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Giovedì, 19 Maggio 2022
Suono ma nessuno apre

Opinioni

Suono ma nessuno apre

A cura di Matteo Fabbri

Un viaggio tra le canzoni più innovative della storia del Festival di Sanremo

Ho provato a individuare le canzoni “spartiacque” che hanno segnato una svolta sonora. Essendo tante, ho deciso di selezionare le sei più salienti

Sul web è pieno di speciali sulla storia di Sanremo: le polemiche, i look, gli scandali, ecc... Mai nessuno che parli dell’evoluzione musicale, che pure c’è stata. Ho provato quindi a individuare le canzoni “spartiacque” che hanno segnato una svolta sonora. Essendo tante, ho deciso di selezionare le sei più salienti, secondo me. Il Festival di Sanremo nacque nel 1951, e dal punto di vista musicale per tutti gli anni ‘50 la gara sarà caratterizzata dalla tipica canzone tradizionale italiana, con una struttura melodica classica e testi semplici d’amore. Un primo cambiamento l’ha impresso Domenico Modugno con la famigerata “Nel blu dipinto di blu” che rappresenta l’inizio di un nuovo modo di fare musica. Oggi però non mi ci soffermo, anche perché cosa potrei aggiungere io sulla più celebre canzone italiana di sempre, più di quanto già non si sappia? Piuttosto voglio concentrarmi sul brano che diede la scossa un paio di anni più tardi e che ci conduce alla prima svolta odierna.

Tra gli anni Cinquanta e Sessanta si fece largo una serie di emergenti, ribattezzati “urlatori”, che si distaccavano dal filone classico del bel canto all’italiana, iniziando a usare invece voci potenti e ritmi travolgenti. Gli esempi più importanti risalgono all’edizione del 1961, che verrà ricordata per l’esplosione del rock’n’roll a Sanremo. Era la sera del 27 gennaio 1961 quando sul palco del Casinò (a quei tempi non si esibivano all’Ariston) salì un ragazzotto strafottente di ventitre anni che dopo le prime note, senza paura, si voltò mostrandosi di schiena agli spettatori. Sacrilegio! Il pubblico è scandalizzato da quel giovane spavaldo che di nome faceva Adriano Celentano e che per i successivi tre minuti si sarebbe dimenato, contorcendosi come fosse tarantolato attorno alle pieghe scatenate del suo brano aggressivo. Aggressivo non solo per la musica ma anche per il testo, accusato di ridurre l’amore al solo atto fisico e non più al sentimento. Uno shock! Un’esibizione storica, provocatoria e diversa da tutto il resto. L’opinione si divise e se in sala la critica non capì e il pubblico rimase sbigottito, al contrario a casa i giovani erano tutti dalla parte di Celentano e impazzivano nel vederlo scuotere il lato B davanti a tutti, in barba alle regole televisive. E quindi, sì, a incendiare per la prima volta Sanremo fu la palpitante “24 mila baci”. Celentano in quel periodo è stato un fenomeno di cui oggi difficilmente possiamo comprendere la portata. Cosa potessero significare per l'Italia di allora pezzi al fulmicotone come "24mila baci" possiamo solo immaginarlo. Per darvi un’idea, vi riporto un aneddoto che mi hanno raccontato: nel 1961 il padre di un mio amico stava imbiancando casa di una zia e si mise a cantare "24 mila baci". La zia e le sue amiche, scandalizzate, lo rimproverarono dicendo che non stava bene pronunciare certe "sconcezze"...

