedere delle deroghe. Mi piacerebbe poter vedere quanti sono i contagi da "camminata, o da pisciata di cane" e quali nei contesti lavorativi ad esempio. Ci vuole un po' di razionalità, senza puntare il dito a prescindere, un minimo di razionalità. Ci vuole anche una capacità di chi ci governa di far passare determinati messaggi. Va bene il tutti a casa, ma non può essere l'unico mantra che ci viene propinato da un mese in attesa della prossima scadenza, per poi prorogarlo ulteriormente. Il fatto che le aziende cerchino in qualche modo di lavorare o che la gente provi a uscire un po' più spesso è anche legato alla mancanza di un minimo di indicazione sul futuro, cosa che toglie le speranze. Perchè deve essere chiara una cosa, il virus non sparisce. Possiamo stare a casa anche 4 mesi, ma il virus non sparisce fino a quando non saremo tutti immunizzati (forse) o non esisterà un vaccino. Questo significa che continueremo ad ammalarci, ad aver bisogno degli ospedali e purtroppo anche a morire. Ora dobbiamo scaricare un sistema sanitario saturo e in difficoltà, ma togliamoci dalla testa che fatto questo il virus sparisca. Io continuo a vedere una certa sproporzione tra il rischio reale e le misure per affrontarlo, ma soprattutto non vedo nulla che ci faccia capire come si vuole affrontare il dopo in un inevitabile contesto di convivenza con questo microrganismo, consapevoli di tutto quello che ho scritto ma anche e soprattutto che "state in casa"  è troppo poco. E questo comincia a pesare parecchio.

Pietro Vandini, Italia in Comune

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