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Lunedì, 5 Dicembre 2022
Suono ma nessuno apre

Suono ma nessuno apre

A cura di Matteo Fabbri

Intervista agli ideatori dell'Officina della musica: "Una scuola col sorriso"

Le due menti della scuola di musica si raccontano: "Siamo partiti il primo anno con appena 30 persone, il secondo anno ne avevamo 189, mentre l’anno scorso abbiamo chiuso che eravamo più di 400"

In occasione dell’inaugurazione della nuova succursale, ho fatto due chiacchiere con gli ideatori della “Officina della Musica”, una realtà della nostra città che si sta consolidando nell’ambito dell’insegnamento e della condivisione della cultura musicale (e non solo quella). Quando sono entrato per la prima volta dentro l’Officina, la prima cosa che mi ha colpito è stato il sorriso col quale mi hanno accolto Eleonora e Marco, le menti (ma anche le braccia) dietro a questa brillante dimensione ravennate. Un sorriso che ricalca esattamente il clima che si respira al suo interno…

Ciao ragazzi, e grazie per la disponibilità. Partiamo proprio dalla fine: pochi giorni fa avete inaugurato una succursale in centro, che va a integrare la proposta già attiva nella sede principale di Via Duino. Come mai questa scelta? Sentivate l’esigenza di allargarvi? Avevate ricevuto un numero di richieste tali da non riuscire a soddisfarle?
In effetti qua cominciavamo a stare parecchio stretti e avevamo delle liste d’attesa. Molti dei nostri insegnanti iniziavano a essere pieni e ci avrebbero dato volentieri più disponibilità ma non avevamo proprio più aule libere. Quindi c’era l’esigenza di avere altri spazi. Contestualmente abbiamo conosciuto Monica, la proprietaria di “First Floor”, uno spazio artistico condiviso. Ci è piaciuta subito lei, ci è piaciuto il luogo e ci è piaciuto il fatto che, così come la sede in Via Duino in origine andava a coprire una zona che prima non era servita, la stessa cosa accadrà adesso in centro con questa succursale. E’ vero che in centro c’è il conservatorio “Verdi”, ma è tutta un’altra tipologia di didattica.

Andiamo invece al principio: com’è nata l’idea della “Officina della Musica”? Quando vi è venuta in mente? Era un sogno che avevate già da tempo o si è trattato di un’intuizione improvvisa? E come mai la scelta di questo nome, a mio parere molto centrato?
Questa idea nasce dalla voglia e dalla necessità di creare un posto che faccia star bene, sia a livello artistico che lavorativo. Noi due ci siamo conosciuti in un’altra scuola da cui, a un certo punto, ci fu una sorta di esodo di insegnanti e studenti. A quel punto abbiamo pensato fosse un peccato che tutte quelle persone fossero a spasso o dovessero trovare altro da fare. Per cui abbiamo iniziato a ragionarci sopra e un paio di anni dopo, nel 2013, è nata la nostra “Officina”. Inizialmente era situata in uno spazio provvisorio di cui potevamo usufruire solo una o due volte a settimana: ogni volta facevamo su e giù con la macchina carica di attrezzature (tra cui addirittura la macchinetta del caffè). Non avevamo, infatti, ancora la possibilità di avere una struttura tutta per noi, però volevamo comunque creare quella situazione di piacevolezza. La prima ad averci seguito è stata Serena Bandoli con cui abbiamo fatto partire il laboratorio corale. Poi pian piano tutto il resto è venuto da sé: se pensi che abbiamo fondato l’Officina il 30 settembre 2013, e già il 21 Dicembre 2013, neanche tre mesi dopo, siamo riusciti a organizzare il primo spettacolo di beneficenza, mettendo insieme un coro, una band dal vivo e la danza. Il nome “Officina della Musica” nasce dall’idea di costruire ma anche di “aggiustare”. E, anche se nel nome è presente solo la parola “musica”, in realtà facciamo anche teatro, cinema, musical e chissà cos’altro in futuro. E’ proprio nello spirito della “Officina” il voler plasmare collaborazioni, unione e sinergia tra le persone e tra le varie arti.

