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Lunedì, 27 Maggio 2024
Suono ma nessuno apre

Suono ma nessuno apre

A cura di Matteo Fabbri

La bellezza del dialetto romagnolo in musica: la storia de 'I Blëch De Sabat', nati in un bar di Ravenna

Il gruppo è originario di Sant’Alberto e in quel periodo (primi anni 2000) aveva racimolato un buon seguito dalle nostre parti, con qualcosa come 5.000 copie vendute (in un’epoca in cui se ne masterizzavano un sacco) e un’intensa attività live

Tanti anni fa scoprii per caso il disco di una band dal nome strano, “I Blëch De Sabat”, nel cui sangue scorrevano Springsteen, Creedence Clearwater Revival, il cantautorato e il blues. Ma la particolarità di questo album era il fatto che fosse cantato quasi interamente in dialetto romagnolo, con una forte dose di ironia (e non solo). Il gruppo, infatti, è originario di Sant’Alberto e in quel periodo (primi anni 2000) aveva racimolato un buon seguito dalle nostre parti, con qualcosa come 5.000 copie vendute (in un’epoca in cui se ne masterizzavano un sacco) e un’intensa attività live. Nei giorni scorsi ho avuto il piacere di scambiare quattro chiacchiere con il motore principale di questo progetto: il chitarrista, autore e seconda voce, Alessandro Rondinelli (detto “Uc”), con cui abbiamo provato a ripercorrere la loro storia, ponendo l’accento soprattutto sulle radici e sull’uso del dialetto.

Ciao Uc! Partiamo dall’inizio. La vostra è una di quelle storie di provincia che mi dà l’idea di essere molto affascinante. Qual è stata la scintilla da cui è scaturito il progetto “I Blëch De Sabat”?
La scintilla è scoccata al “Bar Mosaico” di Ravenna, nel dicembre del 1988. I miei avevano appena comprato quel locale e una sera decidono di organizzare una cena con i ragazzi che lo frequentavano, un paio dei quali portarono la chitarra. A un certo punto uno attaccò a suonare “Johnny B. Goode” e a me venne istintivo declinarlo in dialetto, trasformandolo in “Via Cavour” e raccontando la storia di Sandro che, così come Johnny, deve scappare perché si è fatto beccare dai genitori delle ragazze alle quali “dava addosso”. Per cui “go go Johnny go go” diventa “cor cor Sandro cor cor”. Ecco, finita quell’improvvisazione ci furono scene di giubilo tra gli astanti, reazione che si verificò anche le volte successive, ovunque riproponessi il brano. All’epoca ero un quindicenne, da un paio d’anni avevo iniziato a imparare a suonare la chitarra ma non c’era nessuno della mia età a Sant’Alberto che suonasse, e di conseguenza se volevo condividere quella mia passione dovevo sempre portarla con me. Quindi ogni tanto, con un paio di amici, “Balda” e “Cuco”, prendevamo qualche canzone in inglese e sostituivamo le parole con delle frasi in dialetto in cui raccontavamo quello che succedeva in paese. L’uso del dialetto venne naturale e l’inerzia rimase quella. Questa cosa andò avanti per divertimento per un po’ di tempo. Nel frattempo divento padre, e questo è un passaggio fondamentale per la nascita de “I Blëch De Sabat”, perché mi trasferisco a Ravenna con mia moglie Eleonora e mia figlia primogenita, Linda, e naturalmente la mia vita cambia un sacco: prima mi trovavo tutte le sere al bar a chiacchierare con gli amici, mentre a Ravenna non avevo più quel giro e dentro di mi dicevo “cosa posso fare?”. Un giorno vado da “Spalazzi” (negozio di musica, ndr) per comprare delle corde per chitarra. Quando arrivo lì, vedo un pianoforte usato in vendita e me lo porto a casa. Comincio a strimpellarlo un po’ e mi viene in mente che uno dei miei vecchi professori di musica delle medie, Franco Segurini, dava lezioni. Lo contatto e tutte le volte in cui andavo da lui, al termine della lezione, gli facevo sentire alcuni dei miei brani. E lui ogni volta finiva sempre col dire “è troppo bella questa roba, non puoi tenerla nel cassetto”. Così ho cominciato a prendere in seria considerazione l’idea di realizzare un disco vero e proprio.

