Venerdì, 30 Luglio 2021
Suono ma nessuno apre

Opinioni

Suono ma nessuno apre

A cura di Matteo Fabbri

I tormentoni spagnoli? "Un errore di Dio": una chiaccherata musicale con Gene Gnocchi

Forse non tutti sanno che Gene Gnocchi, oltre a essere un popolare comico, scrittore, conduttore, uomo di spettacolo, attore teatrale, calciatore e pure ex avvocato, è anche un grandissimo cultore musicale

Forse non tutti sanno che Gene Gnocchi, oltre a essere un popolare comico, scrittore, conduttore, uomo di spettacolo, attore teatrale, calciatore e pure ex avvocato, è anche un grandissimo cultore musicale con dei gusti davvero insospettabili. In occasione dei suoi tanti progetti attuali, dal nuovo libro “Il Gusto Puffo” ai vari spettacoli in giro per il Belpaese, ripercorriamo insieme la chiacchierata a tema musicale che mi ha concesso per “Suono Ma Nessuno Apre”.

Ciao Gene, benvenuto a Suono Ma Nessuno Apre. Intanto quale di queste cose che ho nominato ti senti di più oggi? Stamattina ti sei svegliato più comico? Più scrittore? Calciatore?

No no, l’unica cosa è sempre calciatore. Chi nasce calciatore, muore calciatore. Il resto son dettagli.

Il motivo principale per cui ti ho voluto qui è perché forse non tutti sanno che tu sei stato e sei anche un cantante e soprattutto un grande appassionato di musica. Qual è stato il tuo primo approccio serio con la musica? Per 'serio' intendo il primo disco acquistato o la prima band di cui ti sei infatuato da ragazzo...

Il primo disco che ricordo bene è “Stand Up” dei Jethro Tull, avrò avuto 14-15 anni e me ne innamorai. Poi ho iniziato a interessarmi ad altro, la new wave inglese, Elvis Costello, Joe Jackson, le garage band americane, ecc...

Mi ha colpito molto una frase che hai pronunciato qualche tempo fa per promuovere lo spettacolo assieme a tuo figlio, “Radio Gnocchi”, nel quale selezionavate alcuni brani e ne parlavate in tono ironico come pretesto per far scoprire della musica che magari non è molto conosciuta. Ecco, tu dicesti che ci sono tanti gruppi musicali bravi, molto accessibili e melodici, che restano però esclusi dall’airplay radiofonico. Effettivamente spesso siamo portati a pensare che chi non passa per radio sia per forza ostico, in realtà mi è capitato di scoprire tanti artisti che fanno un pop molto orecchiabile e mi sono chiesto “com’è possibile che non siano conosciuti?”

Sì, ce ne sono tantissimi che avrebbero tutte le caratteristiche per andare benissimo nel mainstream, però purtroppo non sono conosciuti. Infatti l’idea di base del nostro spettacolo era proprio quella di dire “facciamo conoscere delle canzoni molto orecchiabili che la gente non conosce”, se no si ascoltano sempre le stesse cose. Se uno ha voglia di scoprire, ce ne sono una marea di gruppi così. Ad esempio, andando in Australia, gli Hoodoo Gurus li conoscono in pochi, ma hanno degli album dove ci sono dei pezzi che suonano benissimo. Oppure gli stessi New Radicals di Gregg Alexander, che è ricordato solo per loro ma ha scritto tante cose per altri: ha una scrittura pop pazzesca ed è bravissimo.

Domanda a bruciapelo: se ci dovessi dire i primi tre o quattro dischi che ti piacciono in questo periodo e che vorresti condividere con chi ci legge, cosa nomineresti?

Callum Beattie, un giovane cantautore scozzese con una voce pazzesca; i Parmalee, un gruppo americano molto rock; Jay Allen, più pop ma con una bella timbrica; gli Stand Atlantic, che virano di più verso l’emo e dal punto di vista della forma canzone sono molto bravi. E infine direi Skrizzly Adams, un cantautore rock con suoni molto moderni.

Tu sei stato e sei anche un cantante, hai collaborato spesso con tuo fratello Charlie, a partire dai “Desmodromici” negli anni ‘80, fino ai tempi recenti col disco “Un toy boy per Maria Elena Boschi”, e in mezzo tante altre cose. Ti chiedo: immaginando un Gene Gnocchi cantante a tempo pieno, c’è un gruppo del quale avresti voluto far parte per qualche motivo?