Se vi guardate indietro, all’inizio di tutto, cosa vedete? Nell’aver scelto di fare questo passo ritrovate una certa ingenuità, una sana follia? Oppure, al contrario, siete partiti piano, meticolosamente, senza troppe aspettative e consapevoli del percorso che vi aspettava?
La nostra follia è stata quella di chi non ha nulla. Quando sentiamo i nostri ragazzi che, preoccupati, dicono “oddio, non avrò il lavoro sicuro”, noi rispondiamo sempre: “guarda che è una benedizione il fatto che tu non sia certo del tuo futuro. Pensa a noi: se avessimo avuto lo stipendio fisso da duemila euro al mese, forse non avremmo avuto il coraggio di fare questo tuffo nel vuoto”.

Com’è stato aprire questo contesto in una piccola cittadina come Ravenna. Intendo a livello di rapporti con le istituzioni, come il Comune, o con altre scuole: come vi hanno accolto e come hanno recepito questa nuova realtà?
A livello di scuole musicali, il “Mama’s” e il “Pinza”, che sono le due più antiche di Ravenna, sono state molto corrette con noi. Addirittura Cesare, il direttore del “Pinza”, è venuto subito qui a presentarsi, ed è stato carinissimo dicendoci “è giusto che la scuola più vecchia di Ravenna si presenti a quella più nuova”. E’ stata una cosa molto bella e Cesare è una persona veramente squisita. E col “Mama’s” abbiamo collaborato più di una volta. Insomma, sono dei sani concorrenti: ovviamente c’è competizione ma ci spingiamo a vicenda a dare il meglio. Per quanto riguarda le istituzioni, diciamo che noi fondamentalmente non le abbiamo mai cercate, neanche per cose simboliche come il “taglio del nastro”. Non c’è un motivo particolare se non l’abbiamo fatto. Forse perché noi ci consideriamo persone semplici, un po’ “terra-terra”, e pensiamo sempre di farcela da soli. Siamo fatti così: chiediamo sempre poco, e quindi anche poco aiuto. Per cui non è che non ci sia stato aiuto da parte degli istituzioni, ma è che semplicemente siamo andati verso una direzione, cercando di cavarcela con le nostre forze. Al massimo abbiamo cercato la singola persona. Ad esempio, la ex assessora Morigi ci ha sempre ascoltati. Insomma, più che sparare nel mucchio, siamo andati in maniera mirata. Col tempo siamo cresciuti e infatti adesso le istituzioni sanno che esistiamo (facciamo anche dei laboratori per loro) e riconoscono che il nostro è un servizio importante per molti ragazzi e ragazze della città.

Un aspetto molto interessante che ho notato è questa vostra voglia di aggregazione, che si manifesta in tanti modi: sia negli eventi che organizzate, sia nella capacità di unire persone diverse, che magari tra loro nemmeno si conoscono, creando ad esempio dei gruppi musicali composti dagli studenti. E’ bello e credo sia questa la benzina che alimenta il vostro progetto.
Sì, è proprio così. L’altra sera avevamo un evento all’Almagià, e non ti nascondiamo che eravamo davvero stanchissimi perché questi sono stati giorni faticosi con l’apertura della nuova succursale. Il solo pensare di dover andare là, svuotare il furgone, montare il palco, fare le prove, ecc…ci faceva pensare “speriamo di trovare le energie”. Invece sono arrivati i ragazzi e le energie non le abbiamo neanche dovute cercare perché quando c’è un gruppo così affiatato, quando c’è collaborazione e intreccio, la fatica si suddivide e soprattutto ti arriva tanta carica positiva, tanta energia. La musica, come l’arte in generale, è proprio questo: condivisione. La puoi fare per te stesso, ma se la condividi è più bello.

In effetti ho notato l’affetto incredibile che vi circonda. Siete riusciti a entrare nel cuore dei ragazzi. E la cosa più bella è vedere come tra i vostri corsisti ci siano persone di tutte le età.
Infatti noi li chiamiamo tutti “ragazzi e ragazze”, perché per noi sono tutti tali. Ad esempio, anche mia mamma (di Eleonora, ndr) fa parte del coro, e per me è una ragazza di Officina!

