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Coinvolgere il paziente per migliorare il post-operatorio: l'ospedale di Faenza fa scuola

“Coinvolgere i pazienti e i famigliari nel percorso di cura migliora i risultati post-operatori e contribuisce a superare le difficoltà generate dalla pandemia”

“Coinvolgere i pazienti e i famigliari nel percorso di cura migliora i risultati post-operatori e contribuisce a superare le difficoltà generate dalla pandemia”: è questo uno dei risultati più significativi di uno studio clinico nato dalla collaborazione delle Unità di chirurgia colorettale dell’Ospedale di Faenza e dell’Humanitas di Milano (diretta da Antonino Spinelli) in tempo di Covid-19, che sta per essere pubblicato sulla prestigiosa rivista 'Surgery'.

Da anni si parla della necessità di rendere i cittadini-pazienti più protagonisti nella gestione della loro salute (tecnicamente “patient engagement”). Recentemente la pandemia da Covid-19 ci ha, drammaticamente e urgentemente, dato l’occasione per mettere in pratica questo principio. In questi mesi di emergenza sanitaria più che mai i cittadini sono stati chiamati a dimostrare il loro “engagement” impegnandosi a comprendere le informazioni in modo attento e razionale, mettendo in atto i comportamenti preventivi, dimostrando fiducia nella scienza e nelle professioni sanitarie. Il patient engagement è emerso quindi non solo come un modello di assistenza che vede il paziente assumere un ruolo molto più attivo nel suo percorso di cura, ma come un successo dell’organizzazione sanitaria: un assistito più consapevole è più coinvolto è meno soggetto ad aggravamenti e ricadute.

“Quando nel febbraio 2020 la pandemia da Coronavirus ha colpito il Nord Italia, pochissime persone immaginavano gli effetti dirompenti di questa infezione sul Sistema Sanitario Nazionale e su tutta la popolazione in generale – spiega Giampaolo Ugolini, direttore dell'Unità Operativa di Chirurgia dell’ospedale di Faenza – A marzo, mentre il numero di casi aumentava esponenzialmente e le conoscenze del virus erano ancora molto frammentarie, molti ospedali italiani hanno interrotto, o marcatamente diminuito, l’attività chirurgica programmata. L’assenza di una risposta non ha però esaurito la domanda di cura di tutti quei pazienti affetti da neoplasie o malattie benigne gravemente invalidanti che non sono mai scomparse, nonostante il Covid-19. E’ ormai dimostrato come l’interruzione o la sola riduzione di molti servizi (viste, indagini diagnostiche, interventi e cure) in corso di pandemia abbia colpito la salute di tante persone, in particolare quelle affette da tumori, creando gravi ritardi diagnostici e terapeutici che purtroppo avranno un impatto in futuro”.

“Alcuni servizi però – prosegue -, come quello della nostra chirurgia colorettale di Faenza, hanno continuato la loro missione pur con tutte le difficoltà e preoccupazioni degli operatori sanitari e dei pazienti legate alla pandemia. Questo è stato possibile grazie al lavoro di tutti gli operatori sanitari che, in maniera molto rapida, hanno saputo mettere in atto diversi cambiamenti rispetto al passato per garantire la sicurezza dei pazienti e degli operatori nel percorso perioperatorio. Grazie a un progetto di collaborazione tra le due Unità Specialistiche di Chirurgia Colorettale dell’Ospedale per gli Infermi di Faenza e dell’Istituto di Ricerca e Cura Humanitas di Milano è stato possibile analizzare i dati clinici relativi all’attività chirurgica svolta durante la prima ondata epidemica (marzo-maggio 2020). Il valore dei risultati ottenuti ha permesso successivamente la pubblicazione di un articolo scientifico sulla rivista Americana Surgery. Obiettivo dello studio era quello di confrontare i volumi e gli esiti dell’attività chirurgica colorettale elettiva per tumore del colon-retto e malattie infiammatorie intestinali durante la prima ondata della pandemia con quelli dello stesso periodo dell’anno precedente (2019).

“In un momento critico per tutti – aggiunge Ugolini  – il sistema organizzato dall’Ausl Romagna e la collaborazione tra tutti i professionisti ha permesso di rispondere in maniera adeguata anche alle esigenze dei pazienti “non Covid”. L'engagement non e? solo un “fatto” della persona con patologia: esso implica una visione sistemica e un approccio multidisciplinare del percorso assistenziale del paziente. E’ quindi fondamentale il coinvolgimento di tutti i professionisti della salute che gravitano attorno al paziente e dei famigliari".

In particolare, i risultati pubblicati hanno evidenziato come, grazie alla dedizione di tutti gli operatori sanitari delle due strutture, il numero di pazienti sottoposti a intervento sia risultato solo lievemente inferiore rispetto all’anno precedente, con risultati clinici assolutamente sovrapponibili in termini di complicanze e mortalità postoperatoria. Solamente due pazienti dell’intero gruppo (136 pazienti) hanno contratto un’infezione da Coronavirus nel periodo postoperatorio e sono stati poi trattati con successo mediante terapia medica senza complicanze. Un approccio ragionevole alle difficoltà della situazione contingente sulla base delle conoscenze ottenute durante anni di ricerca ha permesso di continuare l’attività chirurgica con approccio mininvasivo e seguendo i protocolli di Enhanced Recovery After Surgery (Eras). Più del 90% dei pazienti sono stati operati mediante chirurgia laparoscopica con una degenza media postoperatoria di circa 4 giorni. Il risultato più sorprendente riguarda proprio la degenza media, che è risultata addirittura inferiore a quella del 2019 (4.2 contro 5.3 giorni) nonostante i protocolli seguiti rimanessero sostanzialmente gli stessi. Uno dei motivi principali di questo risultato è probabilmente da ricercare nel significativo coinvolgimento da parte dei pazienti e delle loro famiglie (patient/family engagement) nel comprendere l’importanza di collaborare ai percorsi proposti per facilitare la ripresa postoperatoria.

Questo studio, sviluppato in un momento critico per tutta la popolazione e per il Servizio Sanitario Nazionale, evidenzia che è possibile continuare a mantenere un’attività chirurgica per rispondere alle necessità di tutti i pazienti, permettendo di ottenere ottimi risultati indipendentemente dalle limitazioni dovute alla pandemia. “Questo lavoro – conclude Ugolini - è dedicato a tutti gli operatori sanitari colpiti dal Covid-19 dall’inizio della pandemia e a tutti coloro che stanno continuando a lavorare senza risparmiarsi”.

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