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Cronaca

Abusò della nipotina di 11 anni, lei lo raccontò in chat agli amici: zio condannato

In un primo momento la stessa Procura aveva chiesto di archiviare il caso, non ritenendo del tutto attendibile la versione della minore che era stata ascoltata in incidente probatorio in un contesto protetto

Avrebbe abusato della nipotina acquisita di 11 anni che era stata affidata a lui e alla moglie. Le violenze si sarebbero consumate nel 2016 durante una visita della bambina allo zio. A circa sei anni dai fatti, l'uomo è stato condannato a nove anni di carcere dal collegio penale del Tribunale di Ravenna (il pubblico ministero aveva chiesto 15 anni).

A raccontare i presunti abusi era stata la stessa bimba qualche mese dopo, prima in una chat con i suoi coetanei e poi confidandosi con il patrigno. L'uomo accusato si è sempre dichiarato innocente. E in un primo momento la stessa Procura aveva chiesto di archiviare il caso, non ritenendo del tutto attendibile la versione della minore che era stata ascoltata in incidente probatorio in un contesto protetto. Dopo l'opposizione della parte civile, la Procura generale aveva però confiscato il fascicolo affidato poi ad un altro pm. 

Le associazioni: "Sentenza che conferma il nostro ruolo"

Il Tribunale aveva riconosciuto la costituzione di parte civile nel processo alle associazioni Linea Rosa, Udi (Unione donne in Italia) e Dalla Parte dei Minori. "La sentenza, ancora una volta, ha confermato che questo genere di reati non solo lede gravemente la vittima, ma costituisce un vulnus per tutte quelle associazioni che, come Linea Rosa, da oltre trent’anni, hanno fatto del contrasto alla violenza di genere la propria missione - commentano le associazioni soddisfatte - Lo stesso vale per Udi, che da sempre contrasta la violenza, e per Dalla parte dei Minori, che vede nel suo obiettivo statutario azioni a contrasto di ogni forma di violenza perpetrata nei confronti delle minorenni. Violenze che, sappiamo, creano un ulteriore danno quando sono agite contro persone che ancora non hanno raggiunto la maggiore età. Questo è il riconoscimento più alto a cui possiamo ambire. Costituendoci parte civile nei processi l'obiettivo è farsi portavoce di tutte le donne che vogliono, e devono, essere riconosciute come tali e non come oggetti nelle mani altrui".

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