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Suono ma nessuno apre

Opinioni

Suono ma nessuno apre

A cura di Matteo Fabbri

Una riflessione sul fenomeno "podcast" da parte di chi ne fa uno

Perché questo recente boom? Fondamentalmente per la semplicità. Per fare un podcast essenzialmente serve solo un microfono e avere qualcosa da dire

Tra le parole diventate di uso comune negli ultimi tempi c’è anche questa: “podcast”. Un termine, in realtà, nato già una quindicina d’anni fa, ma salito prepotentemente alla ribalta in particolare durante il lockdown, almeno in Italia.

Che cos’è un podcast? In parole molto povere si può descrivere come dei contenuti audio trasmessi online e fruibili “on demand”, ovvero fondamentalmente quando ne hai voglia. Il podcast quindi è un formato che puoi ascoltare dove e come vuoi, tramite svariate piattaforme digitali quali Spotify, Apple, Amazon Music, Spreaker, Audible, Google e via dicendo. Esistono vari tipi di podcast in base al genere, alla durata, alla tipologia e agli autori. Ci sono podcast dedicati alla cultura, altri alla politica, altri ancora al “crime” (forse la categoria più seguita in assoluto), e poi quelli che si occupano di tecnologia, sport, videogiochi e così via. Fino a quelli musicali (fascia in cui rientra anche il mio “Suono Ma Nessuno Apre”). Quasi tutti sono composti da varie puntate spesso suddivise in serie o stagioni. E gli episodi possono durare dai dieci minuti fino all’ora abbondante, dipende dalla scelta editoriale di ogni “creator” (altra parola che ha preso piede negli ultimi tempi).

Perché questo recente boom? Fondamentalmente per la semplicità, oltre che nell’ascolto, soprattutto nella produzione di un podcast. Per farne uno essenzialmente serve solo un microfono (anche quello dello smartphone) e avere qualcosa da dire. Fine. E’ il motivo per il quale c’è stata una vera e propria esplosione quando, durante il lockdown, eravamo tutti chiusi in casa e, per la voglia di evadere e comunicare col mondo esterno, abbiamo dato sfogo alla creatività. Quella del podcast si è rivelata una carta vincente proprio per la sua immediatezza: per metterla in pratica non servono strumenti costosi o abilità tecniche avanzate. Poi, certo, come in tutti i campi, una cosa puoi farla bene o male, meglio o peggio degli altri. E lì entrano in gioco diversi fattori. Ma se non hai troppe aspettative e lo fai per puro diletto, si tratta di un passatempo accessibile potenzialmente a chiunque.

Come sempre accade quando qualcosa diventa popolare, i grandi brand hanno subito fiutato l’affare e ci si sono buttati a capofitto con produzioni di livello, budget discretamente alti e tanta pubblicità. In realtà la cosa paradossale è che, per certi versi, a volte proprio i podcast “firmati” sono quelli meno interessanti. Ne ho sentiti alcuni “brandizzati” (e quindi in linea teorica con produzioni professionali dietro le quinte) con errori tecnici, una qualità audio rivedibile o argomenti scopiazzati qua e là. In aggiunta, non mi piace il fatto che spesso le case di produzione importanti tendano a far “recitare” dei copioni a personalità famose solo per ottenere più seguito. Perché è ovvio che il “podcast musicale di Morgan” attiri di più rispetto al “podcast musicale di un appassionato qualunque che magari dice le stesse cose di Morgan” (o che magari gliele scrive). Del resto un parallelismo simile si può fare con le radio: avrete sicuramente notato come negli ultimi anni i palinsesti delle emittenti nazionali siano infarciti di VIP già precedente noti in televisione o sui social? Personaggi che magari hanno un decimo della preparazione di uno che fa lo speaker di professione ma che, essendo popolari, portano pubblico (che è poi ciò che interessa alla radio).

