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Pochi medici e ospedali in tilt: il Covid piega la sanità. Il direttore Ausl: "Dobbiamo assumere i 'camici grigi'"

Carradori: "Dobbiamo assumere i medici laureati non ancora specializzati. L'urgenza ce l'abbiamo ora e la risposta la diamo tra sei anni? Siamo tutti morti"

Poco personale e grosse difficoltà nel reperirne di nuovo, pronto soccorso affollato, prestazioni specialistiche e interventi chirurgici rimandati, lunghe attese per i tamponi. Il Coronavirus sta mettendo in ginocchio la sanità ravennate, e più in generale quella di tutto il mondo. A fare il punto ci ha provato il sindaco di Ravenna Michele de Pascale, approfondendo la questione in una diretta Facebook con il direttore generale dell'Ausl Romagna Tiziano Carradori.

Si è partiti dall'analizzare, in generale, la situazione Covid nel ravennate. "Possiamo definirla di massima allerta, seria, in termini generali - spiega Carradori - In termini comparativi, rispetto a quello che accade in regione o a livello nazionale siamo in una situazione che definirei 'meno peggio': la prevalenza dei casi è più contenuta, la proporzione di casi positivi asintomatici supera il 43%. Anche dal punto di vista delle conseguenze in termini di servizi ospedalieri, per quanto riguarda il tasso di ospedalizzazione siamo di circa 10 punti inferiori rispetto a quello medio regionale in merito ai ricoveri in terapia non intensiva, ugualmente nei ricoveri in terapia intensiva: ciò significa la situazione si sta stabilizzando. Siamo messi molto meglio rispetto a quanto accade ad esempio in Emilia. Anche gli accessi in pronto soccorso si mantengono di 3-4 punti percentuali inferiori rispetto a quelli della media regionale, ma negli ultimi due giorni ci siamo avvicinati ai livelli regionali: martedì abbiamo avuto il 18% di accessi al pronto soccorso di casi sospetti Covid".

Pronto soccorso in affanno

E proprio il pronto soccorso è uno dei reparti più colpito dall'emergenza Coronavirus: "Il pronto soccorso di Ravenna è un punto debole - ammette il direttore dell'azienda sanitaria - Tutti i pronto soccorso sono sottoposti alla pressione della pandemia, ma il nostro sconta delle debolezze logistiche, ma anche difficoltà di ricovero. Nel weekend tanti pazienti Covid hanno aspettato anche 48 ore in attesa di un posto letto: questo vuol dire che abbiamo un difetto di ricezione all'interno dell'ospedale e stiamo cercando di lavorarci, entro gennaio cercheremo di ampliare questi spazi".

Personale sanitario mancante

Ma un'altra grande difficoltà è data dalla difficoltà di riperimento del personale sanitario: "Da luglio, quando mi sono insediato, non ho fatto altro che cercare personale medico da reclutare - spiega Carradori - Abbiamo assunto oltre 400 nuovi infermieri, ma non riusciamo a reclutare personale medico che possa stabilmente alleviare il carico di lavoro. I difetti logistici quindi aggravano lo stress a cui è sottoposto il personale, e difficoltà e stress non sono la migliore combinazione per lavorare minimizzando le tensioni".

Il sindaco de Pascale specifica che molti medici stanno andando in pensione, sia in ospedale che quelli di base, ed è difficile sostituirli. "Da quest'anno è partito il nuovo corso di laurea in Medicina e Chirurgia a Ravenna - spiega il primo cittadino - però i tempi di risposta sono molto lunghi: per formare un professionista specializzato servono almeno dieci anni. Nel tempo breve come possiamo fronteggiare questa enorme carenza di professionisti?" "Abbiamo circa 15mila 'camici grigi' - risponde Carradori - ovvero colleghi laureati e abilitati all'esercizio della professione che potrebbero lavorare, ma il sistema sanitario nazionale e regionale non può assumerli a tempo indeterminato perchè sono privi di specializzazione. Eppure la stragrande maggioranza del personale assunto in ospedale è stato assunto quando ancora la specializzazione non era obbligatoria, e ha retto per 30-40 anni in modo egregio il nostro servizio sanitario regionale. Certo, dobbiamo avere il massimo di competenze sviluppate nel personale, ma ora noi stiamo lavorando in una condizione di necessità: per cui, se non posso avere lo specializzando, voglio poter assumere il medico laureato e mi assumo l'onere di inserirlo poi in un percorso di specializzazione di cui si fa carico economicamente l'azienda. Anche così facendo non sono comunque sicuro che riusciremo a coprire le carenze, perchè si parla di 25mila persone mancanti; però quantomeno è un tampone sensato. L'urgenza ce l'abbiamo ora e la risposta la diamo tra sei anni? Siamo tutti morti".