So che per scaramanzia è sempre meglio volare bassi, a maggior ragione quando si hanno già mille altre cose a cui pensare, ma vi chiedo: progetti per il futuro? Avete già in mente qualcos’altro legato all’Officina? Avete altri sogni?
Ci leggi nel pensiero (ridono, ndr). “Officina” è cresciuta nel tempo a livello di numeri: siamo partiti il primo anno con appena 30 persone, il secondo anno ne avevamo 189, mentre l’anno scorso abbiamo chiuso che eravamo più di 400. E quello che noto è proprio ciò che dici tu: la voglia di stare insieme. Per questo motivo, uno dei nostri sogni è quello di creare una sorta di “sala biblioteca”. Ci piacerebbe infatti poter avere ancora più spazio perché, ad esempio, spesso i ragazzi vengono qui una o due ore prima delle lezioni. E non perché l’autobus o i genitori li portino qua prima, ma solo per il gusto di stare insieme. Perché loro qui stanno bene! Staccano dalla scuola. Però, ovviamente, hanno anche i compiti da fare e quindi sarebbe bello se qui da noi avessero anche una zona in più apposta. Allo stesso modo, capita che la mamma porti il figlio e, invece di tornare a casa dall’altra parte della città, si metta sul divano qui col computer a lavorare. Ecco, mi piacerebbe avere uno spazio che possa accogliere chiunque, in modo che uno possa venire qui lo stesso, indipendentemente dalla lezione, perché sa che c’è un’aula studio dove può stare in compagnia. E poi un altro sogno sarebbe quello di avere un’area dove farli esibire più spesso.

Qual è la cosa che vi inorgoglisce di più? Quella cosa che vi fa esser fieri di ciò che avete creato?
Vedere le persone star bene! Vedere che vengono qui e sentono un’aria diversa. Eppure, sai, non è che noi facciamo poi tanto. Quest’atmosfera di benessere è alimentata semplicemente dallo stare tutti bene insieme. Vedere i ragazzi che arrivano, magari a volte spinti dai genitori, e poi iniziano a prendere coscienza di quello che sono, che possono essere, che possono creare: questo ci inorgoglisce moltissimo. Poi è una soddisfazione quando li vedi suonare e imparare. Con Alice Davidi, la nostra grafica, quando abbiamo fatto il restyling del logo, del sito, ecc…è venuto fuori questo slogan “take your day off”, che esprime proprio il messaggio che intendiamo infondere alle persone. Come a dire “ok, ora prenditi un momento per te”. Ed è bello quando se lo prendono con noi. Quindi a renderci fieri non sono i meri numeri, bensì l’entusiasmo degli “officini”, cioè dei ragazzi e ragazze che qui stanno bene.

Più parlo con voi e più la vostra passione investe anche una persona abbastanza timida come me. Credo che la vostra forza principale sia proprio questa: riuscire a coinvolgere tutte le persone che entrano in contatto con voi e farle sentire a casa. Anche persone in difficoltà.
E’ che noi sappiamo anche rompere le palle se vogliamo (ridono, ndr). Cioè se vediamo un ragazzo fermo lì, seduto, introverso, gli andiamo a rompere le palle in continuazione. Un altro esempio del nostro modo di fare è il rapporto coi vicini: una sera d’estate, mentre facevamo delle prove, avevamo spalancato le finestre e stavamo facendo un po’ di rumore. Pochi minuti dopo ci arriva un SMS con scritto “siamo i vostri vicini, forse è ora di finirla”. Allora abbiamo pensato di agire in maniera responsabile e li abbiamo chiamati dicendo “stiamo facendo le prove per un evento di beneficenza, fra pochi minuti abbiamo finito e per scusarci ci teniamo a regalarvi 4 biglietti per venire ad assistere allo spettacolo”. E loro sono cambiati da così a così. Vedi, alla fine è questo che cerchiamo: un atteggiamento gentile, che vuole diventare contagioso e che vogliamo trasmettere a tutti i nostri corsisti.

A questo link è possibile ascoltare il podcast Suono ma nessuno apre

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