Pur facendone uno, io non sono un grandissimo fruitore di podcast. Ne ascolto una manciata, su argomenti che mi interessano e/o condotti da persone di cui apprezzo la voce e il modo di porsi. E vi posso assicurare che alcuni prodotti “amatoriali” meriterebbero una visibilità maggiore.
Prima ho esordito dicendo che è facile confezionare un podcast. E’ la verità. Basta poco. Il grosso problema è invece quello di farsi scoprire. Puoi anche produrre il podcast più bello del mondo ma se nessuno sa che lo stai facendo, può risultare frustrante. I metodi per farsi scoprire sono fondamentalmente tre, due dei quali gratis: il primo è con le sponsorizzazioni a pagamento, sia sui social sia sulle stesse piattaforme di podcasting; il secondo è quello di creare interazione con i follower sulle proprie pagine social; infine, il terzo è la cosiddetta “discovery” (sì, lo so, che palle tutti questi inglesismi), ovvero la “scoperta”. 

Quest’ultima secondo me è la più importante ma allo stesso tempo quella più allo sbando, e di certo non aiuta chi è alle prime armi e vuole buttarsi in questo mondo. Cosa significa “scoperta”? Significa avere la possibilità di essere notati per caso dai potenziali ascoltatori. Esempio pratico: quando un fruitore accede alla categoria dei “Podcast” su Spotify o su qualsiasi piattaforma utilizzi, gli compaiono subito in prima pagina alcuni podcast consigliati dalla stessa. Tendenzialmente si tratta dei più famosi oppure di quelli che pagano, ma a volte vengono anche proposti a random alcuni prodotti meno celebri. Questo potrebbe invogliare a cliccare e farsi scoprire.

In più ci sono le classifiche. Anzi, ci sarebbero. Perché sono sono una vera e propria accozzaglia (e le varie piattaforme non fanno nulla per tenerle ordinate). Provate a cercare le classifiche dei podcast e troverete un guazzabuglio difficilmente consultabile, in cui accanto ai podcast realmente famosi, ce ne sono altri che semplicemente “comprano” i posizionamenti. E lo si capisce bene perché spesso i primi posti sono occupati da podcast di altre regioni del mondo (una volta sono stato scavalcato in classifica da un podcast in lingua coreana. Ora: capirei se fosse stato un podcast in italiano sulla musica coreana. Ma un podcast in lingua coreana nella classifica italiana? Chi è che ascolta podcast in lingua coreana in Italia? E’ già difficile trovare ascoltatori per podcast in italiano, figuriamoci! Questo significa che evidentemente quel podcast ha pagato per posizionarsi in alto in classifica, avere più click e magari guadagnarci pure).

Ah, sì, non vi ho detto che coi podcast volendo puoi pure guadagnarci (cifre comunque esigue) inserendo gli sponsor all’interno della trasmissione. Cosa che personalmente preferisco non fare perché il gioco non vale la candela e soprattutto non mi piace che un episodio di trenta minuti abbia in mezzo alcuni stacchi pubblicitari che vanno a interrompere il parlato e a rendere meno piacevole l’esperienza di ascolto.

Concludendo: quale futuro vedo per i podcast? Nononostante io possa definirmi un “podcaster” (e dovrei quindi parlarne bene), vado un po’ controcorrente. E’ vero che una delle caratteristiche che rende i podcast così popolari è la loro facilità di fruizione: richiedono poca attenzione e puoi ascoltarli ovunque, in macchina, in treno, in autobus, a casa, sul letto, mentre fai la doccia, mentre leggi o studi, ecc... E’ altrettanto vero però che, come detto poc’anzi, essendo necessario così poco per metterne in piedi uno (e infatti si stanno moltiplicando a vista d’occhio), ci avvieremo a una forte selezione naturale (che in realtà è già in atto). Può darsi che presto ci saranno delle novità e non basterà più avere solo un microfono e della buona volontà, ma saranno indispensabili altre competenze. Trasformando quindi questo mondo in un qualcosa d’élite.

Staremo a vedere. Nel frattempo, se volete farvi un’idea o semplicemente se vi va, cliccate qui e date un ascolto al mio di podcast. Vorrei sapere il vostro parere!

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