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12mila foto che raccontano la 'Romagna che non c'è più': per 40 anni in una cantina, ora potrebbero "emigrare"

Il fotografo vorrebbe che il suo archivio trovasse una collocazione in un ente del territorio: "Il pericolo di queste cose è che vadano disperse". Invece i suoi scatti potrebbero finire all'estero

Un enorme archivio fotografico (e sonoro) che racconta la storia della 'Romagna che non c'è più', ma che "rischia" di finire all'estero. La storia di Giovanni Zaffagnini, fotografo di Fusignano, è finita al centro di un servizio del TG3 dopo l'appello lanciato sui social da Giovanni Bellosi: "Dalla metà degli anni '70 alla fine degli anni Novanta del secolo scorso il fotografo Giovanni Zaffagnini e io (col registratore) abbiamo percorso in lungo e in largo la Romagna per documentare la cultura del mondo popolare in via di estinzione: modi di vita, lavori tradizionali, usanze e credenze, religiosità, canti rituali ecc. Il risultato è un archivio fotografico, presso Zaffagnini, comprendente circa 12.000 negativi catalogati e circa 2000 stampe, catalogate e digitalizzate. Presso di me è conservato il corrispondente archivio sonoro, contenente le registrazioni di innumerevoli testimonianze, in corso di digitalizzazione presso il Centro per il dialetto romagnolo della Fondazione Oriani di Ravenna: un progetto che procede in modo discontinuo per la difficoltà a reperire finanziamenti pubblici".

Zaffagnini, infatti, vorrebbe che il suo archivio - che comprende scatti che vanno da Imola al Montefeltro - trovasse una collocazione in un ente del territorio. "Gli anni '70 erano gli anni del sociale, si pensava che la cultura popolare dovesse salvare il mondo - spiega il fotografo - Noi ci credevamo, e a dir la verita ci crederei ancora, anche se vedo che il mondo va da un'altra parte". "Tutto il materiale che è documentato attraverso le registrazioni e le fotografie - aggiunge Bellosi - oggi non sarebbe più possibile recuperarlo, perchè la memoria in quegli anni si è interrotta, non c'è stata più tradizione".

"Il pericolo di queste cose è che vadano disperse", ammonisce Zaffagnini. Ma negli ultimi tempi un'Università straniera ha manifestato interesse all'acquisto dell'archivio fotografico, con l'intento di realizzare pubblicazioni e mostre. "Sarebbe un vero peccato se un archivio di tale importanza riguardante la cultura popolare della Romagna dovesse lasciare la nostra regione per essere valorizzato come merita", conclude Bellosi.

"E' un patrimonio prezioso, perché racconta storie, persone, rituali, ora purtroppo scomparsi; è un lavoro rigoroso e libero da sentimentalismi - aggiunge il figlio del fotografo, Fabio Zaffagnini (famoso in zona e non solo per essere l'ideatore di Rockin'1000), che non esclude la possibilità che le fotografie di suo padre possano trovare una giusta collocazione anche al di fuori dell'Italia - E' rimasto in uno scantinato per 40 anni: più volte mio babbo ha cercato di proporlo, ma senza successo, gli sono sempre stati preferiti progetti più carichi di "nostalgia dei bei tempi andati" o surrogati pittoreschi pseudo-romagnoli. Ora invece si sono svegliati tutti e c'è l'alzata di scudi: "la Romagna ai romagnoli!". Ma non sarebbe meglio concentrarsi sul progetto, locale o internazionale che sia? Sull'opportunità di mantenere vive e diffondere le origini della nostra cultura? E se da noi non ci sono le intenzioni e le risorse, è giusto a priori escludere chi ne ha più voglia, solo perché non è parte del "popolo eletto romagnolo"?".

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