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Degrado urbano

L'appello: "Zingaretti visiti il Grande Ferro R e lo salvi dal degrado"

Redazione

In un momento come l’attuale dove appare sempre più indispensabile richiamarsi ai valori della cultura, dell’arte e della bellezza, ci permettiamo di sottoporre all'attenzione di Nicola Zingaretti il caso della scultura "Il Grande Ferro R" creata nel 1990 dal maestro Alberto Burri per il piazzale del Palazzo De André di Ravenna, l’ormai tradizionale scenario dove si svolge la Festa Nazionale dell’Unità. Si tratta di una delle più importanti opere dell’arte contemporanea italiana, una delle poche sculture firmate da Burri ed è l’ultima in assoluto realizzata dal maestro prima della sua scomparsa nel 1995. Di assoluto e inestimabile valore, è stata realizzata su commissione del Gruppo Ferruzzi per quello che doveva essere il piano urbanistico del nuovo Palazzo delle Arti e dello Sport ideato dall’architetto Francesco Moschini con la collaborazione dell’architetto Carlo Maria Sadich. Burri ha pensato il suo imponente oggetto, alto 12 metri e formato da cinque archi a sesto ribassato, come collocato in un’orchestra di teatro greco, dialogante con un’ideale cavea cittadina, con la forma di carena di nave rovesciata che al contempo si trasforma in mani che escono dalla terra e che si ricongiungono come per accogliere. Aperto verso oriente e verso i lidi ravennati, il Grande Ferro R suggerisce quell’ideale visione per cui, oltre la pineta, Ravenna ritrova la sua vocazione marittima e fa di questo connubio l’occasione di incontro fra civiltà diverse. 

Purtroppo nei decenni successivi l’opera e la sua straordinaria potenzialità comunicativa sono state oggetto di un vero e proprio degrado, anche perché le originarie intenzioni del committente e dei progettisti sono state disattese. Tutta la struttura sarebbe dovuto diventare un polo civico di aggregazione aperto continuativamente al pubblico, ma in realtà il Pala De André, che dopo la caduta dell’impero Ferruzzi è passato nelle mani del Comune, ha svolto solo in minima parte quella funzione urbanistica e sociale. Di conseguenza anche le possenti “mani” create da Burri, invece di diventare il genius loci di quello spazio, sono state dimenticate, mai inserite in una guida della città, del tutto misconosciute dagli stessi ravennati che di quell’oggetto, intravisto a malapena passando in macchina per viale Europa, danno le interpretazioni più curiose, pensandolo a volte come l’impalcatura abbandonata di un cantiere o come il resto di un macchinario ormai inutilizzabile. E dall’essere interpretato come inutile “resto” a diventare oggetto di veri e propri sfregi il passo è breve: è stato ingabbiato in padiglioni fieristici, è stato usato per appoggiare il camino di un condotto di areazione o cassonetti dell’immondizia, è stato sfruttato per stendere cartelloni pubblicitari e promozioni commerciali, è stato perfino trasformato in spazio caffetteria in un’edizione dell’Offshore Mediterranean Conference che annualmente viene organizzata a Ravenna. Come se si decidesse di allestire un bar nell’abside di San Vitale o una rivendita di giornali a Galla Placidia! Solo recentemente il profilo della scultura è diventato un marchio della Festa dell’Unità che lì si svolge ogni anno, ma restano pochi coloro che riconoscono il valore autonomo e il significato di questa vera e propria abside laica del Novecento.

Dopo anni di polemiche che non hanno risolto in positivo la valorizzazione della scultura commissionata da Raul Gardini ad Alberto Burri, alcuni settori dell’opinione pubblica hanno proposto una ricollocazione della scultura. Si tratta di un’ipotesi di recupero ai limiti della provocazione culturale, ma affatto sconosciuta alla storia italiana che spesso, quando un’opera non è più leggibile nel suo contesto, per ritrovare la stessa visionarietà che l’ha prodotta e per renderla di nuovo fruibile non ha mai temuto di spostare oggetti di valore artistico – elementi architettonici e di arredo urbano, monumenti, sculture, statue, fontane –  al fine di riattivare valori e vocazioni identitarie sia dell’opera che del nuovo spazio che la accoglie. L’idea di un trasferimento in altro sito a Ravenna dell’opera di Burri non ha suscitato veti o perplessità da parte dei dirigenti della Fondazione Burri, semmai la proposta ha creato notevole interesse e curiosità a valutare puntualmente il progetto nel caso emergesse una disponibilità delle istituzioni ravennati a dialogare con identica visionarietà alla visionarietà di Burri, soprattutto in vista dell’imminente costruzione di un nuovo palazzetto dello sport che ne soffocherebbe definitivamente ogni possibilità comunicativa e ogni dignità artistica. Ci permettiamo di suggerirle di vistare l’opera durante la sua imminente partecipazione alla festa Nazionale, al fine di renderla partecipe di quanto da noi scritto in questa lettera aperta. Non si tratta di un caso di mera cronaca locale, ma di uno scandalo di dimensioni internazionali che deve e può essere risolto a beneficio di tutti.  

Cesare Albertano e Saturno Carnoli  

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