Beh, due: i Beat di Paul Collins e i Plimsouls, perché mi piace quello che fanno, sarebbe stato proprio il mio genere. Poi anche Dom Mariani degli australiani DM3 con cui sono proprio amico, tanto che addirittura mi ha dedicato un disco.

In un’intervista che ti feci io stesso qualche anno fa, ti chiesi di citare un genere o un periodo musicale che proprio non ti piaceva. Tu mi rispondesti che non sopportavi i sintetizzatori e che per te il rock è solo quello fatto con chitarra, basso e batteria. Confermi o hai rivalutato qualcosa?

No no, confermo assolutamente, io quel tipo di musica con elettronica e synth non la digerisco proprio. Anche il progressive, con quegli intro di sei o sette minuti, mi è molto ostico. Non mi piacciono quei concept album con tirate lunghe che durano dieci o quindici minuti. Infatti i Jethro Tull inizialmente mi piacevano perché avevano tante canzoni, ma poi li ho mollati perché sono diventati un po’ stucchevoli. Per me la canzone deve durare al massimo tre minuti. La musica deve essere energia, diretta e immediata.

Hai fatto svariati spettacoli a tema musicale, come “Radio Gnocchi” oppure “Sconcerto Rock” o ancora i mitici “No MTV Music Awards” in cui inventavi premi fittizi tipo “il cantante più fatto” o “il miglior gruppo sudtirolese”, e tanti altri. Ce n’è qualcuno di questi che avresti voluto portare in televisione e ne avrebbe le potenzialità? E c’è un motivo per cui non l’hai fatto?

Beh, i “No MTV Awards” sarebbero televisivissimi perché è proprio la presa per il culo di tutti i luoghi comuni del rock. Sarebbe perfetto. Non ho avuto occasione di farlo perché lavorare coi discografici è molto difficile. Sono molto permalosi e non hanno il senso dell’ironia, per cui è difficile prendere per i fondelli, anche bonariamente, qualcuno dei loro artisti. E’ tutta gente abbastanza compressa nel proprio ruolo e poco aperta. Per me sarebbe stata più la fatica del gusto. I cantanti stranieri invece sono molto più propensi, con loro mi sono divertito da morire in tante occasioni e loro stessi si divertivano e stavano al gioco. Con gli italiani è più difficile.

Nel tuo nuovo spettacolo teatrale intitolato “Se non ci pensa Dio, ci penso io”, che non è a tema musicale, c’è però un riferimento molto divertente alla musica...

Sì, c’è un pezzo in cui rifletto in maniera comica sul fatto che Dio abbia sbagliato alcune cose e tra queste c’è l’averci mandato sulla Terra i cantanti spagnoli e latino-americani, tipo Alvaro Soler, che ogni estate vengono a romperci le palle. Lo stralcio è legato in chiave ironica anche al lockdown e alla parziale assenza di quei tormentoni in quel periodo, come a dire “Dio, hai fatto la toppa peggio del buco perché per evitarci i cantanti spagnoli hai fatto venire la pandemia”.

Come ultima domanda ti faccio la stessa con cui avevo concluso l’intervista di qualche anno fa, unendo due tue passioni, e ti chiedo di associare una canzone al tuo Parma. L’altra volta avevi scelto “I Want You To Want Me” dei Cheap Trick perché lo reputavi un inno al rapporto reciproco che ti legava al Parma Calcio. Stavolta?

Oggi è un po’ più difficile. Il primo che mi viene in mente è il pezzo degli Struts che hanno fatto assieme a Robbie Williams, perché è un gruppo che ha la star (Robbie Williams), un po’ come il Parma che ha Gervinho. Però non sempre questo binomio funziona (Gervinho da qualche settimana non è più al Parma, ndr).

Gene, ti ringrazio per la tua disponibilità. Da romagnolo e faentino quale sono, sono molto felice che ti trovi bene a Faenza. Ho letto da più parti che ne parli positivamente e ci vivi bene lì.

Sì, beh, è una cittadina molto tranquilla ma allo stesso tempo molto curiosa, con fermento. Ci sono varie opportunità dal punto di vista artistico. Ho anche fatto un paio di proposte al nuovo sindaco Isola, potrebbero saltare fuori un paio di cose interessanti e divertenti. Staremo a vedere.

A questo link è possibile ascoltare il podcast della puntata

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