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Suono ma nessuno apre

Suono ma nessuno apre

A cura di Matteo Fabbri

Ecco perchè Whitney Houston merita un biopic (che esce per Natale al cinema)

Se esiste una storia perfetta per fare da sceneggiatura a un film, questa è quella di Whitney Houston, una “black queen” della musica, un’autentica regina del pop, protagonista di un’intensa carriera musicale che è andata di pari passo con una drammatica vita privata dai mille risvolti

Se esiste una storia perfetta per fare da sceneggiatura a un film, questa è quella di Whitney Houston, una “black queen” della musica, un’autentica regina del pop, protagonista di un’intensa carriera musicale che è andata di pari passo con una drammatica vita privata dai mille risvolti. La pellicola è stata effettivamente realizzata ed esce nelle sale proprio in questi giorni, in concomitanza con le festività natalizie, distribuita da Warner Bros. Ma riuscirà a cogliere lo spirito di un’esistenza complessa e sfaccettata come la sua?

La vita artistica di “The Voice” (come era soprannominata) esplose praticamente subito, in un turbinio di acuti incredibili. Il suo disco di debutto datato 1985, infatti, entrò direttamente al numero uno della classifica americana e risulterà l’album più venduto di una cantante esordiente (quasi trenta milioni di copie), grazie a tracce come “Greatest Love of All” e “How Will I Know”. Ma la sua parabola sarà diametralmente opposta a quella di un’altra popolarissima leonessa tormentata: Tina Turner. Laddove quest’ultima ha avuto il meritato riscatto dopo una sofferenza che sembrava infinita, nel caso di Whitney, invece, si parte forte per poi crollare disperatamente, fino al tragico finale. Ma procediamo per gradi.

Whitney Houston era una predestinata: la madre era una cantante, la madrina era niente meno che Aretha Franklin e la zia era Dionne Warwick. Già questo basterebbe per capire il contesto in cui cresce. Whitney nasce nel New Jersey nell’agosto del 1963 e fin dall’età di sette anni canta nel coro della chiesa. Quando è ancora teenager inizia a esibirsi con la madre e viene scelta come corista in alcune produzioni di rilievo, come nel singolo “I’m Every Woman” di Chaka Khan. Parallelamente comincia a lavorare come modella, diventando una delle prime afroamericane ad apparire sulle copertine dei più importanti settimanali statunitensi.

A questo link è possibile ascoltare l'episodio del podcast Suono ma nessuno apre

Poco più che maggiorenne viene notata da Clive Davis, potente manager discografico che la prende sotto la sua ala e la trasforma in una irresistibile cantante pop, mettendole a disposizione i migliori produttori per dar luce al suo primo album in cui mostra subito uno straordinario talento vocale. Il successo, come detto, è immediato e devastante. E non sarà un fuoco di paglia perché verrà bissato già due anni dopo, nel 1987, con un disco trainato dal singolone “I Wanna Dance With Somebody” (dite quello che volete ma quando lo ascoltiamo a tutti noi scappa un sorriso e la voglia di muoverci, anche involontariamente). L’87 è anche l’anno in cui l’Italia intera la scopre quando, ospite a Sanremo, emoziona a tal punto il pubblico che questo le tributa una standing ovation e invoca il bis.

Gli anni compresi tra fine ‘80 e primi ‘90 sono un periodo controverso per Whitney: bellissimo e distruttivo assieme. Cominciamo dalle cose belle: nel 1992 arriva il film “Bodyguard” che la rende definitivamente una diva inavvicinabile. Whitney è co-protagonista al fianco di Kevin Costner e per il film realizza la cover di “I Will Always Love You”, che diventa il singolo più venduto di sempre di una donna. La Houston, insomma, è in cima al mondo e sembra non sbagliare un colpo. Ma la sua vita stava in realtà per precipitare.

Appena tre anni prima, infatti, aveva conosciuto il cantante Bobby Brown e quello che inizialmente sembrava un matrimonio felice avrà delle conseguenze disastrose: entrambi abusavano di sostanze stupefacenti e manifestavano comportamenti sregolati, con lei che accusava il marito di violenze fisiche e psicologiche. La coppia finiva spesso sui giornali a causa di scandali e tradimenti. E la cantante inizia un declino psicologico da cui non si riprenderà più, distruggendole la carriera: comincia ad arrivare in ritardo agli appuntamenti con la stampa, cancella all’ultimo minuto concerti e presenze in tv, viene fotografata spettinata e con i postumi delle sbornie. Non passa giorno senza che droghe, farmaci o alcol entrino nel suo corpo.

In tutto questo, oltre ai problemi personali, ci si mettono anche i pareri negativi della gente: se da un lato, infatti, era la cantante che vendeva di più, dall’altro era anche la più ostracizzata. Il pubblico, soprattutto quello afroamericano, comincia a storcere il naso, accusandola di una cosa molto spiacevole: di vergognarsi della sua pelle, di cercare in tutti i modi di piacere ai bianchi, di voler tenere a bada i suoi ricci afro e di voler ammorbidire il suo accento. Whitney viene considerata una finta nera, tanto che alle rassegne musicali di genere Soul-R&B viene spesso fischiata perché troppo “bianca” musicalmente. Subiva tantissime contestazioni perché la sua voce era considerata troppo pulita e controllata, e non abbastanza vissuta e blues, quindi non all’altezza della grandi regine nere del passato.

In aggiunta, giravano voci sempre più insistenti sulla sua sessualità perché accanto a lei, anche nei momenti più difficili, c’era sempre una certa Robyn Crawford, assistente e amica, che nella sua biografia racconterà della loro relazione parallela al matrimonio di Whitney. Fatto sta che questo declino personale, perdurato anni, dopo qualche altro lavoro discografico non all’altezza, la condurrà al doloroso finale ad appena 48 anni di età, quando la sera dell’11 febbraio 2012 il suo corpo, sfatto e senza vita, viene trovato nella vasca da bagno della suite di un grande albergo di Los Angeles. La causa del decesso fu attribuita all’annegamento accidentale in seguito a un’eccessiva assunzione di droghe.

Si conclude così la carriera burrascosa di un personaggio difficile da inquadrare. Dietro la fama si nascondeva una donna cupa e sola, che sul palco era la grande Whitney Houston, ma una volta calato il sipario diventava la fragile Whitney, in balia di depressione e ansia. L’amico Kevin Costner racconta che, nonostante il successo, lei si chiedeva sempre “Sono all’altezza? Sono abbastanza carina? Piacerò?”. Di Whitney rimangono le canzoni, i record, le decine di milioni di dischi venduti e soprattutto il suo timbro pulito e la perfezione tecnica, grazie a cui rimane ancora oggi un modello irraggiungibile. Io personalmente non sono un suo grande fan ma resto dell’idea che avrebbe avuto molte cose da dire attraverso i dischi, basti guardare tutti quei sorrisi, sempre con gli occhi tristi, e l’estrema insicurezza che traspare dagli scatti di inizio carriera, quasi mai proiettata nella sua musica...

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