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Domenica, 28 Novembre 2021
Suono ma nessuno apre

Opinioni

Suono ma nessuno apre

A cura di Matteo Fabbri

Quando gli americani, liberando l'Italia dal fascismo, crearono il sound di Napoli

Napoli si ritrovò improvvisamente all’avanguardia grazie a una serie di personaggi come i “Napoli Centrale” o come Pino Daniele e il supergruppo che gli gravitava attorno

C’è stato un momento in cui i migliori musicisti d’Europa erano a Napoli, anzi, erano “di” Napoli. Si trattava di un gruppetto di mascalzoni latini che di nome facevano James, Joe, Tony, Rino, Tullio...e Pino. Un supergruppo che ha avuto il suo apice nel 1981 ma la cui l’origine, inaspettata, risale agli anni ‘50-’60, tra i vicoli di una Napoli dilaniata dalla Seconda Guerra Mondiale e a pezzi a causa dalla disoccupazione e di problemi sociali di varia natura. In quel periodo un gruppo di ragazzi si barcamenava come poteva, non sapendo che sarebbe stato destinato a estasiare le vite di tanti napoletani, tanti italiani e anche tanti seguaci all’estero, trasformando Napoli nel cuore pulsante europeo del ritmo, del groove, del sangue e del sudore musicale. Ed esaltando quella formula che divenne nota come “Neapolitan Power” ovvero una mistura di blues, funk, jazz e altri suoni internazionali, principalmente americani e in particolare black, che incontravano la tradizione partenopea, creando un sound unico. Questa diramazione della Napoli musicale, che avrà come leader Pino Daniele, è fortemente legata agli Stati Uniti ma anche alla storia, proprio quella che leggiamo sui libri di scuola.

1945: fine della seconda guerra mondiale, le truppe tedesche e fasciste si arrendono, e nel frattempo in un quartiere di Napoli nasce James Senese. La storia di Senese è la stessa di tanti bambini napoletani nati nel dopo guerra: James è infatti uno dei cosiddetti “figli della guerra”, nato dall’unione tra un soldato statunitense afroamericano e una donna napoletana. E il sangue nero unito all’anima napoletana lo porteranno a rivoluzionare la scena musicale italiana. Sin da piccolo, con quel cespuglio di capelli in testa, ha dovuto combattere i pregiudizi: essere nero negli anni ’50, cioè in una società che non aveva mai fatto i conti con la diversità, non doveva essere facile (non lo è ancora oggi, figuriamoci a quei tempi). “Io mi guardavo e lo vedevo che non ero come gli altri. Cercavo di rendermi simpatico, ma spesso cambiavo strada”, confessa Senese che dovette imparare a difendersi, e ha finito col farlo grazie alla sua unica arma: il sax. Da ragazzino infatti rimase stregato da quello strumento e iniziò ben presto la sua carriera come sassofonista fondando gruppi come i “Napoli Centrale” coi quali portò un deciso rinnovamento alla musica napoletana e nei quali conoscerà un ragazzino che cambierà per sempre il corso degli eventi: un certo Pino Daniele.

Gli alleati erano entrati nel 1943 in una Napoli devastata, e in breve tempo non portarono “solo” salvezza e libertà, ma iniettarono anche parte della loro cultura, tra cui in particolare della buona musica: Duke Ellington, Max Roach, Miles Davis, Glenn Miller, e via dicendo. Quella nuova musica avrebbe investito in breve tempo i vicoli dei quartieri partenopei facendo invaghire tanti ragazzini napoletani nati e cresciuti nel dopo-guerra. Esiste quindi questo filo conduttore che collega gli Stati Uniti a Napoli e che ha fatto incontrare il jazz, il funk e il blues agli scugnizzi della città, trovando terreno fertile.

Tra gli anni ‘50 e ‘60 molti di questi ragazzini girovagano per i vicoli napoletani, spingendosi fino al porto, dove sentivano una musica nuova uscire da dentro i locali, luogo di ritrovo dei soldati americani che in quel periodo facevano sbarcare nella città partenopea le novità musicali direttamente dalla loro madrepatria. Il risultato di quegli anni lo si può vedere materialmente in ciò che qualche anno più tardi crearono alcuni di quei ragazzi, dopo aver metabolizzato quegli stili. Conosciuta per i classici della tradizione, Napoli si ritrovò improvvisamente all’avanguardia grazie a una serie di personaggi come i “Napoli Centrale” o come Pino Daniele e il supergruppo che gli gravitava attorno: Tullio De Piscopo, Tony Esposito, Rino Zurzolo, Joe Amoruso e lo stesso James Senese. Alcuni di essi, in particolare De Piscopo e Amoruso, per guadagnarsi da vivere cominciarono appena 13enni a suonare proprio nei locali frequentati dai soldati americani, destreggiandosi già come professionisti. In quei night-club dovettero imparare in fretta suonare come gli americani e così riuscirono a impadronirsi della loro cultura che iniziò a scorrergli nelle vene. Quella fu per loro una grande scuola. Ma questi musicisti napoletani, una volta adulti, non si sono limitati a scopiazzare le mode a stelle a strisce. Col tempo hanno saputo creare un sound che univa in maniera magistrale la musica tradizionale napoletana alla vena black d’oltreoceano, sviluppando in Italia un nuovo genere.

Colui che ha portato ai massimi livelli il cosiddetto “neapolitan sound” è stato proprio Pino Daniele grazie alla sua voce inconfondibile, alla sua abilità di chitarrista e all'ironia dei suoi testi. Pino era differente dagli altri cantautori italiani: negli anni in cui dominava il messaggio Pino non mise mai in secondo piano la musica. Nei suoi brani la parte strumentale aveva la stessa importanza delle parole. Mentre molti colleghi attorno a lui puntavano solo sui testi, lui basava tutto sul ritmo e sul groove imparato dagli americani. Era curioso, studiava moltissimo ed era sempre a caccia di idee nuove. Col suo stile innovativo ha allontanato i luoghi comuni che attanagliavano Napoli, riuscendo a esprimere la musicalità partenopea ma sgombrando il campo dai soliti stereotipi. Napoletanità e fusione di tanti elementi esterni, parole un po’ in inglese, un po’ in italiano e un po’ in dialetto: quello di Pino Daniele è stato uno dei più progetti più internazionali mai avuti in Italia. Quel modo di fare musica aveva il gusto del riscatto e del cambiamento.

E insomma, a cavallo tra gli anni ‘70 e gli anni ‘80 la città di Napoli visse un periodo di grande fermento culturale che ha visto una manciata di eccezionali musicisti cambiare le carte in tavola e conquistare l’Italia (e l’Europa) nel nome della loro città natale e del suo Re musicale: Pino Daniele. Con un po’ di aiuto, qualche anno prima, da parte dei soldati americani...

A questo link è possibile ascoltare le puntate del podcast.

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Quando gli americani, liberando l'Italia dal fascismo, crearono il sound di Napoli

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