Cronaca

Il coraggio di Greta, trans a 13 anni tra mille difficoltà: "Sogno di riuscire a guardarmi allo specchio"

Greta è nata a Ravenna tredici anni fa con un nome da maschio, che non vuole nemmeno ripetere perché le fa troppo male. Fin da quando è nata, infatti, ha sempre saputo di essere donna

Immaginate di essere di fronte a uno specchio. Di guardarvi nel suo riflesso. Di osservarvi attentamente partendo dai lineamenti del viso, dai capelli, per poi scendere con lo sguardo soffermandovi sulle linee e sulle curve del vostro corpo. Un gesto apparentemente molto facile e che la maggior parte delle persone fa abitualmente quando esce dalla doccia.

Ora immaginate di avere 13 anni e, quello specchio, di non riuscire proprio a guardarlo. Quello specchio che riflette un'immagine che non vi appartiene. Chi è quella persona? Non posso essere io. Non è così che dovrei essere. E allora voltate in fretta lo sguardo, perchè continuare a guardarvi fa troppo male. E' la sensazione che Greta ha provato per anni e che, ancora oggi, le capita spesso di provare. Greta è nata a Ravenna tredici anni fa con un nome da maschio, che non vuole nemmeno ripetere perché le fa troppo male. Fin da quando è nata, infatti, ha sempre saputo di essere donna.

"Intorno ai tre anni, quando si forma l'identità di genere, ho iniziato a sentire che c'era qualcosa dentro di me che non riuscivo a capire cosa fosse - racconta Greta - Mi sentivo male. Poi intorno ai sei anni, quando ho iniziato ad andare a scuola, ho capito cos'era. C'era uno spogliatoio, e io volevo andare in quello delle femmine, ma la maestra mi guardava malissimo e mi diceva che dovevo andare in quello dei maschi. Lei chiaramente non poteva sapere, ma io ci sono stata malissimo. L'ho capito anche perchè al mio compleanno volevano regalarmi uno zaino: mio fratello voleva quello di Spiderman, io quello delle Winx. Mia mamma aveva già intuito che ci fosse qualcosa sotto, perchè mio fratello giocava con le macchinine mentre io volevo sempre le Barbie e le bambole. Ma lei pensava semplicemente che io fossi gay: poi una psicologa che mi seguiva le disse di "farmi essere femmina" solo a casa, mentre fuori di farmi conoscere le cose da maschio per vedere come andava a finire. Mia mamma diceva che io dovevo fare quello che mi sentivo di fare, però allo stesso tempo si sentiva oppressa perchè la psicologa le diceva una cosa e io ne facevo un'altra, e all'inizio non è stato facile anche per lei. Io le dicevo "Sono una femmina", ma i miei genitori pensavano fosse una fase di passaggio. Dicevano che dovevo prendere lo zaino da maschio, ma alla fine mi hanno comprato quello delle Winx dicendomi "se per caso ci ripensi, hai la possibilità di prendere un altro zaino". Io ero felicissima di avere il mio zaino rosa con i brillantini, ma i miei compagni i maschi dicevano che ero una femminuccia, mentre le femmine mi scaricavano".

Affrontare le elementari non è stato facile per Greta: "E' stato un periodo bruttissimo, mi affezionavo a una persona e il giorno dopo lei mi abbandonava. Non c'è mai stato un compagno che mi abbia capita e mi sia stato vicino. C'era una ragazza con cui organizzavo tutti i giorni per vederci nel pomeriggio, ma alla fine non è mai venuta. Ci rimanevo sempre malissimo. Mi chiamavano "frocio", e anche i genitori mi guardavano sospetti, perchè avevo lo zaino delle Winx ma i capelli corti e il grembiule con i quadretti blu da maschio". Un grembiule che Greta ha dovuto portare e sopportare per cinque lunghi anni senza fiatare, "perchè tanto sapevo che dalla scuola non avrei avuto alcun supporto", spiega demoralizzata la 13enne.

E anche ora le cose non sono per niente semplici alle scuole medie. "Gli insegnanti vogliono che io vada nel bagno dei disabili, nè in quello maschile, nè in quello femminile - racconta la ragazza - Ma io vado comunque in quello delle femmine, perchè io sono una femmina. Una professoressa mi ha anche rimproverata, dicendomi che non dovevo andare in un bagno in cui c'erano delle femmine. A scuola, poi, mi ignorano in tutti i sensi possibili: tra i professori ce ne sono solo due (su un totale di undici) che mi supportano. Questi due professori mi trasmettono energia, mentre tutti gli altri sono indifferenti come i compagni: fanno finta di niente, mi ignorano proprio. Loro due, fortunatamente, hanno provato a lottare per me: hanno provato anche a proporre di fare nella mia classe un progetto che è stato fatto nella classe di mio fratello, dove c'era una ragazzina vittima di bullismo. Ma gli altri professori non erano d'accordo". E stiamo parlando di un semplice progetto per spiegare le conseguenze del bullismo agli adolescenti. La mancanza di informazione è una cosa che pesa molto a scuola: "In prima e seconda media si è parlato un po' di bullismo, ma una lezione di un'ora o due all'anno, niente di più - racconta la 13enne - Secondo me dovrebbero spiegare cos'è l'identità di genere, che non è una differenza, o comunque che nella diversità c'è una ricchezza e non qualcosa di cui avere paura. E soprattutto mettere in guardia contro il bullismo in generale, che deriva sempre da persone a loro volta vittime di bullismo o che non hanno la famiglia vicino, persone che hanno sofferto. Ma a scuola non insegnano neanche educazione sessuale...". "Come genitori con la scuola abbiamo provato di tutto, abbiamo anche un legale - aggiunge Cinzia, la mamma di Greta - Stiamo cercando in tutti i modi di parlare con la dirigente scolastica, ma ancora non siamo riusciti a ottenere un incontro. I docenti potrebbero richiedere un progetto per educare alle differenze, ma come diceva Greta sono solo due i professori che lo farebbero contro nove: nove docenti tra i quali anche persone che hanno figli, e questo è veramente preoccupante per me".

