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Lo psicologo e l'accoglienza dei migranti

L’Italia è un paese che nell’arco di pochi decenni si è trasformato da ambiente povero e di emigrazione, da cui le persone se ne vanno, a luogo di arrivo di nuova immigrazione, in cui giungono nuove persone.

Una parte consistente dei migranti che arrivano in Italia è formata da individui che hanno lasciato il proprio paese per ragioni differenti da quelle economiche. Queste persone sono i richiedenti asilo (o richiedenti protezione internazionale, secondo una definizione più aggiornata) e i rifugiati, ovvero persone spesso costrette a fuggire da zone di guerra, conflitti o violenza diffusa, da dittature o regimi sanguinari o da contesti in cui la sopravvivenza o l’incolumità personali sono a duro rischio per l’azione deliberata di altri uomini. Essi sono migranti “forzati”, che si differenziano da coloro che migrano per ragioni economiche poiché spesso hanno dovuto abbandonare in fretta il proprio paese senza avere un chiaro progetto, spinti dalle circostanze di violenza e di insicurezza dei paesi di provenienza.

In Italia esiste un sistema ideato per l’accoglienza e l’aiuto di tali persone, sparso in tutto il territorio nazionale, ovvero il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (SPRAR), costituito a livello territoriale dalla rete degli enti locali e delle realtà del terzo settore. Questo sistema di accoglienza deve garantire interventi di "accoglienza integrata" che, oltre alla distribuzione di vitto e alloggio, prevedono allo stesso tempo misure di informazione, accompagnamento, assistenza e orientamento, attraverso la costruzione di percorsi individuali di inserimento socio-economico.

In questi sistemi lavorano operatori e professionisti provenienti da differenti aree disciplinari, tra i quali anche lo psicologo. Quest’ultimo infatti può offrire un contributo positivo anche e soprattutto in ambiti che vanno oltre la clinica o il disturbo psichico, intervenendo a livello più generale per favorire il buon funzionamento del sistema di accoglienza. Lo psicologo, infatti, può fornire da un lato sostegno ai migranti, dall’altro sostegno agli operatori e professionisti coinvolti nel setting di accoglienza. Se i migranti beneficiari di protezione internazionale hanno bisogno di una figura come lo psicologo che possa assisterli in un percorso di orientamento, conoscenza e buon inserimento nella società di arrivo, anche gli operatori dei setting di accoglienza necessitano di una simile professione per svolgere meglio il proprio, in condizioni di maggior benessere e conoscenza delle proprie capacità e limiti.

Per quanto riguarda le persone rifugiate e richiedenti asilo, lo psicologo può sostenere ognuna di loro nel raggiungere un buon orientamento socio-culturale e nell’acquisire uno stato di maggior benessere fisico, psichico e sociale, avendo come punto di partenza di ogni azione le caratteristiche specifiche e uniche di ogni singola persona. Per un buon orientamento socio-culturale occorre favorire nel migrante la conoscenza della nuova società e della posizione che egli assume in essa, delle possibilità o dei limiti che essa può offrire per esprimere la propria identità, le proprie caratteristiche e le proprie potenzialità. Questi obiettivi vanno quindi di pari passo con l’aiutare il migrante a recuperare la dimensione della progettualità, messa a dura prova o destabilizzata dall’esperienza migratoria e dai possibili eventi traumatici vissuti in essa; a tal fine lo psicologo può aiutare le persone richiedenti asilo e rifugiate a trovare un percorso di orientamento professionale in cui emergano le competenze e le possibilità individuali.

Inoltre per favorire il benessere dei migranti beneficiari di protezione internazionale, lo psicologo può aiutare queste persone a sviluppare strategie di coping adatte al contesto del paese di accoglienza. Le persone migranti, infatti, e in particolar modo coloro che sono dovute scappare da guerre, persecuzioni e violenze, hanno spesso vissuto esperienze e situazioni potenzialmente disturbanti o traumatizzanti, sia nei paesi di origine sia durante il percorso migratorio, e di conseguenza mettono in atto differenti strategie per fronteggiare le difficoltà delle situazioni che si incontrano, note nella psicologia come strategie di coping. Secondo due ricercatori olandesi, Kramer e Bala (2004), vi sono quattro diversi stili di coping che i migranti possono assumere a seconda delle particolari circostanze in cui si possono trovare nel nuovo paese. Partendo in ordine dal più disadattato a quello più adattivo, i migranti nella propria esperienza migratoria possono essere naufraghi, ibernati, combattenti ed esploratori; una stessa persona può passare da uno di questi stili ad un altro a seconda del tempo, del contesto e delle nuove esperienze. Lo psicologo deve cercare di favorire maggiormente le situazioni in cui la persona migrante si senta esploratrice, ovvero una persona con una positiva immagine di sé, flessibile e rivolta a nuove esperienze.

Riguardo invece gli operatori e i professionisti che lavorano nei setting di accoglienza, lo psicologo può svolgere un ruolo importante sia nel fornire sostegno e supporto agli interventi di queste persone, sia nell’offrire formazione e aggiornamento riguardo tematiche concernenti il benessere lavorativo. Il lavoro quotidiano degli operatori di accoglienza è assai intenso ed espone a vicende di violenza e di sofferenza; ogni operatore o professionista coinvolto in un setting di accoglienza attiva perciò dei meccanismi di difesa che hanno lo scopo di evitare la sofferenza nelle sue diverse forme. Lo psicologo deve aiutare gli operatori dei setting di accoglienza ad essere maggiormente consapevoli di quale tipo di meccanismo di difesa viene più usato. Se in ogni professione di aiuto è normale sviluppare dei meccanismi che proteggono la persona dalla sofferenza, un’eccessiva inconsapevolezza di questi meccanismi può generare l’attivazione di ‘fantasmi’, ovvero di modelli di pensiero e di attitudini che una persona investita di un particolare ruolo (in questo caso quello di operatore di accoglienza) mette in atto quando entra in relazione con un’altra persona. Il fantasma più diffuso in questo campo è quello del salvatore, un ruolo che l’operatore si auto-attribuisce, identificando il migrante come vittima che deve essere salvata e ‘riportata alla vita’ (Losi e Papadopoulos, 2004). I meccanismi di difesa e i fantasmi, pur essendo processi che entrano comunemente in gioco nelle relazioni di aiuto, possono portare a distorsioni, errori e delusioni nell’attività lavorativa se gli operatori non sviluppano alcuna consapevolezza di essi. Lo psicologo deve farsi carico di questa presa di coscienza da parte delle persone che lavorano nei sistemi di accoglienza, al fine di rendere più efficace il loro lavoro e di diminuirne il disagio.

LINK:
Losi, N., Papadopoulos, R. K. (2004), Costellazioni della violenza nelle situazioni post-conflitto e l’approccio psicosociale dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), https://www.contextus.org/files/1-billion-chapter-IOM_it.pdf.
Kramer, S. And Bala, J. (2004) Managing uncertainty; coping styles of refugees in western countries, in “Intervention“, Volume 2, Number 1, page 32-42.


 

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