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Coronavirus, Fusari (Ausl): "In terapia intensiva anche pazienti giovani. Il vaccino? Non sappiamo la durata"

Mercoledì ospite dell'intervista è stato Maurizio Fusari, direttore dell’unità operativa anestesia e rianimazione dei tre presidi ospedalieri della provincia (Ravenna, Lugo e Faenza)

Quinto appuntamento con le dirette Facebook del sindaco Michele de Pascale per confrontarsi sui temi della sanità e dell'emergenza Covid, che sta mettendo in seria difficoltà medici e ospedali di tutto il mondo. Mercoledì ospite dell'intervista è stato Maurizio Fusari, direttore dell’unità operativa anestesia e rianimazione dei tre presidi ospedalieri della provincia (Ravenna, Lugo e Faenza).

Le terapie intensive del ravennate

In provincia ci sono sono infatti tre terapie intensive per un totale di 26 letti, in questo momento espansi a 30, perchè nell'ospedale di Lugo sono stati allestivi 4 letti per la terapia semi-intensiva. A Ravenna, poi, all'interno della piattaforma chirurgica c'è un locale di recupero post-operatorio che può contenere fino a 6-8 pazienti. A Faenza la terapia intensiva è prevalentemente per pazienti non-Covid, a Lugo è tutta per pazienti Covid, a Ravenna 50 e 50. Al momento (mercoledì pomeriggio), per quanto riguarda la terapia intensiva Covid, ci sono 2 posti liberi a Ravenna e 3 a Lugo.

Non solo anziani in terapia intensiva

"In terapia intensiva possiamo attuare cure di massima invasività - intubazione della trachea, ventilazione meccanica - e, a scendere, fino a trattamenti non-invasivi ventilatori, ossia senza tubo in trachea ma con caschi/maschere facciali - spiega Fusari - In questa seconda ondata abbiamo avuto molti più esiti positivi con trattamenti non invasivi". Non sono solo gli anziani a finire in terapia intensiva: "L'età non è una discriminante e non lo è mai stata - precisa il direttore - La discriminante è se un trattamento intensivo invasivo ha probabilità di successo in quel paziente. Noi facciamo una medicina etica: tutti i pazienti sono uguali, anche pazienti di età elevata o con comorbidità, tutte le persone sono potenzialmente pazienti. Sì, è vero, abbiamo avuto anche pazienti giovani, che sono andati meglio dei pazienti anziani: ma non è l'età che ha fatto la differenza, ma cose come il diabete, la cardiopatia, la pneumopatia, le comorbidità insomma. Le riserve fisiologiche decadono gradualmente nel tempo, per cui l'anziano ha minori chance rispetto a un giovane nei confronti di un'insufficienza respiratoria correlata al Covid. Ma la stessa scarsa probabilità di "farcela" col Covid ce l'ha anche un 40enne che è nato però con una cardiopatia congenita, ad esempio. Vorrei uscire dal dubbio che l'età per noi è una discriminante: non lo è e non lo sarà mai. L'età media dei pazienti che abbiamo in rianimazione supera gli 80 anni. In alcune nazioni europee sopra ai 65 anni non hai neanche più accesso alle cure intensive negli ospedali".

La fatica della quotidianità

Anche prima del Covid, il nostro territorio era già ben strutturato per affrontare malattie infettive nelle terapie intensive: "La rianimazione ha sempre avuto dei box isolati, non abbiamo dovuto implementare qualcosa che non c'era, ma solo allargare modalità d'approccio che avevamo anche prima - continua Fusari - I dpi o gli approcci al paziente potenzialmente infetto sono sempre esistiti: non dimentichiamo l'Ebola di qualche anno fa. Certo, utilizzare una mascherina FFP2 una volta al mese o tutti i giorni fa la differenza. La cosa nuova è stata impostare l'attenzione a tutta la nostra pratica quotidiana, e non più fare attenzione solo in certi casi specifici. La fatica che c'è da parte di tutti i sanitari è legata all'attenzione continua, non tanto a orari in più: è vero, abbiamo fatto molti meno giorni di riposo o ferie, ma quello che cambia è la psicologia con cui tutti i giorni veniamo a lavorare. E' un po' come entrare in un campo minato: oggi tutte le volte che entriamo in ospedale - ma anche quando andiamo in un supermercato - dobbiamo sempre stare attenti a dove mettiamo il piede, perchè potrebbe esserci una "mina antiuomo" sotto. Ed è questo che ci fa fare fatica: non la cura delle persone, ma la quotidianità con le attenzioni massime che da professionisti dobbiamo mettere".

Quanto dura l'immunità da Covid?

Il sindaco de Pascale, in conclusione, pone una domanda a Fusari: chi è guarito dal Covid può riammalarsi? Dopo quanto tempo? "E' una malattia nuova, per cui anche la singola vaccinazione che faremo da metà gennaio non sappiamo esattamente per quanto tempo possa rendere immuni - conclude il medico - La copertura del vaccino antinfluenzale, ad esempio, dura qualche mese, l'antitetanica dura per anni. Con il Covid non lo sappiamo, così come non sappiamo quanto durino gli anticorpi di chi lo ha già avuto. Intanto ci vacciniamo, poi il prossimo inverno faremo dei dosaggi anticorpali per vedere se saremo ancora coperti oppure no".

PUNTATA 1 - Pochi medici e ospedali in tilt: il Covid piega la sanità. Il direttore Ausl: "Dobbiamo assumere i 'camici grigi'"

PUNTATA 2 - La direttrice della Sanità pubblica: "Solo se si vaccineranno in tanti si interromperà la pandemia"

PUNTATA 3 - Mazzoni: "Impensabili i cenoni di Natale. Anche col vaccino dovremo rispettare delle regole"

PUNTATA 4 - Coronavirus e terapia intensiva: "Gli effetti rimangono molto a lungo". Vaccino? "Bisogna fidarsi"

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