Martedì, 28 Settembre 2021
Cronaca

Il ricovero in ospedale diventa un libro per suo figlio: "Grazie al Covid ho riscoperto le mie priorità e le passioni"

Ricoverato per Covid in ospedale a Ravenna, ha messo nero su bianco la sua esperienza pubblicando il libro 'Grand Hotel Coronavirus - Diario sconclusionato di una vacanza alternativa'

Ricordo bene la piccola camera-guardaroba in cui il sabato mi rinchiusi, portando di corsa un materasso, che buttai sul pavimento per cercare di non dare fastidio con la tosse e i lamenti. Due giorni infernali, di piatti posati dietro la porta e appena toccati; due giorni in cui il rito, ogni trenta minuti, di misurare la febbre continuava a sussurrarmi una temperatura, che a 38 la tachipirina buttava giù di un grado, ma io non volevo ascoltarne il suggerimento. Stavo da cani: la testa esplodeva e in alcuni momenti tra la tosse e il respiro c’erano attimi di panico, le ossa facevano un male boia che non riuscivo neanche a stare sdraiato, ma in piedi era impossibile. Allora mi rannicchiavo su un fianco, poi mi giravo e contorcevo il corpo in cerca di un istante di sollievo che non arrivava. Non volevo chiamare il 118, no, non poteva essere quello, era solo una forte influenza. Ma ad un certo punto qualcuno bussò alla porta del mio rifugio “le metto qui una mascherina, la indossi per favore”. Arrivai carponi alla porta, indossai la mascherina e lo vidi dal basso, un simpatico palombaro verde che mi chiese "come si sente?".

Inizia così il racconto di Fabio Angelini, 57enne romano ma romagnolo d'adozione - vive a Castiglione di Ravenna da 15 anni - che un anno fa è stato ricoverato all'ospedale Santa Maria delle Croci di Ravenna dopo aver contratto il Coronavirus. Angelini ha deciso di mettere nero su bianco la sua esperienza pubblicando il libro 'Grand Hotel Coronavirus - Diario sconclusionato di una vacanza alternativa' (Sbc edizioni). Il titolo fa riferimento al ricovero in ospedale, ma anche al suo lavoro: lo scrittore è stato per tanti anni direttore del Grand Hotel di Rimini e oggi lavora come coordinatore del gruppo alberghiero romagnolo Batani.

L'uomo è stato ricoverato nell'ospedale ravennate il 23 marzo 2020, durante la prima ondata, quando tutto era ancora molto incerto e non si sapeva bene come affrontare la malattia. Leggere la sua esperienza, a distanza di un anno, riporta alla mente le difficoltà del primo periodo, come il problema della scarsità di mascherine:

6 aprile (...) sono con la stessa mascherina sulla bocca dal 26 marzo; alla mia richiesta le infermiere rispondono imbarazzate "mi dispiace, le abbiamo contate; dobbiamo dare priorità a chi non ce l’ha".

"Quando arrivi in ospedale e ti dicono che hai una polmonite interstiziale e capisci di avere il Covid, ti prende un colpo - racconta Angelini - La prima settimana stavo malissimo, ma nei momenti di lucidità è nata l'esigenza di scrivere. Avevo bisogno di raccontare a mio figlio cosa avevo vissuto nella mia vita, non gliel'avevo mai raccontata negli anni, sempre preso dal tanto lavoro com'ero". Il libro parla infatti direttamente al figlio 13enne Ivan: "Ancora non l'ha letto, lo farà quando sarà più grande", spiega lo scrittore, che nel libro si mostra molto preoccupato dell'impatto che la sua malattia e la pandemia più in generale possano avere sul figlio:

Pensavo spesso a come stesse vivendo lui, davvero, questo blackout esistenziale. Quale segno di cambiamento sarebbe rimasto cicatrizzato su un bambino che ha una percezione del vissuto ovattato nello splendore di un’infanzia, fino ad oggi, serena? Quale impatto ci sarebbe stato, dopo la scoperta che la fatina dei dentini è una burla e Babbo Natale una farsa, ad accorgersi che papà non è un supereroe e non risolve tutti i problemi e, oltretutto, ti lascia lì da solo a sostituirlo come spalla da porgere ad una madre angosciata?

E così, bloccato in un letto d'ospedale, il 57enne inizia a scrivere della sua 'disavventura': "Sono partito da poche frasi, poi è diventato uno stimolo per non buttarmi giù e anche un passatempo", spiega Angelini, che nel libro scrive: "Questo esercizio di scrittura mi aveva aiutato, come una seduta di psicoterapia, a metabolizzare la cosa, cercando di capirla e chiuderla nella bolla di un racconto come se non fosse mia, ma quel che mi sorprendeva davvero era che riusciva a non farmi sentire prigioniero di questi 30 metri quadrati nel quale vivevo da 19 giorni".