Però in quel momento eri ancora da solo, eravate solo tu e la tua chitarra. Come hai formato il gruppo? Quando sono arrivati gli altri?
Inizialmente l’idea era quella di sfruttare le capacità alle tastiere del mio maestro, Segurini. Avremmo programmato le batterie, io avrei suonato basso e chitarra, e dal vivo ci saremmo portati le basi. Mancava solo un cantante, dato che io proprio non volevo cantare, e chi mi ha sentito sa il perché (ride, ndr). Alla fine reclutai Alessandro Rambelli, detto “Missile”, colui che diventerà effettivamente la voce ufficiale dei Blëch (nome e grafia con cui la band si presenta da qualche anno anche per via della collaborazione con Giuseppe Bellosi, autorevole linguista romagnolo). Missile lo conoscevo già, era un grandissimo cantante ed era di Sant’Alberto come me, per cui sapevo benissimo che non avrebbe avuto nessun problema con l’idioma. Tra l’altro poi si è rivelato anche un ottimo scrittore perché in brani come “Una Giurneda Drì Po’”, “Canzon Par La Mì Dòna” e “Par Dò Papet A-E Dé”, solo per citarne alcuni, il suo apporto sarà fondamentale. Grazie a lui, alla sua splendida voce e al suo modo di scrivere i testi, i Blëch hanno preso la forma che sognavo e di questo lo ringrazierò per sempre. Cominciamo, quindi, con l’idea di sviluppare questo progetto in due. Però non ero soddisfatto perché avevo in mente un sound più “da band”. Allora mi vennero in mente “Cindro” e “Taxi”, rispettivamente batterista e bassista: quando avevo 13-14 anni e stavo imparando a suonare, li vedevo al bar di Sant’Alberto e li stressavo sempre “allora quand’è che suoniamo un pomeriggio?” Ogni tanto mi davano soddisfazione e ci trovavamo a casa di Cindro dove sfogavo la mia voglia di rock e dove spesso venivo rimproverato perché non finivo mai un brano, vizio che ho non ho ancora perso e chi viene a sentirci lo sa (ride ancora, ndr). Passano una decina d’anni e ci troviamo tutti assieme per dar vita ai Blëch. Il clima era meraviglioso perché eravamo tutti di Sant’Alberto, quindi più o meno la modalità di vivere e di relazionarci era la stessa. Avevamo un sacco di cose in comune. E questo ha dato tanto: quando suonavamo live eravamo veramente un corpo unico. Il tastierista, invece, è arrivato successivamente, quando io ho cominciato a spaccare i maroni a Missile perché volevo essere il più libero possibile sul palco, e poi perché la tastiera ti permette di spaziare tanto in termini di sonorità e arrangiamenti (aggiungendo archi, pianoforte, Hammond, ecc...). Missile suggerisce di contattare il nipote di Pierfranco Castelli (un cantautore di discreto successo negli anni ‘60), che studiava al conservatorio e che di nome fa Mirko Maltoni. La prima volta che questi venne a casa mia, attaccò a suonare e dentro di me pensavo “ah, questo qui non ci rimane mica con noi”, perché era veramente troppo bravo. Il suo percorso successivo ai Blëch nella musica classica è lì a dimostrare quanto avessi ragione circa il suo talento. Un esempio? Galway, uno dei più grandi flautisti di sempre, lo chiamerà per essere accompagnato a suonare in giro per il mondo. E la cosa più bella è che al suo ritorno in Italia, nel raccontarmi questa esperienza, mi confidò “non sai quante volte, stando su quei palchi incredibili, pensavo a che fortuna fosse stata per me far parte dei Blëch”. Questo perché con noi ha integrato i suoi studi classici con una maniera completamente differente di vedere la musica, e non da ultimo perché quando suonavamo live c’era da stare veramente attenti visto che mi divertivo come un bambino nel girarmi e cambiare arrangiamento nel bel mezzo dell’esecuzione di una canzone (ride, ndr).

