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Venerdì, 21 Giugno 2024
Cronaca Faenza

Una vita di sacrifici nel fango, ma il parrucchiere non demorde: "Ripartirò, lo devo fare per i miei figli"

Il salone di bellezza è stato travolto dalla fiumana di metà maggio. Il titolare: "Nessuno si aspettava che la situazione a tre mesi di distanza dall’alluvione fosse questa. La delusione più grande è la lentezza, l’indecisione e l’insicurezza dettata dalla mancanza di punti fermi"

Porte aperte per consentire ai muri di asciugarsi, scatole elettriche senza prese, nessun componente d’arredo. Questa la situazione in via Bettisi, traversa di via Lapi, all’interno di quello che era il salone da parrucchiere Massimo Di Camillo. Quando entriamo ‘Dica’, così lo chiamano tutti, è al telefono. “Stavo parlando con un artigiano del trattamento antimuffa - spiega -. Nessuno si aspettava che la situazione a tre mesi di distanza dall’alluvione fosse questa. Io non ho molte alternative perché sono il proprietario dei muri, dovrò rifare tutto con costi alti, tempi lunghi perché gli artigiani sono impegnati e più passano i giorni, più vedere questo salone così mi fa venire il magone”.

Per lui, come per tutti gli altri imprenditori del quartiere, la strada a tre mesi dall'alluvione non è ancora in discesa: “Se fossi stato in affitto sarei andato a cercare qualcosa in un’altra zona. Ho aperto a luglio di 4 anni fa e sono stato chiuso per il Covid, poi ho subìto una spaccata nella quale per rubarmi 100 euro di fondo cassa mi hanno causato 2000 euro di danni a infissi e vetrina, e ora l’alluvione”.

Prima di aprire il salone in via Bettisi, Di Camillo era stato lo storico barbiere di Piazza Ferniani. E anche lì il salone di cui è proprietario dei muri è stato distrutto dai drammatici eventi di maggio. Un salone che negli ultimi anni aveva affittato a una sua collega. “Quell’affitto mi aiutava a pagare il mutuo di questo salone più grande. Anche la ragazza che era in affitto lì ha perso tutto e ora è andata a lavorare da un’altra parte. Non trovo neanche le parole per descrivere la situazione attuale. Nella prima alluvione non c’erano stati problemi e infatti quella sera di maggio i resideni del quartiere avevano parcheggiato qui davanti”.

Il parrucchiere sostiene di voler riaprire tra ottobre e novembre: “Mi sono dato io delle scadenze. La delusione più grande però non è l’evento catastrofico, ma la lentezza, l’indecisione e l’insicurezza dettata dalla mancanza di punti fermi. Si fa fatica a vedere la luce in fondo al tunnel - spiega -. I muri non si sono asciugati, i lavori non si riescono a programmare. C’è tanta burocrazia e per il momento di ristori se ne parla soltanto. Io ho ricevuto un po’ di donazioni e a pensarci mi viene la pelle d'oca dall'emozione, oltre all’aiuto dei miei parenti e il sostegno dell’Inps, i famosi 1000 euro che poi erano 800 e fanno cumulo reddituale. Dicono che i ristori arriveranno presto, ma giustamente gli artigiani nel frattempo vogliono essere pagati, anche solo con un acconto”.

A chi gli chiede quale sia stato il momento peggiore di tutta la vicenda, l'imprenditore risponde: “Si fa una vita di sacrifici e da un giorno all’altro ci si trova senza lavoro e impotenti. Il momento peggiore per me è stato quello seguente alla pulizia dal fango. Quando dopo aver staccato e ripulito tutti i mobili ci si rende conto che l’arredamento è gonfio e non si salva più nulla”.

Oltre alle numerose attività non ancora riaperte, è il quartiere stesso a presentare uno scenario drammatico con le case ancora vuote, le strade impolverate e cumuli di macerie in vari punti. “C’è anche la tristezza che si percepisce nel quartiere - conclude il parrucchiere -. Io però ripartirò, lo devo fare per i miei figli. Adesso vedrò di sistemare prima la vetrina e poi un po' alla volta seguirà tutto il resto”.

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