Maltrattamenti al nido, la Cassazione accoglie il ricorso di una mamma: "Non mollo"

Ricorso accolto, sentenza annullata. Così ha stabilito la Corte di Cassazione in merito al ricorso di parte civile presentato dai genitori di una bimba, che sarebbe stata vittima di maltrattamenti in un asilo nido

Ricorso accolto, sentenza annullata. Così ha stabilito la Corte di Cassazione in merito al ricorso di parte civile presentato dai genitori di una bimba, che sarebbe stata vittima di maltrattamenti in un asilo nido di Conselice. Annullate le statuizioni civili della sentenza di appello in cui una delle maestre veniva condannata per omessa denuncia. Gli atti sono rinviati al giudice civile.

Arrivata a processo per favoreggiamento, la donna era stata condannata in primo grado per concorso in maltrattamenti per omissione. Una condanna ribaltata però in appello, quando venne condannata per omessa denuncia a una pena pecuniaria di 300 euro. Secondo le indagini dei Carabinieri i maltrattamenti, andati avanti dal settembre 2006 fino al dicembre 2010, avrebbero visto tra le altre cose bimbi rinchiusi per punizione in sgabuzzini bui, costretti a ingurgitare il cibo vomitato, strattonati, tirati per i capelli, insultati soprattutto su base etnica e lasciati sporchi apposta o lasciati nudi sul pavimento. Per quanto riguarda le altre tre maestre indagate, tutte ravennati, in due casi la condanna era arrivata in rito abbreviato: tre anni e due mesi per una coordinatrice 52enne, inquadrata come la principale autrice dei maltrattamenti; un anno e otto mesi per un'ausiliaria 45enne; mentre un'educatrice 45enne aveva patteggiato sempre un anno e otto mesi.

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"Lo scenario che potrebbe aprirsi è ancora difficile da scorgere, ma speriamo sia un primo, piccolo passo per stabilire definitivamente che chi sa e non agisce commette un reato - afferma Ilaria Maggi, presidente de La Via dei Colori onlus - Nel ricorso si sottolineava infatti come per un periodo di quasi quattro anni la donna avesse quotidianamente assistito ai maltrattamenti posti in essere dalle sue colleghe. E persino la Corte d’Appello ravvisava, se non “una volontà di coadiuvare le illecite azioni delle colleghe”, comunque “l’intento omertoso di tutelare prima di tutto se stessa”. Non molla neanche mamma Irene, difesa legalmente dall’avvocato Giulio Canobbio del Foro di Genova: “Nel mio vocabolario questa parola non esiste, per la mia bambina e anche per tutti gli altri. Siamo partiti in circa 50 famiglie e sono rimasta io, io con La Via dei Colori. Andrò avanti fino alla fine, fino a che non avremo percorso tutte le strade possibili per avere giustizia”.

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