Nel corso degli anni sono state tante - e lo sono ancora - la difficoltà che Greta è stata costretta ad affrontare. "La più grande? Vedermi tutti i giorni allo specchio, vedermi tutti i giorni quando faccio la doccia, guardarmi dicendo "Questa sono io, mi faccio schifo... chissà, magari prima o poi migliorerà". Ora a volte riesco a guardarmi se sono truccata, con i capelli messi bene e ben vestita, a volte mi capita di vedermi bene e dire 'Oggi sono proprio carina'. Ma se mi spoglio ancora non mi guardo". Un momento molto difficile è stato anche trovare il coraggio di aprirsi con i suoi genitori: "Mio babbo mi vedeva triste da un po', così mi ha chiesto cosa avessi fatto, anche se aveva già intuito. Mi ha chiesto "Ti senti femmina?". Io gli ho risposto di si. Il giorno dopo l'ho detto anche a mia mamma, che ovviamente era già stata avvisata dal babbo. Lei mi ha detto che non ero sola, ed è molto importante perchè le persone transgender tendono sempre a pensare di essere gli unici".

"Appena me l'ha detto non ero così coinvolta - spiega la mamma di Greta - Poi dopo mi sono resa conto che era un anno che cercava di dircelo. Mi ha detto "Mamma, se non avessi trovato il coraggio di dirtelo mi sarei uccisa". Nessuno può immaginare il disagio a cui una persona in questo stato va incontro, a partire dalla difficoltà di vedere lo sviluppo del proprio corpo che sta andando nella direzione opposta in cui si vorrebbe". Per questo motivo Greta e la sua famiglia si sono rivolte all'ospedale Careggi di Firenze. L'intenzione della giovane è chiara: dopo la diagnosi di disforia di genere, una volta raggiunti i 18 anni completare il percorso di cambio di sesso. "Ci sarebbe bisogno di più cure e più attenzioni, ma evidentemente lo Stato è questo che ci offre - spiega Cinzia - Manca una legge che tuteli questa categorie di persone, ma più in generale manca proprio l'educazione nella nostra società alle diversità di tutti i generi. Ora, insieme al babbo di Greta, vorremmo raccogliere firme per la legge 164 dell'82 (Norme in materia di rettificazione di attribuzione di sesso), che non è aggiornata dall'82 appunto: vorremmo provare a cambiarla, ad esempio anticipare il cambio di nome senza passare dal tribunale o anticipare la possibilità di assumere ormoni. E' un po' un'utopia, ma vogliamo tentare".

Dopo l'intervista alle Iene, in tanti hanno iniziato a scrivere a Greta raccontandole le loro storie, persone che hanno vissuto la sua stessa esperienza o meno, che le danno supporto e coraggio scambiando con lei esperienze e consigli, e a partire da ciò è nato anche il gruppo Facebook "iosonogreta_13". "Abbiamo trovato molte persone che però purtroppo sono lontane, poi ho incontrato una ragazza di Forlì e altre persone anche a Ravenna, però non hanno la mia età", spiega Greta, che vorrebbe tanto trovare qualche amico con cui passare un pomeriggio, giocare e fare tutte quelle piccole cose che per ogni 13enne costituiscono la "normalità". "A un ragazzo nella mia condizione direi di dirlo alla famiglia - consiglia la ragazza - perchè se non lo dicono adesso prima o poi succederà, quindi meglio dirlo subito sperando che ti possano sostenere. Più lo opprimi e piu stai male, e più inizi prima a "lavorarci sopra" e meno si sviluppa il tuo corpo".

Ma Greta guarda anche al futuro: "Il prossimo anno vorrei iscrivermi al liceo artistico; poi non so cosa farò, per adesso sogno di diventare make-up artist, poi si vedrà. Non so come mi immagino... forse di vivere a Valencia o comunque in una città "aperta". E poi avere un ragazzo, dei figli, una famiglia. Ma anche riuscire a guardarmi allo specchio con serenità".

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