Le vite dei giovani rifugiati accolti in famiglia: tra una piadina fatta in casa e una partita a Monopoli

Nonostante l'emergenza sanitaria e il momento di estrema difficoltà che l'Italia sta vivendo, Ravenna si conferma una città inclusiva e solidale: le storie di Mamadou, Aly e Gallo

Gallo mentre cucina insieme a Fiorenza

"Accoglieteli a casa vostra": loro, l'hanno fatto davvero. A febbraio abbiamo raccontato la storia di Gallo, 21enne senegalese, che a Ravenna ha trovato ospitalità a casa di Fiorenza, 68enne ravennate che ha spiegato come "grazie a lui ha ritrovato una famiglia". E nonostante l'emergenza sanitaria e il momento di estrema difficoltà che l'Italia sta vivendo, Ravenna si conferma una città inclusiva e solidale. Lo scorso 7 marzo, infatti, il gruppo locale di "Refugees Welcome Italia", in collaborazione con il Comune di Ravenna, ha avviato la terza convivenza sul territorio all'interno del progetto Fami “Dalle esperienze al modello: l’accoglienza in famiglia come percorso di integrazione”.

La storia di Mamadou

La famiglia di Margherita De Punzio, Michele Muscillo e il loro figlio di 10 anni Francesco ha aperto le porte della propria casa a Mamadou Sow, 21enne originario della Guinea Conakry. "Ho deciso di aderire al progetto dopo aver letto un'intervista di un'esperienza simile - racconta Margherita - Ho agito istintivamente, come sempre, anche se era da un po' che volevo muovermi con qualcosa di più concreto. Quando ho comunicato la scelta a Michele, il mio compagno, e Francesco, nostro figlio, hanno approvato con entusiasmo. So già che ci saranno critiche rispetto alla scelta, ma davvero non mi importa, anzi, non faranno che confermarla. Non cambierò certe idee: sarebbe un traguardo fantastico, certo, ma sapere che un mio amico pochi giorni dopo ha avviato lo stesso percorso è stata una grande soddisfazione. Per questo è importante raccontare certe esperienze: la conoscenza, quella vera, è sempre la via giusta. Certo i dubbi sono stati tanti, questo periodo surreale poi ne ha aggiuntI altri, ma posso confermare che ad oggi, nonostante il periodo duro per tutti, le perplessità si sono rivelate inutili e sono certa che tutto questo potrà solo arricchirci".

Durante il percorso di prima accoglienza all'interno di un CAS, Mamadou ha sempre dimostrato di essere un ragazzo attivo e volenteroso, intraprendendo esperienze lavorative sia come aiuto-cuoco che come carpentiere. "Mi piacerebbe seguire un corso di informatica o metalmeccanica, mi piace montare e assemblare le cose", racconta il giovane sfidando la propria riservatezza e la difficoltà, più che comprensibile, nell'esternare i propri pensieri a qualcuno che si conosce da poco, in una lingua che non è la propria. Rispetto alle limitazioni imposte dall'emergenza Covid-19, Mamadou ammette: "Mi manca andare a correre. Con Francesco però giochiamo a basket a casa. Quando lui fa i compiti io chatto con i miei amici o leggo un libro. La sera guardiamo un film tutti assieme o giochiamo a Monopoli".

La storia di Aly

Il 9 marzo si è rinnovata invece la convivenza tra Aly Doukoure, 22enne guineano, e Pier Carlo Ghiselli, direttore amministrativo in pensione, che lo scorso autunno erano stati protagonisti della seconda accoglienza in famiglia avviata all'interno del progetto ravennate. L'imminente scoppio dell'emergenza sanitaria ha travolto anche la loro realtà, compromettendo l'intento di Pier Carlo di sostenere Aly nella ricerca di un percorso formativo che arricchisse la sua esperienza lavorativa. Nonostante il momento di particolare difficoltà, Pier Carlo afferma che "anche con il Coronavirus si può - organizzandosi bene - fare accoglienza".

Fin dal primo momento Aly ha rispettato tutte le misure restrittive in maniera più che rigorosa, anche e soprattutto per tutelare la salute dei genitori molto anziani di Pier Carlo, oltre alla loro e quella dei nostri concittadini. A una domanda riguardo alla situazione sanitaria nella zona in cui vive attualmente la sua famiglia, in Liberia, Aly risponde: "Al momento, ringraziamo Dio, stanno tutti bene. Mi chiamano tutti i giorni, soprattutto mia madre. Veramente, è un momento difficile. Insieme ce la faremo... facciamoci forza Italia!".

Aly e Pier Carlo
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La storia di Gallo

"Avere Gallo qui con me la considero una fortuna, fossi stata sola sarei affondata nella depressione - commenta invece Fiorenza, che il 25 marzo ha formalizzato la propria disponibilità a prolungare la convivenza con il 21enne senegalese - Per cercare di tenere impegnato lui, ci teniamo occupati con le pulizie, in cucina e prepariamo torte, piadina, pane... mi aiuta sempre con la cena. È lui che aiuta me e non il contrario".