Il libro rende merito al lavoro encomiabile del personale sanitario: "Con alcune delle infermiere ci sentiamo ancora. Dell'ospedale di Ravenna non posso che parlarne bene; nonostante il periodo ho trovato un'umanità altissima, medici e infermieri sempre calmi e tranquilli in mezzo ai pazienti che deliravano. Non facevano solo il loro lavoro: andavano oltre, entravano nello spirito dei loro pazienti".

Mi sorprese la calma di tutto il personale che incontrai: infermieri, oss, medici, tutti si muovevano ritmicamente seguendo un rituale che purtroppo le ripetizioni avevano perfezionato in una routine alienante (...) Solo ora mi rendo conto quanto, quella del personale sanitario, sia una vita di frontiera. Turni sette giorni su sette, giorno e notte. Esposti continuamente al rischio di contaminazione. A casa devono isolarsi dalla famiglia per evitare contagi, sul lavoro non possono commettere errori o avere distrazioni. Poi dispensare sorrisi, rasserenare, chiedere dei familiari a casa, intuire dallo sguardo vitalità e colorito se ci sono segnali da prendere in considerazione.

Angelini, durante il suo ricovero, ha accettato di sottoporsi a una terapia sperimentale con farmaci normalmente utilizzati per altre patologie. "Non mi sentivo una cavia: in quel momento stavo talmente male che ho pensato "piuttosto che non fare niente, facciamo qualcosa". Ma la paura in quelle condizioni altalenanti, tra un giorno in cui la sua situazione migliorava e uno in cui precipitava di nuovo, non mancava:

Tutto quello che avevo fatto nella mia vita fino a quel giorno finiva lì e non esisteva più nulla, se non un immenso senso di vuoto che mi toglieva il respiro (...) Mi sentivo perso in quella stanza buia. La febbre tornava a salire, i dolori non davano tregua e il respiro, ogni tanto, sembrava come incepparsi. Fu lì che si fece più fitta la paura (...) La paura: quel campanello che scattava improvviso, per darmi un allerta. A volte era un braccio teso, dalla mano forte che mi teneva avvinghiato, rassicurante, quando decidevo di sporgermi pericolosamente sul precipizio dell’ignoto. In altri casi era un braccio contratto dalla mano uncinata che mi stringeva la gola, asfissiante, quando la notte era popolata di spettri.

Il 57enne è stato ricoverato nel nosocomio ravennate per quasi un mese, fino al 17 aprile, giorno del tanto atteso tampone negativo. "I primi mesi dopo la malattia ero sempre stanco, non riuscivo a stare in piedi per più di qualche ora. Sono tornato a lavoro gradualmente, ma anche oggi non riesco più a correre come prima, perchè ho subito il fiato corto". Nonostante questo, Angelini riconosce anche un cambiamento 'positivo', se così si può dire, provocato proprio dal Covid: "Ho iniziato a semplificare tutto, anche sul lavoro, e a dare la giusta priorità alle cose. Certo, continuo a lavorare tanto, ma non sacrifico più tutto il resto e dedico più tempo a ciò che amo fare: stare con la mia famiglia, leggere, correre, la riscoperta della scrittura, cosa che avevo abbandonato e mi fa stare bene. Da questo punto di vista un po' ringrazio il Covid, sono tornato a vivere con uno spirito giovanile".

Perché dovevamo tornare ad una normalità che era la causa di quel che stavamo vivendo? Rimasi un po’ lì a rifletterci e mi venne istintivo affiancare a quei pensieri utopistici una serie di foto, pubblicate su Instagram dal Guardian. C’era l’enorme sala di un edificio in Iraq, colma di pacchi di generi alimentari, pronti ad essere consegnati. C’erano, in India, volontari che donavano cibi ad una lunga fila di donne. C’era una signora americana che cuciva in casa mascherine per il personale medico. C’era una studentessa a Praga che faceva la baby-sitter per medici e infermieri. C’era un tassista romano che offriva il trasporto al personale medico che doveva andare in ospedale. C’erano professori che organizzavano sessioni di lettura gratuite nelle Filippine. Chi avrebbe potuto prevedere che la pandemia di coronavirus avrebbe trasformato milioni di persone in buoni vicini? (...) Si cambia quando si viene fuori da lì. E ti accorgerai di come tutto questo modificherà il tuo modo di rapportarti a cose, persone, vita. Muovi i passi nella direzione che davvero desideri. E ritrova la tua parte bella

Si parla di

In Evidenza

Potrebbe interessarti

Il ricovero in ospedale diventa un libro per suo figlio: "Grazie al Covid ho riscoperto le mie priorità e le passioni"

RavennaToday è in caricamento