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Domenica, 4 Dicembre 2022
Suono ma nessuno apre

Suono ma nessuno apre

A cura di Matteo Fabbri

Thriller di Michael Jackson compie 40 anni: ecco com'è diventato il disco più famoso di sempre

Del resto lo dicono i numeri: è l’album più venduto di tutti i tempi (stime ufficiali parlano di settanta milioni di copie). Non a caso, che piaccia o meno, è sempre tra i primi a essere citati quando si parla di album iconici

I libri e i siti internet dedicati alla storia della musica sono pieni di “assoluti”, veri o presunti. Quante volte, ad esempio, abbiamo letto che questo o quell’altro sono stati “il disco più innovativo”, “la canzone più importante”, “il gruppo più influente di tutti”, “l’album che ha cambiato il corso degli eventi”, e via dicendo? Spesso si tratta di affermazioni che dipendono solo dal gusto di chi scrive, quasi mai corroborate da un pensiero riconosciuto unanimemente. Per “Thriller” di Michael Jackson, invece, c’è una frase che è semplicemente inconfutabile: è il disco più famoso della storia della musica. Del resto lo dicono i numeri: è l’album più venduto di tutti i tempi (stime ufficiali parlano di settanta milioni di copie). Non a caso, che piaccia o meno, è sempre tra i primi a essere citati quando si parla di album iconici. E appena lo nomini ti si apre in testa un immaginario variegato che comprende videoclip accattivanti e canzoni rimaste nella memoria collettiva. Ma perché tutto questo successo?

Dunque, “Thriller” esce ufficialmente il 30 novembre del 1982 (quindi spegne quaranta candeline proprio in questi giorni), ma per capire la sua genesi bisogna risalire ad almeno tre anni prima. Nel 1979 Michael Jackson, appena ventunenne, era già una star: da circa dieci anni, infatti, faceva parte del music business assieme ai fratelli, nei Jackson 5 (poi rinominatisi The Jacksons), e contemporaneamente anche con alcune escursioni soliste. In particolare il ‘79 è l’anno in cui diede alle stampe “Off The Wall”, il suo primo disco solista post-adolescenziale, ovvero il primo di cui è stato pienamente responsabile (oltre a essere il primo della collaborazione col guru Quincy Jones). Eppure non era contento perché, anche se “Off The Wall” vendette milioni di copie grazie a singoloni come “Rock With You” e “Don’t Stop ‘Til You Get Enough”, si aggiudicò “solo” un Grammy Award. Michael racconta che durante la diretta tvdella cerimonia di premiazione continuava a ripetersi “vedrete la prossima volta...”. E non faceva che pensare a come doveva essere l’album successivo. Quindi “Thriller” scaturirà da questa “delusione” (se di delusione si può parlare per un disco che può vantare certi numeri).

Per concepirlo aveva le idee chiarissime: desiderava che ogni canzone fosse una hit, non voleva riempitivi. Michael aveva il completo controllo del processo creativo, scrivendo gran parte delle canzoni e avendo l’ultima parola su tutto. Lavorava a ogni ora del giorno e spesso la notte rimaneva in studio a dormire. Sottolineo questi aspetti soprattutto per chi pensa che Michael Jackson fosse semplicemente una marionetta buona solo per ballare o mettere la voce in composizioni altrui. La realtà è che si trattava di un artista completo, capace peraltro di suonare con una certa dimestichezza diversi strumenti. Il risultato che ne consegue, “Thriller”, sarà un vero e proprio fenomeno sociale globale: per i due anni successivi infatti, sull’onda lunga dei tanti singoli estratti, praticamente tutto il mondo ascoltava quelle canzoni, senza distinzione di età, ceto sociale, orientamento e provenienza. E sono sicuro che ognuno di voi ha un ricordo, anche piccolo, legato a questo disco, che ritrae in copertina un Michael elegante in smoking bianco, immagine simbolo degli ‘80s.