Andiamo avanti e per il prossimo brano “spartiacque” ci spostiamo fino al 1972, rimanendo sempre in ambito rock ma andando su qualcosa di più complicato. Finiti gli anni ‘60, il rock si trasforma e inizia l’epopea del progressive rock con band come PFM, Banco del Mutuo Soccorso, Le Orme, gli Area. Un nuovo tipo di rock più complesso, che entra anche al festival per merito di una band che sembra la risposta italiana ai Jethro Tull, soprattutto perché anche qui il frontman si presenta armato di flauto in mano. Anche in questo caso l’esibizione al Festival fu una vera folgorazione, ma stavolta senza nulla di scandaloso. Succede infatti che entra in scena una band di cinque elementi, seguita però da un imponente stuolo di amici e parenti: in pratica sul palco ci saranno state qualcosa come venticinque-trenta persone. Una cosa mai vista. Tutti vestiti di bianco. Tutti pronti ad accompagnare la band con cori e il battito di mani. Tutti figli dei fiori. Il brano si intitola Jesahel, suggestiva ballata corale a opera dei Delirium, band capitanata dal vocione profondo di Ivano Fossati, che, donandoci un brano rimasto storico, avevano rotto gli schemi: il rock puro era appena stato sdoganato a Sanremo. Con essa vinsero il premio della critica ma soprattutto dominarono a livello commerciale. Addirittura divenne un successo internazionale tanto che ha avuto ben sette versioni solo in Francia, entrò in classifica in Inghilterra e negli Stati Uniti, e ci fu perfino una versione vietnamita!

Facciamo un altro salto temporale verso uno dei periodi più rivoluzionari della storia della musica, ovvero l’esplosione del punk in tutto il mondo, Sanremo compreso. A portarlo sull’Ariston è un giovane gruppo lontanissimo dagli stilemi tipici del Festival, a partire dall’estetica che creò un certo stupore in platea: i membri salirono sul palco tutti vestiti uguali, camicia bianca e cravatta, in stile Kraftwerk, ed erano guidati da uno stravagante leader coi capelli biondo ossigenati, un timbro riconoscibile fra mille e un grosso paio di occhialoni da sole con montatura bianca. Erano i Decibel che, capitanati da un 23enne Enrico Ruggeri, fecero irruzione a Sanremo con la sfolgorante “Contessa”, un brano di rottura rispetto a ciò che veniva proposto solitamente. E per confermare questa loro diversità, negli anni del Festival in playback, furono tra i pochi a pretendere di esibirsi dal vivo. Fu la casa discografica a convincerli a partecipare al Festival, suscitando la reazione furibonda della frangia più estrema e intransigente dei loro fan, che vedevano come un tradimento il passaggio dal punk alle camicie sfoggiate sul palco di Sanremo. Ad ogni modo "Contessa" rimarrà uno dei brani caratterizzanti di quell'epoca musicale.

Adesso ci muoviamo solo di un paio d’anni, 1983, dove troviamo un gruppo che prima di sorprendere il pubblico di Sanremo, aveva spiazzato i suoi stessi fan storici, perché di punto in bianco si è messo a fare cose completamente diverse da quelle a cui aveva abituato la gente. Negli anni ‘70 infatti erano fautori di un pop-rock di successo, seppur raffinato, con perle come “Stasera che sera”, “Solo tu” e “Per un’ora d’amore”. I componenti della band però pensarono che forse era il caso di osare di più: ingaggiarono un giovane tastierista, si infatuarono della nuova musica europea, iniziarono a truccarsi e a usare strumentazioni elettroniche. E nel 1983 si presentarono in scena all’Ariston attuando una svolta stilistica sperimentale. Il tutto esaltato dal brano portato in gara, una canzone sospesa nel tempo e nello spazio: “Vacanze Romane”, a firma “Matia Bazar”. L’impatto fu notevole. I Matia Bazar erano elegantissimi ma contemporaneamente imbracciavano strumenti futuristici: contrabbassi e percussioni elettroniche, e schermi di computer in bella vista. Un’estetica che scioccò tutti. Ancor più perché il brano era di grande rottura per la sua capacità di saper unire la classicità agli arrangiamenti elettronici. Una perla che riesce a essere nostalgica ma allo stesso tempo futuristica, abbinata a parole che pescano riferimenti dal mondo dell’operetta, dall’immaginario della “Dolce Vita” e da personaggi che rievocano gli anni d’oro della Capitale. "Vacanze Romane" è riuscita ad avvicinare generazioni fino a quel momento distanti fra loro: genitori nostalgici e figli desiderosi di novità, tutti uniti nell'ascolto di questo piccolo miracolo del pop.