Lunghe attese per i tamponi

Un'altra problematica è quella relativa alle lunghe attese per il risultato dei tamponi. "Per l'enorme lavoro di tracciamento - abbiamo circa 7000 persone tracciate al giorno in Romagna - da settembre è aumentata ulteriormente del 67% la dotazione di personale, ma mancano ancora all'appello alcune unità - specifica il direttore Ausl - A luglio facevamo 3000 tamponi al giorno, oggi ne facciamo 7000. Abbiamo messo in atto un sistema per cui in automatico parte una mail per comunicare il risultato del tampone, questo dovrebbe ridurre i tempi d'attesa. Da un paio di giorni sono stati poi messi sul mercato anche i tamponi antigenici rapidi, che cercano gli antigeni del virus e che vengono letti da un medico sul momento o che hanno un apparecchio di lettura che dà già il risultato. Quindi non ci saranno più persone che aspettano 4 ore al pronto soccorso i risultati del tampone".

Visite specialistiche e interventi rimandati

Cosa sta succedendo invece ai servizi sanitari per tutto ciò che non è Covid? "Durante la prima fase della pandemia abbiamo accumulato oltre 300mila prestazioni specialistiche, che avevamo cominiciato a recuperare o a ricollocare - spiega Carradori - Anche i privati accreditati, ai quali ci siamo rivolti, si sono trovati nella condizione di non avere personale. Per quanto riguarda gli interventi chirurgici, in Romagna abbiamo 13mila interventi in attesa: di questi circa 3000 che sono di priorità A o B, cioè da fare quanto prima, entro 30-60 giorni. Stiamo continuando a cercare personale, abbiamo distribuito i pazienti Covid nei vari ospedali per cercare di continuare con gli interventi. Ma il nostro sistema sanitario non è stato resiliente: noi dobbiamo essere in grado di rispondere all'emergenza compromettendo il meno possibile la routine".

Visite ai parenti Covid in ospedale o nelle case di riposo

De Pascale interroga il direttore sulla possibilità di dare l'ultimo saluto ai familiari malati di Covid che muoiono da soli in ospedale. "Ho preso la decisione di non impedire urbi et orbi l'accesso alle strutture, perchè in questa seconda ondata abbiamo gli strumenti per adottare le precauzioni senza togliere ciò che è insostituibile per una persona in stato di sofferenza, che stia morendo o meno - replica Carradori - Però ho dovuto lasciare all'autonomia del reparto della struttura la decisione di regolare con giudizio gli accessi: a volte arrivano intere famiglie a visitare un loro parente, e questo non è possibile. Abbiamo 500 colleghi che sono fuori dal lavoro perchè per la metà contagiati, gli altri sono contatti stretti di persone positive. Poi ora con i test antigenici rapidi possiamo muoverci con un ulteriore elemento di filtro e allentare la chiusura alle visite".

Questo per quanto riguarda l'ospedale: "Nell'ambito delle Cra dipende dai responsabili di struttura - spiega - Io non ho dato disposizioni di impedire le visite, però so che diverse strutture le hanno bloccate. Bisogna dire che nelle nostre Cra c'è stato un alto numero di dipendenti risultati positivi, e riducendosi il personale si riducono anche le possibilità di controllare gli accessi".

Vaccini antinfluenzali e anticovid: a quando?

Ultimo tema affrontato è quello dei vaccini, sia quello antinfluenzale che quello anticovid. "Non vorrei partecipare a questi esercizi di chiaroveggenza - ironizza Carradori - Mi pare però che si converga che nei primi mesi del prossimo anno un vaccino per il Covid lo avremo. Ma questo non basta: bisogna poi organizzare una copertura vaccinale di una parte considerevole della popolazione. Se si rispetta una tabella di marcia penso che entro il 2021 avremo una buona copertura della popolazione. Non possiamo però superare questa emergenza evitando di tenere in memoria quello che ci è successo, anche perchè non sappiamo quanto durerà l'immunità che ci conferirà il vaccino. Come tutte le malattie, non è vero che non guardano in faccia nessuno: guardano in faccia prevalentemente qualcuno, ed è sempre la stessa fascia di popolazione più sfortunata sia dal punto di vista sanitario che dal punto di vista economico. Lo sappiamo fin dalla "Spagnola": le epidemie colpiscono le fascie più disagiate della popolazione. Oggi sappiamo che non colpisce, come diceva qualcuno all'inizio, solo certe popolazioni: il virus non guarda le frontiere. Quindi dobbiamo mettere a memoria comportamenti sani, che tendano a ridurre la probabilità di diffusione di malattie infettive".

Carradori ribadisce infine un concetto chiave: "Il servizio sanitario non può, per rispondere all'emergenza, dover smettere di rispondere alle cose per cui è nato. Ne abbiamo di strada da fare, che impegnerà tutta la collettività: non bastano i tecnici e i politici, occorre la volontà di tutti". "Io non darei per scontato che questo cambiamento sia acquisito - conclude il sindaco de Pascale lanciando un monito ai cittadini - perchè questo è un Paese che tanto velocemente cambia e altrettanto velocemente dimentica. Quindi se il Covid avesse contribuito a mettere la sanità nel posto d'onore e ad aumentarne la percezione di importanza, probabilmente potremo provare a recuperare nei prossimi anni una parte di vittime, perchè nel sotto-finanziamento alla sanità abbiamo perso tante persone che probabilmente potevano essere curate diversamente. In questo momento in Emilia-Romagna non ci sono sentori di finire in fascia rossa: se vogliamo restare in quella arancione o ancor meglio tornare in fascia gialla, ognuno di noi deve mettere in pratica i giusti comportamenti".

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