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"La didattica a distanza resti un'anomalia emergenziale"

Redazione

Il pensiero unico nelle scuole ancora non c'è! A scorrere le cronache e gli interventi circolanti in gran parte dei luoghi di diffusione delle notizie, pare che sia opinione univoca di chi opera nella scuola che la didattica a distanza sia una modalità che debba sopravvivere all'emergenza e, ormai assodata, debba essere, se non sostitutiva, quantomeno integrativa e collaterale alla didattica in presenza. Ovviamente il tutto espresso con una pluralità di sfumature. Noi, al contrario, pensiamo che la sua necessità sia strettamente legata alla contingenza e non debba provocare mutamenti strutturali. Ciò non per un'anacronistica avversione ai nuovi mezzi della comunicazione, ma per la convinzione che essi debbano essere strumenti dell'ambiente educativo e nulla di più, senza che lo rimodellino su forzature esogene. Per questo motivo, sabato 9 maggio, abbiamo lanciato, su "Change" e tramite email la petizione che di seguito riportiamo.
Nell'arco di una manciata di ore, circa duecento docenti e ata delle scuole pubbliche locali l'hanno sottoscritta e/o condivisa. Ci rincuora il sapere che quindi nelle scuole il dibattito è ancora aperto, che, nonostante il tentativo di imporre, insieme alla dad (didattica a distanza), anche specifiche strumentazioni e metodologie, non è senza obiezioni, che c'è una fetta, forse minoritaria, ma importante, di colleghe e colleghi che non intendono rinunciare al loro ruolo di educatori nell'ambito di una socialità unicamente in presenza. Didattica a distanza: “tutto il male viene per nuocere!”
. Ritenere che la dad riesca a garantire il diritto allo studio è semplicemente impossibile. Una verità ovvia, affrontata e discussa con frequenza anche dal dibattito pubblico. Purtroppo però, gli studenti di ogni ordine e grado, dalle elementari alle università, per lenta e macchinosa disposizione ministeriale si sono ritrovati a essere valutati attraverso la formula tanto inedita quanto incerta, della “didattica a distanza”. Da quando tutte le scuole del paese sono state chiuse in blocco per limitare i contagi da Covid-19, il provvedimento preso dal Ministero per rispondere all’emergenza è stato l’adozione della fad (formazione a distanza) che un paio di decreti dopo ha cambiato nome in dad a marcare la stabilizzazione e il funzionamento a pieno regime del programma. Nonostante gli sforzi compiuti dalle persone coinvolte – insegnanti, studenti e genitori – la didattica a distanza non può essere considerata altro che una soluzione di pura emergenza. “Normare” i processi didattici ora, sull’onda critica della situazione dettata dal Covid-19, significherebbe dare normalità a una situazione che normale non è. La didattica a distanza deve restare un’anomalia emergenziale, perché la distanza non è affatto espressione di una buona didattica, che si nutre, invece, di relazioni fisiche. E poiché insegnare significa saper attuare varie forme di intervento che non si possono certo esaurire in connessioni che saltano, ritornano, si interrompono di nuovo, sarebbe il caso che il ministero abbandonasse velleità di regolamentazione, eccessi di verbosità normativa, tentativi surrettizi di normalizzazione, prove tecniche di presunto svecchiamento della scuola. Non si può dimenticare che agli occhi di qualcuno il Covid-19 è apparso addirittura “un’occasione” di rinnovamento della macchina scolastica. L’articolo 33 della Costituzione non va dimenticato. Deve essere lasciata ai docenti la libertà di decidere come organizzare la propria attività, senza derive centralistiche e autoritarie, senza fanatici entusiasmi tecnologici. Noi docenti accettiamo, ora, per necessità, il carattere sperimentale, emergenziale della didattica a distanza, ma sappiamo bene che non è questa la normalità.

Bruno Dal Pane, Cesp (centro studi per la scuola pubblica) Ravenna

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