Gli effetti del Coronavirus sul cuore, lo studio: "Aumenta il rischio di aritmie"

Le molte incognite legate al Covid-19 hanno spinto diverse branche mediche a studiare comorbidità e conseguenze derivanti dall’infezione da Coronavirus nei pazienti ospedalizzati e gli effetti delle terapie adottate

Le molte incognite legate al Covid-19 hanno spinto diverse branche mediche a studiare comorbidità e conseguenze derivanti dall’infezione da Coronavirus nei pazienti ospedalizzati e gli effetti delle terapie adottate. L’équipe di Aritmologia ed Elettrofisiologia di Maria Cecilia Hospital, Ospedale di Alta Specialità accreditato con il Servizio Sanitario Nazionale, coordinata dal dottor Saverio Iacopino ha osservato l’incidenza di problematiche del ritmo cardiaco nei pazienti affetti da Covid-19 ricoverati presso l’ospedale di Cotignola dal 1 al 26 aprile 2020, sia come conseguenza diretta dell’infezione da Coronavirus sull’attività cardiaca, sia come effetto delle terapie farmacologiche prescritte. I primi risultati sono stati oggetto di una pubblicazione sulla prestigiosa rivista scientifica internazionale Circulation: Arrhythmia and Electrophysiology (AHA Journals).

“I pazienti trattati per Covid-19 presentano un aumentato rischio aritmico – spiega il dottor Iacopino, Coordinatore del Dipartimento di Aritmologia a Maria Cecilia Hospital – Inoltre, sono sottoposti a terapie preventive per il rischio trombotico e questi farmaci presentano a loro volta dei rischi. Antibiotici, antinfiammatori ed eparina hanno dimostrato di avere effetti positivi sull’aspettativa di vita di questi pazienti a prezzo di effetti collaterali attesi, non solo su fegato e reni, ma anche sul cuore. È infatti risaputo che i farmaci come l’azitromicina o l’idrossiclorochina, utilizzati nelle terapie per infezione da Covid-19, possono allungare l’intervallo Qt (il Qt corrisponde al tempo di recupero dei ventricoli del cuore tra una prima contrazione e la successiva). Attraverso questo parametro è possibile misurare gli effetti di questi farmaci e prevenire la possibile insorgenza di aritmie cardiache”.

L’osservazione ha interessato l’effetto delle terapie farmacologiche per Covid-19 su parametri semplici quali il Qt; ma anche l’incidenza di aritmie, atriali o ventricolari o l’eventuale necessità di interventi necessari per il controllo delle aritmie stesse. “I pazienti con infezione da Covid-19 hanno mostrato un prolungamento dell’intervallo Qt nel 17% dei casi, senza evidenza di aritmie maligne, in oltre il 40% dei degenti abbiamo registrato una maggiore incidenza di fibrillazione atriale di nuova insorgenza, considerato un indicatore di rischio per ictus - spiega il medico - ma anche un marker dell’infiammazione nel muscolo cardiaco, mentre è stata documentata una bassa incidenza di aritmie ventricolari non sostenute e bradicardie sintomatiche".

L’équipe del dottor Iacopino ha potuto svolgere queste osservazioni perché ha supportato, per l’intero periodo, il personale sanitario dedicato ai pazienti Covid ricoverati a Maria Cecilia Hospital. Questo ha permesso di individuare le manifestazioni aritmiche e di intervenire quando necessario. L’aritmia atriale è stata gestita in acuto secondo le indicazioni delle linee guida, nessun degente ha sviluppato aritmie maligne e, una volta negativizzati dall’infezione Covid-19 e dimessi dall’Ospedale, tutti i pazienti sono stati seguiti anche successivamente per verificare eventuali effetti a lungo termine. Nessuno dei pazienti, a distanza di 6 mesi, ha riscontrato una necessità di intervento. Alcuni sono però tuttora seguiti attraverso un loop recorder, un registratore impiantato sottopelle che consente di verificare se l’aritmia era una problematica momentanea e dunque solo riconducibile all’infezione da Covid-19 o alle terapie anti Covid-19, oppure se il paziente, non avendo superato quegli esiti, possa presentare ulteriori manifestazioni della patologia infiammatoria. In quest’ultimo caso allora si potrà procedere con un intervento risolutivo dell’aritmia, con un’ablazione, un pacemaker, a seconda del singolo caso. La pubblicazione verrà integrata con una secondo articolo dedicato al monitoraggio post dimissioni.

“Ad oggi conosciamo il fenomeno in atto – conclude il dottor Iacopino – mancano ancora invece degli studi che ci diano indicazioni precise sull’eredità del Covid-19 sulla nostra salute. Le ulteriori indagini in corso sui pazienti ci permetteranno di capire se la patologia Covid-19 presenterà manifestazioni aritmiche a distanza. I pazienti continuano infatti ad essere seguiti grazie alla telemedicina e in particolare al controllo in remoto tramite il loop recorder, siamo così in grado di gestire eventuali ricorrenze e complicanze a distanza”.

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