A questo link è possibile ascoltare il podcast 'Suono ma nessuno apre'

A questo punto la domanda sorge spontanea: perché avete scelto di usare il dialetto?
Beh, non è stata proprio una scelta. E’ stata più una conseguenza naturale e istintiva perché in paese si parlava solo il romagnolo. Noi l’italiano lo parlavamo esclusivamente a scuola. Pensa che quando, tra fine ‘80 e inizio ‘90, cominciavamo a venire a Ravenna in motorino o in corriera di sabato pomeriggio per fare le prime “vasche” in centro, ci catechizzavamo a vicenda, raccomandandoci di non parlare in dialetto, altrimenti le ragazze avrebbero pensato male. Ovviamente non facevamo neanche in tempo a varcare l’ingresso di Via Diaz che stavamo già discutendo in dialetto. Era automatico per noi. E poi c’è da dire che il romagnolo in musica è ottimo. Come metrica è perfetto perché ha un sacco di parole tronche che si adagiano bene. Tant’è che se ascoltate la versione ufficiale dei Guns N' Roses di “Patience”, e ci cantate sopra il nostro riadattamento intitolato “Gianel”, l’aderenza metrica è sorprendente.

Certo, però non pensi che se da un lato l’uso del dialetto romagnolo abbia conferito più genuinità alla vostra proposta, dall’altro sia stato anche un po’ penalizzante?
Col dialetto c’è un pericolo, ed è una cosa che io odio: il fatto che molti facciano quella libera associazione per la quale se canti in dialetto allora sei per forza demenziale. Capisco da dove viene questo pensiero, però se questa associazione la fa uno che ha sentito il nostro disco secondo me è superficiale. Perché ci sono sicuramente tanti passaggi ironici, e ce li teniamo ben stretti in quanto fanno parte della cifra stilistica dei Blëch. Però nella vita la stessa persona che ride, piange anche, e la stessa persona che fa battute poi parla anche di cose serie. Io non penso che il dialetto ci abbia penalizzato. Il fatto di cantare in dialetto e farlo in quella maniera lì, cioè prendendolo seriamente come se stessimo cantando in italiano, ha fatto sì che fossimo assolutamente identificabili. E poi in tutta sincerità era quello che dovevamo fare, che sentivamo di fare e lo abbiamo fatto con tutto l’amore e la passione di cui disponiamo.

A proposito di quello che dici sul pregiudizio verso il romagnolo: c’è una vostra canzone che mi fece commuovere quando la ascoltai per la prima volta. E’ la title-track del vostro album, “Una Giurneda Drì Po’”, e ancora oggi non nascondo che quell’atmosfera e il quadretto che viene dipinto da quelle parole mi facciano venire i brividi. Insomma, sarebbe limitante dire che la vostra è solamente una proposta ironica.
Questa cosa che dici sta tornando di brutto ultimamente. Qualche sera fa è venuto a casa mia un mio vecchio amico di Sant’Alberto e nel parlare di questa canzone si è commosso profondamente. E’ bellissimo osservare il legame fortissimo tra questo pezzo e Sant’Alberto (e i santalbertesi). Questa canzone ha dentro di sé tante particolarità. Missile parla di un luogo al quale è profondamente legato. La portata emotiva è altissima perché suo padre era il traghettatore del fiume che descrive. Quello che Missile sentiva mentre scriveva, e che sente quando affronta quell’argomento, è riuscito a trasferirlo anche nelle parole. La prima volta che mi ha letto il testo sono rimasto a bocca aperta. Poi musicalmente è un brano di soli quattro accordi che dura quasi otto minuti e ti tiene lì fino alla fine. Magia.

Nel vostro disco è contenuta anche una versione bellissima e molto originale di “Romagna Mia”. Avete mai ricevuto dei feedback dalla famiglia Casadei?
Guarda, fu bellissimo perché quando io e Missile andammo dalla Riccarda (la figlia di Secondo Casadei), e le facemmo ascoltare il brano, lei si commosse. Fu una soddisfazione enorme. Tra l’altro c’è una questione che riguarda “Romagna Mia” e che mi è sempre stata sui coglioni: di fatto ha un testo nostalgico e invece spesso viene cantato “da baracca”. Questa cosa deriva da due fattori: uno è lo stereotipo della Romagna, che sembra debba avere sempre per forza un approccio guascone alla vita; l’altra è il fatto che il ritornello si apre in maggiore, mentre la strofa è in minore. Allora io cosa ho fatto? Oltre a renderla una ballata, suonandola in 4/4, rovescio le cose armonicamente proprio per cercare di tirare fuori quell’aspetto nostalgico e struggente di una persona che è lontana dalla propria terra e che gli manca da morire.

