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Cronaca

Deve assistere un famigliare gravemente malato, ma le Poste le negano il permesso

Ad una lavoratrice delle Poste Italiane di Ravenna, nonostante la decisione con sentenza a lei favorevole del giudice del lavoro, non viene riconosciuto il diritto ad assistere un familiare affetto da grave malattia

Ad una lavoratrice delle Poste Italiane di Ravenna, nonostante la decisione con sentenza a lei favorevole del giudice del lavoro, non viene riconosciuto il diritto ad assistere un familiare affetto da grave malattia. La legge (n° 53/2000) prevede che un lavoratore abbia diritto, per tre giorni all’anno, di rimanere a casa per assistere un familiare affetto “da grave infermità”. La questione è stata sollevata dalla Slc Cgil della provincia di Ravenna.

La lavoratrice in questione da anni assiste un familiare in una difficile battaglia contro una grave malattia. Confortata dai certificati medici, la donna ha chiesto di usufruire dei tre giorni già nel 2009. "Al rifiuto di Poste italiane - si legge in una nota della Slc Cgil - la donna si è rivolta a un avvocato per fare valere i suoi diritti. Il giudice del lavoro del tribunale di Ravenna le ha dato ragione (sentenza del marzo del 2011) e il parere è stato confermato in secondo grado, il 26 settembre del 2013 dalla Corte di appello di Bologna, con una sentenza passata in giudicato, dando così nuovamente torto a Poste Italiane che contesta il fatto che nei certificati rilasciati dai medici non ci sia scritto “grave infermità”. Di fronte alla gravità della malattia, i giudici hanno ritenuto ininfluente il fatto che non sia stata indicata la dicitura in questione".

"La donna per poter di nuovo seguire il familiare, per una ricaduta della malattia, ha dovuto di nuovo richiedere i tre giorni nel 2013 e altri  tre nel 2014  e con grande sorpresa si è trovata di fronte a un nuovo rifiuto dell’azienda".

La Slc Cgil "condanna fermamente quanto sta accadendo e ritiene inaccettabile l’atteggiamento dell’azienda: “Il contratto aziendale con Poste italiane è scaduto da diciassette mesi – commenta Susanna Ponti, della Slc -. Già questo è fatto molto grave per tutti i dipendenti, come Slc Cgil chiediamo che quando finalmente si aprirà la discussione per il rinnovo del contratto la norma in questione sia profondamente rivista e definita secondo i criteri di legge. Non è possibile che ai lavoratori non si riconosca un diritto fondamentale di assistenza ai familiari appellandosi a una dicitura che gli stessi giudici ritengono ininfluente”.

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