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Mercoledì, 12 Giugno 2024
Cronaca Castel Bolognese

Alluvione un anno dopo - "Dopo aver perso mio babbo, salvai il letto di Caterina"

"In un vicolo lo vidi: un letto antico di ferro battuto, con i medaglioni dipinti, in quella babilonia limacciosa se ne stava ritto in rovinosa eleganza. “Non lo butterai mica via?”, interpellai il proprietario"

Cielo plumbeo, bagnato, cattivo, non traspariva nessuna luce. Acqua, fango, lacrime, paura, tantissima paura. Si chiedevano informazioni agli amici in un tam tam di messaggi, per una volta ringraziando i social che ci tenevano aggiornati, cercando comunque di risparmiare la batteria del telefonino, dato che l'energia elettrica andava e veniva. Quando la sera prima vidi dei negozianti lungo la via Emilia mettere dei sacchi di sabbia davanti alle porte pensai che stessero esagerando, eppure ora lì vedevo solo un fiume d'acqua che correva con violenza, e non ho avuto il coraggio di andare oltre camminando, dato che l'acqua arrivava alle ginocchia e sul fondo si sentiva uno strato di fango viscido e scivoloso.

L'inimmaginabile è successo. Nel condominio dove vivo c'era un rivolo fangoso che scorreva veloce verso il tombino della fogna, stavamo a guardare inermi, sperando che non si alzasse oltre il muretto della recinzione. Avevamo una paura sorda di cosa ci avrebbero riservato le ore successive chiedendoci che cosa era successo nelle altre case, intanto continuava a piovere, e nell'aria si avvertiva uno strano odore, quella puzza di fango che ci sarebbe diventata purtroppo famigliare. E poi babbo era là, in struttura, forse chiedendosi dove mi ero messa, si sarà sentito spaesato, anche se, subodorando il pericolo, lo ero andato a salutare e gli avevo detto che per qualche giorno non ci saremmo visti. Non ci si riusciva ad avventurare oltre il parco, il servizio di messaggi del Sindaco ci aveva confermato lo stato di allarme: “Fra poco meno di due ore arriverà la piena da Casola. È un evento mai visto, primo per portata e dimensione, quindi occorre che tutti si portino ai piani alti e che non si esca di casa. Massima attenzione e concentrazione. No spostamenti non giustificati, no scantinati, polizia locale e altoparlante per diffondere messaggio”. Questo ci aveva scritto il 16 maggio alle ore 16. E poi quel video: l'immagine della Piazza con le auto coperte dall'acqua melmosa fino al tetto: un mare in burrasca, acqua che scorre violenta, galleggia di tutto, la testa di un manichino compare e scompare grottescamente.

Il giorno successivo, una volta defluita l'acqua, lasciando solo lacrime, perdita e fango, girovagavo per le case offrendo aiuto, molte volte preceduta da gruppi di giovani venuti da tutti i paesi vicino. E poi l'arrivo di quella telefonata attesa con timore da almeno un mese: “Pronto, è la struttura per anziani, le volevo dire che purtroppo suo padre...”. Una voce lontana con l'accento straniero, la linea che andava e veniva, non capivo, non volevo capire. “No, no, non è vero! È impossibile!”. Ricordo che urlavo appoggiata al cancello di una casa, urlavo e piangevo, e attorno a me la gente con le pale e i tira acqua buttava fuori il fango dalle case. “Se n'è andato con l'alluvione!”, urlavo con il viso inondato di lacrime pedalando verso casa. Pedalavo, urlavo e piangevo, non me ne fregava di niente, tanto non mi considerava nessuno.

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Il giorno seguente armata di stivali di gomma, giacca antipioggia, secchio e spazzolone, mi sono avventurata come una pazza in bicicletta per il paese. Fuori dalle case si formavano montagne di oggetti infangati, dato che non restava altro che portare fuori tutto e fare una selezione del poco salvabile. Ai piani bassi solitamente si tiene tutto ciò che non si usa, i libri, le foto, oggetti dimenticati da anni, ed ecco accatastarsi montagne di ricordi lordati dalla melma, la gente aveva gli occhi vitrei, occhi pieni di dolore, paura, incredulità. Ci si abbracciava piangendo, quanto ci si abbracciava! In un vicolo lo vidi: un letto antico di ferro battuto, con i medaglioni dipinti, in quella babilonia limacciosa se ne stava ritto in rovinosa eleganza. “Non lo butterai mica via?”, interpellai il proprietario che sconsolato portava fuori dall'Ade casse di libri grondanti acqua. “Lo vuoi? Te lo regalo! Portalo via prima che arrivi il camion col ragno meccanico. Era di mia nonna, Caterina Ricciardelli da Riolo Terme”.

Ma ti pare che in un momento simile dovessi pensare a salvare un antico letto che non serviva più a nessuno? Pensavo a tutte le cose buttate, perse per sempre, negozi, attività commerciali, i bar, i ristoranti, giovani che avevano fatto il mutuo per la casa, anziani con una vita di ricordi in cantina, l'acqua che aveva sommerso materassi, cucine, lavatrici, macchine da cucire, auto, furgoni, moto, tutte le bottiglie in cantina... Il mio babbo, che se n'era andato proprio allora, in un gesto teatrale degno di lui! Un uomo che compiendo 95 anni mi aveva detto in tono sognante: “Mancano 5 anni ai 100!”.

Il letto di Caterina non poteva essere messo nel mucchio delle perdite. Sono andata a prenderlo, l'ho caricato sul tetto dell'auto, guidando a passo d'uomo l'ho portato a casa e con un filo d'acqua delicatamente ho pulito l'ovale più grande: eccola Caterina, abbigliata di crinoline, con un grande cappello ad incorniciare i riccioli neri, gli occhi celesti sfavillanti, colta in una posa civettuola, giovane sposa, sicuramente piena di speranza nell'avvenire, in un futuro sognato forse mentre ricamava il corredo che avrebbe vestito il suo letto nuziale. Giovane Caterina, sarai tu il simbolo della mia alluvione, speranza e sguardo verso il futuro.

Franca Marabini, Castel Bolognese

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