Ti capita mai di riascoltare il vostro unico disco, “Una Giurneda Drì Po’”? A distanza di ventidue anni cosa senti? Lo trovi acerbo? Cambieresti qualcosa? Ha risposto bene al tempo?
Penso che era assolutamente la mia idea di disco. E sta durando ancora oggi. Sono contento. Ovviamente qualcosa la farei diversamente oggi ma ci sono voluti un sacco di anni per arrivare a dire “cambierei qualcosa”. E comunque si tratta di cose minori. Comunque è vero che è l’unico disco uscito, ma non l’unico che abbiamo scritto. C’è un doppio album pronto e poi un altro disco che in realtà a livello cronologico, come scrittura dei brani, sarebbe il seguito di “Una Giurneda Dri Po”, e contiene alcuni dei brani che furono scartati dal primo, non per un discorso di qualità ma perché avevano uno stile diverso dagli altri e volevamo dare una coerenza al disco.

In questi ultimi anni il progetto è evoluto diversamente: non siete più una band fissa ma siete rimasti fondamentalmente un duo, tu e Missile.
Il gruppo ha tenuto botta fino al 2003 in maniera tosta, con tanti concerti. Dopodiché ci sono state scelte diverse. Ma è giusto, sono le cose della vita: cambiano le visioni e le necessità. Io avevo voglia di sperimentare, non volevo rifare lo stesso tipo di disco e diventava necessario anche mettersi in discussione tutti come musicisti. Ma in alcuni degli altri, essendo anche più grandi di me, magari la voglia o l’interesse veniva meno. Però non c’è mai stato un anno intero senza aver fatto almeno un concerto. E comunque noi siamo rimasti sempre amici, il legame va al di là della musica. In questi ultimi anni, invece, siamo io e Missile a portare avanti il nome. Abbiamo una band dal vivo che ci accompagna, ma non è mai fissa al 100%. Chiamiamo musicisti esterni. Questo ci dà la possibilità di suonare con dei professionisti e avere un livello molto alto di esecuzione. Ad esempio, suoniamo con Massimo Sutera che ha lavorato dieci anni con Dalla, poi con Carboni, ecc...è quasi un membro fisso ormai. Al massimo ciò che manca rispetto agli esordi è solo un po’ di quella magia che c’era tanti anni fa, fatta di quell’amicizia che vivevi stando insieme da giovani.

Qual è la risposta del pubblico a questa recente formula?
Meravigliosa. Le nostre serate sono sempre piene, anche di giovani che quando è uscito il nostro disco erano dei neonati e ci hanno raccontato di essere cresciuti con le nostre canzoni nella macchina dei loro genitori. Così come i miei in macchina ascoltavano Morandi, Alan Sorrenti e Battisti, questi sono cresciuti con la voce di Missile. E’ stupenda questa cosa. Tu pensa che tanti anni fa a un nostro concerto nel cervese, alla Festa dell’Unità, arrivò uno da me e disse “oh ma ce l’hai un disco da vendere? Sono due mesi che ogni tanto vado alla discheria del Gallery di Ravenna per affittarlo e masterizzarlo ma non c’è mai”! Ho sgranato gli occhi: da un lato mi è tirato un po’ il culo che la gente masterizzasse il nostro disco, ma d’altro canto mi ha fatto un sacco piacere perché è vero che le masterizzazioni non ti ripagano economicamente, ma il fatto che il nostro disco non fosse mai disponibile, e lo cercassero, ti dice tanto dell’interesse che c’era nei nostri confronti. Tornando ai nostri giorni, invece, il penultimo concerto che abbiamo fatto, stavolta a Piangipane, è stato forse il più sorprendente perché c’era gente che non avevo mai visto in faccia e che non conoscevo, ma che cantava a memoria tutte le canzoni del disco!

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