"30 ore al pronto soccorso senza acqua nè cibo per una 71enne in carrozzina": la denuncia della figlia

La figlia dell'anziana denuncia l'"odissea" sperimentata qualche giorno fa al pronto soccorso dell'ospedale di Ravenna

Mentre venerdì si stava svolgendo, davanti all’ingresso dell’ospedale di Ravenna in via Missiroli, un presidio dei lavoratori organizzato dalla Cgil per denunciare "la difficile condizione della sanità pubblica ravennate", una persona, che ha svolto anche il ruolo di consigliere territoriale del Comune di Ravenna, si è rivolta al capogruppo di Lista per Ravenna Alvaro Ancisi per denunciare l’"odissea" sperimentata direttamente pochi giorni prima. Il consigliere d'opposizione, dalla denuncia, ne ha poi ricavato un question time per il sindaco de Pascale.

"Venerdì il nostro medico di famiglia ha rilasciato per mia madre 71enne, costretta da circa 3 mesi su una sedia a rotelle, una richiesta urgente di visita specialistica da parte del reparto malattie infettive dell’ospedale di Ravenna a causa di contaminazione da staffilococco aureo, infezione facilmente diffusiva che può avere conseguenze particolarmente serie, anche a rischio della vita umana - spiega il denunciante - L’arrivo in ospedale è avvenuto alle 11.30 del giorno stesso. La dottoressa del reparto, dopo accurata visita, decide di inviare mia madre al Pronto Soccorso, richiedendo un esame delle emocolture, una tac con metodo di contrasto, analisi del sangue e visita ortopedica. Veniamo accolti al pronto soccorso alle 12:47 con codice verde. L’odissea comincia da quest’ora: mia madre viene rimbalzata da lì a vari reparti, da cui viene sempre rispedita indietro per mancanza di posti letto. Un ping pong che si conclude solo sabato pomeriggio alle 18.30 circa, quando finalmente si libera un letto nel reparto malattie infettive, dove mia madre viene ricoverata 30 ore dopo l’arrivo in ospedale. Per tutto questo tempo una paziente ultrasettantenne, non in grado di deambulare e che non dovrebbe essere sottoposta a stress fisico o psichico per via di un intervento chirurgico subìto circa tre settimane prima, è rimasta depositata, immobile, su una barella, senza mangiare (perché doveva fare la Tac) e senza l’offerta di un bicchier d’acqua. Il tempo passato non è servito neppure perché fossero effettuata la Tac e l’analisi microcolturale richieste da vari medici. Ho deciso di rendere pubblica questa disavventura patita dalla mia famiglia perché spero che non succeda mai più a nessun altro. Non pretendo certo di ricevere le scuse da parte dell’Ausl o da chi prende le decisioni in Regione, ma le scuse dovrebbero essere rivolte soprattutto al personale ospedaliero: medici, infermieri, operatori socio-sanitari ecc, che quotidianamente lavorano in condizioni organizzative e strutturali pessime. Non so di preciso cosa sia successo, ma sicuramente il livello del servizio sanitario è ad oggi in condizioni pietose. Penso che non sia più il momento di infilare la testa sotto la sabbia, ma quello di chiamare le cose con il loro nome: malfunzionamenti di un sistema destinato inevitabilmente al collasso".

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