Cronaca

La rabbia di educatori e operatori socio-sanitari: "Il nostro lavoro merita il cento per cento"

Si chiede sostegno per i lavoratori che dispongono di minori tutele: "Siano riconosciute le ore lavorative non espletate o non espletabili per causa di forza maggiore"

Tornano a farsi sentire gli operatori dei servizi sociali ed educativi: "Vogliamo il 100% di dignità, salute e salario". Questa è lo slogan alla base delle loro richieste. Una protesta che giunge da parte di tutti quei lavoratori posti in seria difficoltà economica fin dall'inizio dell'emergenza Coronavirus. Infatti, dopo la prima lettera inviata dagli educatori ravennati al Comune, viene diffuso giovedì 2 aprile un documento nazionale firmato da varie sigle sindacali, lavoratori da tutta Italia e anche da educatrici ed educatori di Ravenna. 

"E così siamo arrivati alla fine di questo strano e drammatico mese di marzo - inizia così l'ampio documento - Il presente è nebuloso e il futuro è incerto. Per questo oggi più che mai avremmo bisogno di certezze. Come lavoratori e lavoratrici del sociale esternalizzati abbiamo ben presente cosa significa prendersi cura delle persone e sappiamo bene il valore del sostegno e dell’aiuto. Ma conosciamo altrettanto bene anche la difficoltà della precarietà della vita e del lavoro".

Poche tutele e stipendio limitato

Il documento pone l'accento sugli effetti dannosi dell'epidemia sui lavoratori che dispongono di minori tutele. "Fra questi c’è sicuramente il personale impiegato, con qualunque tipo di rapporto lavorativo: autonomo, atipico o dipendente, in ogni caso esternalizzato, nei servizi socio-educativi e socio-sanitari, nelle attività di integrazione scolastica, educativa domiciliare, centri diurni. Il presupposto da cui partiamo è che ai lavoratori e alle lavoratrici esternalizzati, siano riconosciute le ore lavorative non espletate o non espletabili per causa di forza maggiore, nello specifico dalla sospensione delle attività didattiche ed educative “in presenza”, disposta con i decreti del Presidente del Consiglio dei ministri".

Fin dal principio dell'emergenza la retribuzione di questi lavoratori viene coperta dal Fis, il Fondo d'Integrazione Salariale, che corrisponde al 75% lordo dello stipendio e prevede un massimale lordo di 938 euro. "Allo stato attuale delle cose, il Governo invece di garantire la tutela della salute pubblica e un reddito a chi al momento non ce l’ha - e siamo in tantissimi – dimostra il proprio asservimento alla logica padronale di Confindustria e dei suoi partners, costringendo ancora moltissime persone, anche nelle zone più colpite da questa emergenza sanitaria, ad andare a lavorare per non fermare i profitti di pochi, condannando lavoratrici e lavoratori a diventare veicolo di contagio per sé, per gli altri, e per i propri cari - denunciano sindacati e operatori -. Anche nel nostro settore ancora troppi i Servizi definiti Essenziali, tenuti aperti da parte degli Enti Gestori nonostante l’assenza di protocolli di sicurezza e la scarsità di Dispositivi di Protezione Individuale, danno luogo a continui e documentati contagi fra utenti ed operatori". 

"Siamo preoccupati inoltre per la situazione difficilissima in cui vertono le strutture residenziali dedicate all'accoglienza delle persone immigrate, alcune delle quali in sovraffollamento, spesso senza sufficienti tutele sia per gli ospiti che per gli operatori, così come le residenze per anziani e disabili che rischiano di diventare dei vespai di infezione. Anche in questi contesti i colleghi, oltre alla pericolosità per la propria salute e quella dei propri familiari che si somma alla preoccupazione di contagio tra gli utenti, si trovano a fare i conti con orari ovviamente decurtati e con la conseguente necessità di dover utilizzare ferie e permessi.

In questa situazione di disagio e difficoltà di tutte/i, in particolare della nostra utenza, vorremmo contribuire, continuando a lavorare, sempre nel rispetto delle leggi e dei regolamenti che delineano il nostro intervento, tessendo relazioni di cura, di sostegno, di mediazione e rete tra diversi enti, a partire da scuola e famiglia, per come questo ci sarà possibile. Questo è lo scopo del nostro lavoro, che sempre parte da una situazione reale di difficoltà. Anche per questo caso il nostro lavoro merita il 100%, non può essere misurato minuto per minuto, non può essere riparametrato come fossimo dei lavoratori a cottimo".

Le richieste dei lavoratori

Il documento prosegue con le precise richieste dei lavoratori che puntano in particolare all'applicazione del decreto Cura Italia. "Quello che noi, come lavoratori e lavoratrici chiediamo, è l'applicazione, da parte degli enti di prossimità, senza nessuna eccezione, dell'articolo 48 del decreto Cura Italia che ha autorizzato gli enti locali all'erogazione dei fondi già messi a bilancio preventivo per le attività socio-educative e il mantenimento dei servizi al 100%. Gli enti appaltanti possono – non devono – pagare il 100%: se non lo faranno se ne assumeranno la responsabilità politica e sociale. Attualmente, al momento in cui stendiamo questo comunicato, quasi nessun Comune e Città metropolitane ha recepito il Decreto nella sua ratio, cioè impegnandosi a pagare il 100% del reddito delle lavoratrici e dei lavoratori, anche attraverso l’istituzione del telelavoro. 

È travisando completamente gli obiettivi e le modalità del lavoro educativo perciò che, laddove sono partite rimodulazioni dei Servizi in telelavoro, per la maggior parte dei casi sono stati stanziati monte ore dimezzati rispetto a quelli a bilancio. In alcuni casi abbiamo notizie che le ore vengano erogate a seconda dei minuti effettivi svolti dagli operatori che sono costretti a lunghe, meticolose ed umilianti rendicontazioni, gettando loro ancora una volta nella logica del lavoro a cottimo che noi rifiutiamo. Gli enti appaltanti devono riconoscere, insieme al monte ore totale per ciascun utente che seguiamo e per ogni ora dei servizi assegnati, anche il 100% della nostra dignità professionale. 

Dal momento che i comuni sono stati messi di fronte ad una possibilità e non ad un obbligo, in queste settimane si è creata una grande disomogeneità di reddito per i lavoratori e di servizi erogati per gli utenti, a seconda delle scelte dei Comuni italiani e delle Città Metropolitane, che adottano ogni volta disposizioni differenti tra loro. Siamo disponibili a svolgere, ove possibile, il nostro lavoro a distanza e chiediamo di investire le ore di non frontalità, che non riusciamo a fare, in corsi di formazione, in ore di programmazione e di confronto con i Servizi, e per questo crediamo sia necessario agire a livello governativo affinché diventi un obbligo per tutti gli enti gestori l’erogazione totale delle ore che si sarebbero svolte in una situazione di normalità senza differenziazioni e senza lasciare spazi ad altre interpretazioni".

Segue anche una richiesta di modifica dell’articolo 48 del Decreto Cura Italia, all'interno del quale i lavoratori ravvisano un errore. Perciò si chiede una modifica affinché "gli enti siano obbligati a procedere con il pagamento dei servizi educativi ed assistenziali, senza eccezioni" e inoltre che le norme di riferimento utilizzate siano i decreti legislativi 65 e 66 del 13 aprile 2017.

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