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Sabato, 3 Dicembre 2022
Romagna terra di grandi personaggi

Romagna terra di grandi personaggi

A cura di Lorenzo Matteucci

Romolo Gessi e Pellegrino Matteucci: l'affascinante storia dei due avventurieri ravennati in Africa

Essi furono legati dalla sorte sia nella nascita (entrambi erano originari di Ravenna) che nella morte (entrambi abbandonarono questo mondo nel 1881)

Tra le pieghe della realtà si celano spesso vicende che sono talmente affascinanti da rendere la storia un luogo quasi romanzesco. Tra queste vicende, l’epopea di Romolo Gessi e di Pellegrino Matteucci trova senz’altro un posto di rilievo. Essi furono legati dalla sorte sia nella nascita (entrambi erano originari di Ravenna) che nella morte (entrambi abbandonarono questo mondo nel 1881). Ma andiamo con ordine.

Romolo Gessi nacque il 30 aprile 1831 da padre ravennate e madre armena, ma non in città: il destino volle che il futuro ‘pascià’ venisse al mondo sulla nave che stava trasportando i suoi genitori da Ravenna a Istanbul. Nella metropoli ottomana, infatti, il padre Marco lavorava come console per conto di Sua Maestà d’Inghilterra. Dopo la morte del padre, i rapporti con l’ambiente diplomatico inglese divennero per Romolo ancora più stretti. Egli ebbe infatti modo di studiare, grazie alle sovvenzioni fornitegli dal governo britannico, divenendo poliglotta: nel suo bagaglio culturale poteva annoverare conoscenze di tedesco, inglese, francese, turco, armeno, greco e russo, oltre alla dottrina militare appresa nelle accademie austriache e tedesche. Siamo a questo punto alla metà del XIX secolo. Gessi stava preparandosi a partecipare alla guerra russo-turca in Crimea (1855-1856), che rappresentò per lui uno spartiacque: in quell’occasione, egli infatti ebbe modo di stringere amicizia con Charles George Gordon, che in futuro sarebbe stato meglio noto come ‘Gordon Pascià’.

Nel frattempo, pochi anni prima, il 13 ottobre 1850, era venuto al mondo un altro viaggiatore, pellegrino di nome e di fatto: Pellegrino Matteucci. Il fato volle che Matteucci portasse nel nome quella che sarebbe stata la vocazione della sua breve vita (fu strappato alle sue avventure infatti a soli 31 anni da “febbri perniciose”). L’incontro tra i due avvenne nel 1877. Gessi aveva 46 anni, Matteucci 27, ma li alimentava entrambi un indomito desiderio di avventura, un anelito che li portò ad anteporre il brivido della scoperta finanche alla propria sopravvivenza. A quel tempo, Gessi aveva già combattuto nelle file dei Cacciatori delle Alpi garibaldini e successivamente raggiunto l’amico Gordon, ormai divenuto governatore delle zone equatoriali dell’Africa, per aiutarlo nella lotta alla calamità della tratta degli schiavi (di qui poi il suo soprannome, “Garibaldi d’Africa”). Matteucci, invece, aveva coltivato i suoi interessi per la medicina e le scienze naturali, nonché per la lingua araba, e interpretava - in quanto cattolico - la sua vocazione all’avventura come una missione divina.

Nel 1877, appunto, il “Garibaldi d’Africa” e “l’esploratore gentile” si misero così all’opera per portare a termine il compito che era stato loro affidato - individuare le origini del Nilo. Il risultato? Essi tornarono dopo solo un anno, nel 1878, senza alcun risultato di rilievo. Un fiasco, insomma. Da quel momento, le loro strade si divisero. Gessi continuò - anche se permangono aspetti controversi sulla sua figura - ad impegnarsi nella lotta antischiavista, al servizio di ‘Gordon Pascià’, esperienza che raccontò nel suo "Sette anni nel Sudan egiziano". Matteucci, invece, realizzò l’impresa per cui si riteneva nato: divenne il primo europeo ad attraversare tutta l’Africa da est a ovest, partendo dal mar Rosso e giungendo sul Golfo di Guinea.

Entrambi si spensero - Gessi a Suez, Matteucci a Londra - lontano dalla Romagna, ormai malati, consumati da una vita intensa e colma di passione per l’ignoto, nel 1881. Oggi le loro spoglie si trovano rispettivamente nel Cimitero Monumentale di Ravenna e presso la Certosa di Bologna. Gessi e Matteucci: due esploratori, due giramondo, due destini comuni, che portarono un po’ di Ravenna in Africa, che si spensero lontano dalla loro terra e che oggi riposano qui, a fianco a noi, ad eterno ricordo della loro sete di conoscenza e di avventura.

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