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Giovedì, 19 Maggio 2022
Suono ma nessuno apre

Opinioni

Suono ma nessuno apre

A cura di Matteo Fabbri

Alla scoperta dell'acid jazz, un concentrato impazzito di suoni e contaminazioni

Chi ama questo tipo di musica predilige ascoltarla dal vivo, dove si possono apprezzare lunghe e fantasiose improvvisazioni che conducono l’ascoltatore in una spirale ipnotica di sensazioni

E dopo l’articolo sullo Yacht-Rock e quello sul Sophisti-Pop, proseguo nella piccola rassegna dedicata ai sottogeneri musicali con nomi bizzarri ma da ripescare. Oggi è il turno di uno di quelli che suona bene in ogni stagione. Mentre ci sono sonorità più adatte al lugubre inverno e altre invece rinfrescanti e perfette per il torrido caldo agostano, il sottogenere odierno è, al contrario, molto trasversale. E la sua peculiarità risiede proprio nel suo riuscire a farti rilassare ma contemporaneamente ballare: sono canzoni che puoi ascoltare in spiaggia, ma anche in raffinati locali come il “Blue Note”, o ancora in automobile o, perché no, che puoi trovare come sottofondo nel classico negozio d’abbigliamento.

Cominciamo a vederne storia e caratteristiche distintive. Innanzitutto, dove siamo e quando? Il luogo, come spesso accade, è la Gran Bretagna, precisamente Londra. Il periodo è la prima metà degli anni '90. E’ lì che in quel momento divampa un miscuglio eterogeneo che unisce radici spesso considerate agli antipodi e difficilmente accomunabili tra loro: jazz, funk, dance, soul, elettronica, rock, musica latina e hip hop. Un concentrato impazzito di contaminazioni dalla cui fusione prende vita il protagonista di oggi: il cosiddetto “Acid-Jazz”. Dunque, prima di tutto non facciamoci spaventare dalla parola “jazz” perché in realtà si tratta di canzoni molto accessibili, che ascoltiamo quotidianamente in radio, a volte senza nemmeno rendercene conto. Musicalmente si tratta di una vera e propria esplosione di ritmo che trae linfa dai virtuosismi della scena jazz-funk anni ‘60-’70, con giri di basso infiniti e i vari fiati (trombe e sassofoni) che saltellano qua e là sui groove creati da vivaci tappeti di tastiere. Chi ama questo tipo di musica predilige ascoltarla dal vivo, dove si possono apprezzare lunghe e fantasiose improvvisazioni che conducono l’ascoltatore in una spirale ipnotica di sensazioni. L'Acid-Jazz infatti punta molto sulla musicalità e sulla libertà concessa agli strumenti, lasciando alle parole un ruolo di contorno.

Come per tanti altri sottogeneri, anche in questo caso il nome ha un’origine particolare: non è che uno si è svegliato la mattina e ha deciso di punto in bianco di chiamarlo così. Questo in particolare deriva dal nome di un'etichetta discografica fondata da due DJ londinesi, la “Acid Jazz Records” appunto, che aveva iniziato a operare sul mercato nel periodo in cui in Inghilterra andava di moda una dance dall’atmosfera “acida”, che per questa ragione veniva chiamata Acid-House. Ecco, per scherzo i due dj hanno dato vita alla loro etichetta, pubblicando dischi di stampo jazz ma con l’idea di aggiungere la parolina magica “Acid”. Nonostante fosse jazzata, la musica che proponevano sembrava sposarsi perfettamente col dancefloor e uno dei due dj, mentre selezionava i dischi a una serata, coniò quasi involontariamente il nome del genere pronunciando una frase storica: "Finora avete ballato Acid-House? Bene, adesso tocca all’Acid-Jazz!". Non per niente l'Acid-Jazz è detto anche "dancefloor jazz", cioè un jazz da pista da ballo, ballabile nei club.

Molte delle cose migliori (e di maggior successo) di questo filone possiamo trovarle nei primi dischi dei Jamiroquai, oppure, sempre per restare nell'ambito più “poppizzato” dell'Acid-Jazz, nella discografia degli Incognito in cui spiccano hit strafamose del calibro di “Don’t You Worry ‘Bout the Thing” oppure “Still A Friend Of Mine”. Ma effettivamente non è facile dare una definizione precisa di Acid-Jazz perché la proposta dei vari gruppi che si riconoscono sotto questa dicitura è estremamente frastagliata. Francamente non ho mai capito come mai l'Acid-Jazz non abbia raggiunto e mantenuto un successo duraturo: si tratta di sonorità molto fresche e orecchiabili, ma allo stesso tempo eleganti e ben costruite. Melodie, quindi, che possono tranquillamente mettere d'accordo l'espertone fissato di musica, ma anche chi vuole semplicemente svagarsi con un cocktail in mano, senza troppi pensieri. Chissà, forse era davvero troppo ibrido: non abbastanza dance nel periodo in cui questa era al top; ma nemmeno abbastanza rock, quando questi era tornato in auge negli anni ‘90 grazie a grunge e britpop.

Prima di concludere, se volete farvi una compilation, vi nomino alcuni dei principali artisti compresi dentro questa corrente: oltre ai già citati Jamiroquai e Incognito, segnatevi i Galliano, James Taylor Quartet, Brand New Heavies (che sono quelli con cui Jason Kay fece un provino, andato male, prima di fondare i suoi Jamiroquai), US3, St. Germain e infine, per andare tra gli epigoni italiani, i “Dirotta Su Cuba”.

A questo link è possibile ascoltare l'episodio del podcast

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