Gallo, che nel 2019 aveva lavorato principalmente in agricoltura, con l'anno nuovo aveva invece intrapreso un percorso di tirocinio semestrale in ambito ristorativo, successivamente interrotto a causa dell'avanzata della pandemia. "Ho anche perso il lavoro, Fiorenza mi ha aiutato tanto con questa emergenza - spiega il ragazzo - Sono molto felice che abbiamo rinnovato la convivenza. Stamattina abbiamo pulito la cucina. Almeno qualcosa da fare! Se dobbiamo stare a casa senza fare nulla, il tempo non passa". Il giovane spiega come sfrutta il tempo libero studiando per l'esame teorico della patente di guida, oltre che guardando film e telegiornali con Fiorenza o preparando da mangiare, "sempre insieme".

Gallo prepara la piadina
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Come funziona il progetto di accoglienza

Il patto di convivenza stipulato prevede un'accoglienza semestrale, come da prassi dell'associazione, eventualmente rinnovabile per un periodo di ulteriori sei mesi, e mira a sostenere la persona ospitata nel proprio percorso verso il raggiungimento dell'autonomia. L'accoglienza in famiglia permette infatti al rifugiato di entrare a far parte di una comunità e conoscere più velocemente il contesto sociale e culturale del Paese ospitante, creare una rete di rapporti locali, migliorare la conoscenza della lingua, riattivare risorse umane e lavorative: riprendere a studiare, trovare un impiego, frequentare un corso di formazione professionale. Chi accoglie ha l’opportunità di conoscere una nuova cultura, aiutare una persona a costruire un proprio progetto di vita, diventare un cittadino più consapevole e attivo, creare nuovi legami.

Non è previsto nessun tipo di contributo economico a sostegno della famiglia ospitante; qualora se ne presentasse necessità, però, i volontari del gruppo territoriale potrebbero intervenire a supporto tanto di chi ospita quanto della persona accolta, tramite l'organizzazione di raccolte fondi o campagne di crowdfunding mirate al raggiungimento di un obiettivo specifico. Se la mission di Refugees Welcome Italia è realizzare e diffondere un modello di accoglienza in famiglia che favorisca e acceleri i processi di inclusione sociale, la sua vision si conferma come la volontà di promuovere un cambiamento culturale più profondo.

Nel corso della quarantena anche gli attivisti di Refugees Welcome continuano a mantenersi operativi nonostante l'impossibilità di realizzare i tanti eventi, laboratori e iniziative che erano stati programmati nei mesi scorsi in vista della primavera e, tra gli altri, della settimana di azione contro il razzismo e il ricco Festival delle Culture. Il team si riunisce regolarmente tramite piattaforma digitale e partecipa alle formazioni organizzate dall'associazione a livello nazionale su progettazione, fundraising, nuovi strumenti digitali e comunicazione. Grazie alla collaborazione e disponibilità dell'Unità operative Politiche per l'Immigrazione del Comune di Ravenna, i volontari hanno potuto beneficiare di approfondite sessioni online di formazione legale specifica e aggiornata, iniziativa alla quale hanno partecipato oltre cinquanta attivisti da tutta Italia. Il coinvolgimento dei volontari di Rwi nasce dalla forte convinzione che i cambiamenti avvengano dal basso, grazie alla mobilitazione di chi crede in un modello di aiuto reciproco e vuole veramente "cambiare l’ordine delle cose"; il loro impegno è mosso dall'idea che mettendo in pratica tutta una serie di azioni che corrispondono e diffondono i propri valori, il cambiamento generato possa avere una portata maggiore rispetto al puro assistenzialismo.

"L'accoglienza in famiglia rappresenta un modello di integrazione e di inclusione sociale che comporta un cambiamento culturale ormai necessario della società in cui viviamo - racconta un volontario del gruppo di Ravenna - Per i rifugiati può essere un'esperienza fondamentale nel percorso verso la piena autonomia, e per le famiglie un modo di combattere paure e pregiudizi fin troppo diffusi". Il modello di accoglienza promosso da Rwi, proprio perché basato sullo scambio, l’incontro e la conoscenza reciproca, può contribuire a combattere pregiudizi, discriminazioni e luoghi comuni. "L’accoglienza in famiglia fa bene a tutti: non solo ai rifugiati, ma anche ai cittadini che decidono di aprire le porte della propria casa". Per offrire o chiedere ospitalità, diventare attivista o saperne di più sul progetto di Refugees Welcome Italia è possibile iscriversi al loro sito, il gruppo territoriale di Ravenna è contattabile all'indirizzo email ravenna@refugees-welcome.it o tramite la pagina Facebook dedicata.

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