Domenica, 17 Ottobre 2021
Cronaca

La monaca che amava i fiori: il ricordo di suor Maria Pia, priora delle Carmelitane di Ravenna

Domenica ricorre il trigesimo della storica priora delle monache carmelitane di via Guaccimanni. Le consorelle ne celebrano il rito nella chiesetta del monastero.

Sono passati trenta giorni dalla morte della storica priora delle monache carmelitane di Ravenna e Alvaro Ancisi la ricorda così.

“Il 13 novembre ricorre il trigesimo di suor Maria Pia, storica priora delle monache carmelitane di via Guaccimanni. Le consorelle ne celebrano il rito nella chiesetta del monastero. Entrata qui a 24 anni, se n’è involata temporaneamente 61 anni dopo. Si direbbe una vita di clausura, se non fosse che in questa piccola oasi di serenità e raccoglimento a lato della strada di Ravenna più tormentata e caotica - tanto che ne è stato impedito l’attraversamento - ha vissuto la sua religiosità proiettandola, con intensa partecipazione, verso ogni orizzonte umano e sociale. Lo sanno bene i molti che l’hanno conosciuta, non importa se al di là di una grata, coinvolti con competenza su ogni avvenimento, sociale, culturale o politico, che richiedesse una risposta o sollecitasse un approfondimento.

Non era nata suora, non in una famiglia di chiesa. Prima di rispondere alla Chiamata, aveva compiuto gli studi superiori, impiegandosi poi in un’impresa stradale della sua Godo, dove la si vedeva girare in motore. “Quando è entrata al monastero nel 1955 - dice suor Imelde - era molto bella, sembrava un’attrice di cinema. Aveva una Vespa e a tutte le sorelle che non conoscevano quel mezzo di trasporto allora in voga fece fare un giro, con grande gioia di tutte”. Suor Barbara la rammenta “con il volto colmo di bellezza, occhi sorridenti, e che guardavano dritti nei tuoi. Così si presentò la prima volta che sono entrata nel parlatorio”. Bella è stata fino all’ultimo giorno, e così resta, di un fascino che si nutre d’anima.

Entrando in clausura, aveva trovato la sua guida spirituale nel priore dei carmelitani di San Giovanni Battista (Sân Zvan dla zôla) padre Torello Scali, in odore di santità. È stato il parroco che mi ha allevato in chiesa, come un pulcino, da quando a cinque anni gli servivo Messa, e che ha vigilato sulla mia famiglia finché è vissuto. Risale ad allora la mia prima presa di contatto a distanza con suor Maria Pia, che è diventata diretta, non mai interrotta, da quando, nel 1973, è diventata madre superiora. Lo è stata più volte fino al 2009, restando però sempre la figura forte e di riferimento del monastero, ma con umiltà e dedizione totale alle sorelle, che “ha  guidato con intelligenza e capacità” (afferma suor Anastasia, attuale priora) nelle piccole e grandi trasformazioni: prima di tutto della struttura monasteriale, che ha sollevato dalla decadenza, ridandole vitalità e luminosità, ma soprattutto importando nella comunità con equilibrio, ma con coraggio, le grandi novità che il Concilio Vaticano II aveva introdotto anche nei conventi di clausura. “Due volte, negli anni settanta e novanta - parla suor Grazia - fu inviata all’estero dai superiori come rappresentante delle monache per il rinnovo delle loro Costituzioni e seppe tenere alta la bandiera dei principi a cui si era consacrata”. Perché - sottolinea suor Elena - era “una vera romagnola, schietta, sincera, incapace di scendere a compromessi, in grado di tener testa a chiunque”, e tuttavia “dimentica di sé per il bene dell’altro, una madre spirituale per tanti che la avvicinavano con scritti, telefonate, nel parlatorio, o alla ruota, pronta a riprendere, ma pure a consolare,  come farebbe una mamma di famiglia”: anche quando era polemica, aggiungo io, che tuttavia ho ben presto percepito e apprezzato quanta tenerezza ci fosse sotto la scorza dei valori.

Suor Maddalena, giardiniera del monastero, che l’ha conosciuta fin dal suo ingresso in comunità, ricorda che “era tanto amante dei fiori” e quanto ci tenesse al “giardino curato bene”. È l’immagine simbolica che più la rappresenta e la onora”.

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