A questo link è possibile ascoltare l'episodio del podcast Suono ma nessuno apre

Com’è musicalmente “Thriller”? Intanto a livello vocale qui Michael perfeziona definitivamente il suo caratteristico stile scattoso, a singhiozzo, con quei tipici urletti che non vanno mai sottovalutati perché non si tratta di semplici orpelli ma contribuiscono a dare più vigore alla sezione ritmica dei brani. Per quanto riguarda il sound, diciamo che è un mix fresco di tante atmosfere black: funk, soul, R&B, discomusic, gospel. E a differenza di molti album coevi, nonostante mostri i suoi anni, suona ancora bene oggi. Ma se è vero che Michael ha scritto quasi tutti i pezzi e aveva l’ultima parola su ogni scelta, e se è vero che Quincy supervisionava il tutto in cabina di regia, sono assolutamente da menzionare anche i quotatissimi musicisti che hanno contribuito alla resa finale. Tra questi, Eddie Van Halen, Paul McCartney (che duetta con Jacko in “The Girl Is Mine”) e poi gli autori del secondo album più venduto del 1982 (dopo “Thriller”), ovvero i Toto che, oltre a essere una grande rock-band (quelli di “Africa” e “Hold The Line”, per capirci), erano anche i turnisti più richiesti d’America: un supergruppo di musicisti talentuosi che a un certo punto si sono detti “ma se invece di continuare a suonare per altri non formassimo noi una band?”. Tra i loro principali contributi all’interno di questo album, ad esempio, c’è quel gioiello dolcissimo di “Human Nature” che lo stesso Michael definì “musica con le ali”. Tanto che l’amico Stevie Wonder racconta che quando la sentì per la prima volta si mise a volteggiare come fosse in estasi.

Al di là del suono, “Thriller” può essere considerato un’esperienza musicale a trecentosessanta gradi. Michael lavorò affinché la musica fosse il più visiva possibile, dando centralità ai passi di danza e sfruttando le potenzialità dei videoclip. Quello della title-track, ad esempio, della durata 14 minuti e diretto da John Landis, non si limitava a mostrare Michael che eseguiva il brano, ma aveva una sceneggiatura tale da renderlo un vero e proprio mini-film dell’orrore. Discorso simile per il video di “Beat It”, canzone dedicata alle gang di giovani criminali di Los Angeles: per renderlo il più realistico possibile Michael girò per la citta a reclutare veri gruppi di teppisti da inserire nel filmato. Quelli che vedete, quindi, non sono attori che recitano e l’atmosfera che si respira è reale. Oltre che bellissimo, è un brano importante perché fonde magistralmente rock bianco e musica nera: il riff killer di chitarra (scritto, anche qui, da Michael) va a braccetto con lo storico assolo del già citato Van Halen, il tutto in salsa black-music.

Io però voglio concludere evidenziando quella che si può considerare la “sliding door” della sua carriera. A dispetto di quel che si può pensare, infatti, “Thriller” inizialmente non partì molto forte: il primo singolo non fu un grande successo e sembrava che l’album fosse destinato a un rapido declino. Se si fosse rivelato un flop, forse la corsa di Michael si sarebbe arrestata lì, quando aveva appena ventiquattro anni, o avrebbe continuato a vivacchiare come molti colleghi meno fortunati, rischiando di rimanere ricordato in eterno come “il bambino prodigio dei Jackson 5”. C’è una canzone ad aver segnato la svolta, ed è “Billie Jean”. Per almeno due motivi. In primis, perché ha rappresentato il primo videoclip di un artista nero a essere trasmesso con costanza da Mtv, contribuendo così ad abbattere le barriere tra musica bianca e nera. In secondo luogo, perché si tratta della canzone con cui Michael si esibì alla festa d’anniversario dei venticinque anni della storica etichetta Motown. Lì mise in mostra i suoi proverbiali passi di danza (che in parte aveva già anticipato nel videoclip), includendo per la prima volta anche il leggendario “moonwalk”. La diretta di quella premiazione fu seguita da circa cinquanta milioni di telespettatori americani, e non a caso dal giorno successivo le vendite dell’album, che fino a quel momento andavano a rilento, schizzarono alle stelle. “Billie Jean” sembra facile, invece ha trecento piccoli accorgimenti che la rendono la perfetta pop song. Io diffido sempre da chi reputa il pop una “musichetta” solo perché orecchiabile e canticchiabile: il fatto che una canzone sia agevole da suonare, non significa che sia stata semplice anche da comporre o ideare.

Che altro aggiungere? C’è gente che farebbe carte false per aver composto anche solo uno dei cosiddetti brani “minori” di “Thriller” e poterci costruire sopra un’intera carriera. Noi limitiamoci a continuare ad ascoltare questo album spartiacque, perché ancora dopo quattro decenni è sempre un bel sentire. Se poi calcoliamo pure la sua portata storica...

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