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Mercoledì, 1 Dicembre 2021
Suono ma nessuno apre

Opinioni

Suono ma nessuno apre

A cura di Matteo Fabbri

"Fenomeno Maneskin": perchè stanno avendo così tanto successo?

Non voglio stabilire se questo loro stupefacente successo sia meritato o meno. Piuttosto, ho tentato invece di analizzare i motivi di questo inedito trionfo, cercando di capire come siamo arrivati fino a qui (e non è ancora finita)

Sì, lo so che arrivo col treno della ghiaia. Del “fenomeno Maneskin” si parla già da mesi, più o meno dalla scorsa primavera, periodo nel quale vinsero prima il Festival di Sanremo e poi, ancor più a sorpresa, l’Eurovision Song Contest. Da quel momento, in una escalation senza precedenti, la giovane band italiana ha in breve tempo letteralmente sbriciolato il concetto della locuzione “bruciare le tappe”, balzando immediatamente ai vertici delle classifiche mondiali, arrivando a collaborare con un mostro sacro come Iggy Pop, a partecipare al “Jimmy Fallon Show”, una delle trasmissioni più popolari negli Stati Uniti, a vincere nella categoria “Best Rock Group” agli “MTV Europe Music Awards” e, addirittura, ad aprire un concerto dei Rolling Stones a Las Vegas.

Non voglio stabilire se questo loro stupefacente successo sia meritato o meno. Questo giochino lo lascio ai tanti che, quotidianamente, si scornano sui social dividendosi tra la fazione del “fanno schifo, devono morire” e quella dei “beh, alla fine c’è di peggio”. E’ una diatriba che francamente non mi interessa: la storia della musica è piena zeppa di gente indegna che ha avuto successo, e viceversa. Piuttosto, ho tentato invece di analizzare i motivi di questo inedito trionfo, cercando di capire come siamo arrivati fino a qui (e non è ancora finita). E alla fine mi sono banalmente risposto che si tratta di un mix di fortuna e talento (ma va?). Ma andiamo con ordine.

La prima domanda che mi sono posto è: perché loro? La ricetta dei Maneskin è infatti abbastanza consueta: un quartetto rock vecchia scuola con basso/chitarra/batteria, un belloccio come frontman e un’immagine tanto forte quanto “già vista”. I Maneskin non portano nulla di nuovo e propongono del sano e semplice rock, genere che andava di moda già cinquant’anni fa e del quale ne è stata più volte (erroneamente) decretata la morte anticipata. Insomma, la loro non è certo una formula inusuale. Di band rock così ne è pieno il mondo. Quindi, ancora: perché loro? Da mesi sento e leggo le spiegazioni più disparate. Le più gettonate sono quelle che attribuiscono il merito a un’ottima strategia di marketing o addirittura ai “poteri forti” (non si sa poi quali). Ma sinceramente penso che nemmeno il manager più abile e ottimista potesse credere di riuscire nell’impresa di far sfondare nel mondo un gruppo di italiani che suonano musica fuori moda.

“E’ musica vecchia e già sentita”, sbottano in tanti. Verissimo. Ma dove sta il problema? È curioso sentire certe critiche pensando che, per fare un esempio analogo, una fetta enorme della musica pop/rock attuale riprende pari pari il sound degli anni ottanta. “Non fanno niente di nuovo” tuonano tante bacheche social. Ma la domanda è: “nuovo” per chi? Non certo per i nati nel nuovo millennio! Il fatto che i Maneskin facciano un rock molto canonico e siano trasgressivi in una maniera conforme allo stereotipo del rocker secondo me aiuta ad avvicinarli agli adolescenti che di quel genere musicale hanno un’idea vaga e infarcita di cliché e trovano nella loro proposta qualcosa di corrispondente a quello stereotipo.

Qualcuno potrebbe dire: "Perché allora non ascoltare direttamente i grandi del passato come Led Zeppelin e compagnia?”. La risposta è abbastanza agevole: i giovani, oltre a non poter ancora fisiologicamente avere una cultura musicale, preferiscono i Maneskin rispetto ai dinosauri del rock perchè si identificano più facilmente con personaggi della loro generazione piuttosto che con un Robert Plant che per loro appartiene al medioevo. Possiamo dire che i Maneskin risultino nuovi proprio perché sono “vecchi”. E’ vero quel che molti denigratori affermano: senza l’Eurovision non avrebbero avuto nemmeno un grammo della visibilità internazionale di cui godono ora. Ma possiamo dire lo stesso per altri vincitori della stessa kermesse?

Insomma, a me sembra che stiamo tutti tentando di dare delle interpretazioni oggettive a un fenomeno che invece è legato a dinamiche incerte e non sempre prevedibili. I Maneskin sono la dimostrazione di come per farcela non sia necessaria solo una “botta di culo”: ne servono molte, e anche consecutive. Nel loro caso la prima è stata accedere a “X-Factor”, poi fare bene all'interno del programma, poi restare a galla nei seguenti due anni, poi essere accettati a Sanremo, poi vincerlo, poi imporsi all'Eurovision, poi diventare virali a livello internazionale coi social. Insomma: un flusso inarrestabile di congiunture positive.

Ovviamente non voglio attribuire il merito di questo fenomeno esclusivamente alla “buona sorte” che da sola non può nulla se non trova terreno fertile, come invece è in questo caso. Questi ragazzi infatti, pur non essendo dei prodigi, hanno delle doti evidenti. Innanzitutto sono di bell'aspetto e molto ben assortiti: quattro giovani, semplici ma sfrontati, eterogenei e di forte impatto, che incarnano differenti personalità grazie al leader belloccio e carismatico, alla bassista che è un po’ la sua versione al femminile, il chitarrista ribelle e il batterista più introspettivo. Hanno quell’estetica da ragazzi della porta accanto ma al contempo abbastanza trasgressivi da esser percepiti come interessanti dal pubblico generalista. Poi sanno suonare discretamente bene e hanno le spalle larghe: in questo senso si sono dimostrati subito robusti e pronti a reggere palcoscenici importanti, esibendosi di fronte a decine di migliaia di persone e far fronte a pressioni fortissime. Una cosa non da poco.

Alla fine della fiera, mi vien da dire che si tratta di un allineamento perfetto di pianeti: questi ragazzi hanno proposto il sound giusto al momento giusto. Personalmente la loro musica non mi fa impazzire, così come la cultura visuale che esprimono, ma lasciamo che i ragazzi si vivano il loro (meritato) sogno.

A questo link è possibile ascoltare il podcast

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