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Solo perché non accade qui

C'è un video che negli ultimi giorni sta avendo una diffusione rapidissima nella rete globale e sta generando commenti a valanga su tutte le piattaforme social. Caricato sul sito YouTube solo due giorni fa (5 Marzo), ha totalizzato in poche ore più di 10 milioni di visualizzazioni (mentre scrivo sta raggiungendo e superando l'undicesimo milione), diffondendosi in modo capillare attraverso piattaforme come Facebook e Twitter. Il video si intitola “Most shocking Second a Day Video” ed è visibile a questo link (invito il lettore a guardarlo prima di proseguire la lettura di questo scritto, potrei anticipare dei particolari e rovinarne la visione).

Realizzato dall'agenzia britannica Don't Panic per la ONG Save the Children, il filmato ha colpito il sottoscritto (come altri 11 milioni di persone) innanzitutto perché, confezionato a regola d'arte, non può lasciare indifferenti. Successivamente all'impatto “di pancia” vissuto da spettatore ho iniziato ad apprezzare questo video anche per i numerosi risvolti osservabili attraverso le “lenti” dello psicologo.

Questo successo mediatico del terzo millennio dimostra la grande abilità dei professionisti dell'agenzia pubblicitaria nell'applicare una serie di princìpi psicologici in modo efficace, ottenendo lo scopo prefissato (cioè l'alta diffusione globale), una volta tanto, non per venderci un prodotto di consumo, ma piuttosto per invitarci ad una presa di coscienza: il video fa parte infatti di una campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi per aiutare i bambini coinvolti nella guerra civile siriana, che si protrae ormai da 3 anni e della quale ci interessiamo sempre troppo poco (per approfondire si può iniziare da Wikipedia).

Innanzitutto, alcune considerazioni sulla strategia scelta per realizzare questa campagna pubblicitaria. Fenomeni di questo tipo, ovvero video (o altri contenuti) diffusi direttamente dagli utenti attraverso la rete (piuttosto che attraverso i media tradizionali, come la televisione) sono noti come “virali”, più o meno nella stessa accezione che il termine ha in campo medico: come delle epidemie si diffondono globalmente in pochissimo tempo ed in maniera esponenziale, a ritmi sempre crescenti. Tuttavia, a differenza dei virus (biologici o informatici) i fenomeni virali sul web si propagano per contagio “volontario”: siamo noi utenti, dopo aver visto il video, a suggerirlo ai nostri contatti in rete, perché lo riteniamo particolarmente interessante e/o emozionante. Si tratta di contenuti che fanno sorgere in noi il bisogno impellente di condivisione, espresso da pensieri tipo «Lo devo immediatamente far vedere a qualcun altro!».

Le tecniche di marketing virale sfruttano quindi, oltre che alle potenzialità della rete virtuale, l'atavico bisogno dell'essere umano, in quanto animale sociale, di condividere con i propri simili le informazioni ritenute più interessanti, bisogno che sta alla base della creazione di cultura nelle società umane di ogni latitudine ed epoca, nonché meccanismo a garanzia dello sviluppo e della sopravvivenza della nostra specie sin dall'alba dei tempi.

Per far sì che un video diventi “virale”, tuttavia, laddove la concorrenza è più che spietata (considerato che su Youtube vengono, ogni mese, pubblicate complessivamente più di 6 miliardi di ore di contenuti video), il prodotto deve necessariamente contenere le caratteristiche chiave che ne permetteranno la propagazione spontanea attraverso la rete degli utenti. Il video di cui stiamo parlando ha, ovviamente, tutte le carte in regola: ha una durata brevissima (93 secondi) che non richiede eccessivo impegno temporale allo spettatore; si inserisce “mimetizzandosi” nell'ormai nutrito gruppo dei video 1 second a day (brevi filmati dove l'utente mostra in sequenza rapida singoli momenti presi dalla propria vita quotidiana, registrando un secondo ogni giorno, come questo); è comprensibile anche ai non anglofoni (il parlato è pochissimo, sono le immagini a parlare); il titolo (traducibile come “Il più sconvolgente video un-secondo-al-giorno”) ha quel tanto che basta per scatenare la nostra curiosità.

Tuttavia, l'elemento principale che determina il successo del video è la tecnica narrativa utilizzata per generare in noi spettatori un forte impatto emotivo: il mostrare come la vita di una bambina venga stravolta nel giro di pochissimo tempo dalla guerra, ambientando la storia a casa nostra. Perché questa tecnica risulta vincente?

Studi nel campo della Psicologia Sociale hanno dimostrato (grazie ai lavori di Henri Tajfel, John C. Turner e Rupert Brown, solo per citarne alcuni) come ciascun individuo discrimini in modo sistematico (ed inconsapevole, il più delle volte) gli altri, giudicando più positivamente coloro che fanno parte dell'ingroup (il proprio gruppo di appartenenza, noi) a discapito degli appartenenti all'outgroup (tutti i gruppi dei quali non si condivide l'appartenenza, loro). Inoltre, gli psicologi sociali hanno sottolineato come ciascuno di noi sia generalmente meno propenso a sviluppare un contatto empatico nei confronti di chi appartiene a gruppi diversi dal nostro, abbiamo cioè più difficoltà a metterci nei panni dell'altro (comprendendo il suo punto di vista ed il suo stato emotivo) se quest'ultimo non appartiene al noi, senza per questo essere apertamente xenofobi o razzisti.

Non si esclude certo il fatto che proviamo tristezza, compassione e rabbia quando vediamo scorrere le immagini delle vittime di guerra in zone geograficamente lontane (come la Siria, appunto), specialmente quando si tratta di innocenti indifesi. Tuttavia, il contatto empatico derivato dall'immedesimazione è un qualcosa che ci tocca più nel profondo, ed è un'esperienza che riusciamo a vivere più intensamente quando riguarda un individuo che percepiamo appartenere al noi. Il detto popolare “lontano dagli occhi, lontano dal cuore” in questo caso non riguarda le coppie di innamorati.

Questo recente fenomeno virale dimostra come discriminazioni e pregiudizi in fondo ci coinvolgano tutti, e basa proprio su queste nostre distorsioni del giudizio l'efficacia del proprio messaggio: è possibile vivere l'orrore portato dalla guerra nella vita della protagonista anche e soprattutto perché gli eventi accadono nelle strade di una qualsiasi cittadina del mondo occidentale, rendendo in noi quasi automatico il pensiero «Potrebbe essere casa mia, mia figlia, mia sorella...potrei essere io».

Questa scelta narrativa, più di sostanza che puramente stilistica, accompagnata allo slogan (“Solo perché non accade qui, non significa che non stia accadendo”) è un mix potentissimo di immagini, suoni e parole che colpisce dritto alla coscienza e, per le nostre menti, ha più impatto rispetto alle immagini da telegiornale alle quali, ormai, siamo tristemente abituati. Pura psicologia applicata alle nobili cause della solidarietà internazionale.

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