E il rap? Ai giorni nostri è pieno di rapper e trapper a Sanremo, ma la domanda è: chi ha aperto la strada? Dipende dai punti di vista. Per molti il primo fu Jovanotti anche se, a voler essere pignoli, la sua “Vasco” iscritta a Sanremo nel 1989 di rap non aveva praticamente nulla. Probabilmente i primi a portare il rap a Sanremo sono stati nel 1992 gli Aeroplanitaliani (che si scrive tutto attaccato), il gruppo del dj e speaker radiofonico Alessio Bertallot, che si presentarono con un’esibizione surreale. Cosa fecero? Un gesto ribelle, che fece scalpore. In pratica, a metà della loro canzone si fermò tutto e rimasero in completo silenzio sul palco per quasi mezzo minuto, immobili, prima di ricominciare a cantare e suonare. Con la giuria che non capiva, il pubblico in sala smarrito a chiedersi se avesse dovuto già applaudire o aspettare, e quello a casa che pensava si fosse bloccato il segnale del televisore e cercava di smanettare col telecomando. La canzone tra l’altro si intitolava proprio “Zitti Zitti (il silenzio è d’oro)” ed era un rap grezzo, quasi una canzone parlata, ma di certo una novità. Talmente innovativa che furono subito bocciati, ma la canzone si rivelò un successo e addirittura vinse il premio della critica (cosa mai capitata a un artista che non non era riuscito a qualificarsi alla finale).

Infine, oltre alla corrente hip hop, c’è un’altra scena che da qualche tempo sta beneficiando di una certa esposizione all’Ariston, ovvero quella alternativa: i cosiddetti artisti indie. Quelli che in radio senti poco e in tv vedi ancora meno, ma che si sono guadagnati un buon seguito con la gavetta, concerti in locali underground e un grosso lavoro sui social. Anche qui, chi furono i primi? Sui primi in assoluto c’è dibattito, ma sicuramente posso nominare i più importanti. Nel 2000, infatti, sulla riviera ligure atterrò l’elettro-rock dei Subsonica con quella “Tutti I Miei Sbagli” che, senza discostarsi dal sound tipico della band, fece breccia anche presso la platea generalista, riuscendo a rendere popolari, e quindi digeribili a tutti, sonorità nuove. Anche in questo caso, come per i Decibel, c’è stata qualche polemica nella fanbase. Le classiche accuse di “tradimento” che venivano mosse alle band alternative che provavano il grande salto. In realtà, oltre a motivi di visibilità, la band scelse di partecipare per mettersi in discussione e dimostrare che al festival poteva essere proposto qualcosa di diverso. Alla fine è venuta fuori una canzone che non è sanremese ma che è adatta a Sanremo. Un pezzo epico tra elettronica e rock, totalmente in linea con il loro stile. Non un'operazione sanremese, insomma, ma semplicemente una bellissima canzone che diventerà un classico contemporaneo e influenzerà molte composizioni italiane negli anni seguenti. Il brano insomma non è morto su quel palco, come succede a tanti altri.

Insomma, in settant’anni di storia il Festival di Sanremo ha regalato al suo pubblico centinaia di brani, non solo legati alla grande tradizione italiana. Oggi ho voluto evidenziare i principali esempi di canzoni innovative a livello di sonorità: dall’avvento del rock’n’roll grazie a Celentano nel ‘61, al rock progressivo dei Delirium nel ‘72, dalla rivoluzione punk dei Decibel nel 1980 all’equilibrio tra tradizione ed elettronica coi Matia Bazar nel 1983, passando per il primo vero brano rap nel 1992 con gli Aeroplanitaliani e arrivando allo sdoganamento del circuito alternativo nel 2000 per mano dei Subsonica. Furono esempi come questi (e altri) a cambiare il Festival, spalancando le porte a nuovi generi e artisti, talvolta anche meno convenzionali. E quindi, sì, sicuramente merito al ravennate Amadeus (e a qualcun altro prima) per aver contribuito allo svecchiamento del Festival. Ma se siamo arrivati fino a questo punto, ricordiamoci sempre che tutto è passato dalle tappe percorse in questo articolo.

A questo link è possibile ascoltare il podcast della puntata

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Un viaggio tra le canzoni più innovative della storia del Festival di Sanremo

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