Messa per Sant'Apollinare, l'arcivescovo Ghizzoni: "Chiediamo la sapienza dall'alto"

Si è svolta giovedì mattina in Duomo la tradizionale Messa per la festa del Patrono di Ravenna, Sant'Apollinare, celebrata dall'arcivescovo di Ravenna-Cervia monsignor Lorenzo Ghizzoni

Si è svolta giovedì mattina in Duomo la tradizionale Messa per la festa del Patrono di Ravenna, Sant'Apollinare, celebrata dall'arcivescovo di Ravenna-Cervia monsignor Lorenzo Ghizzoni.

L'omelia

Il momento storico in cui cade quest’anno la solennità di S. Apollinare, ci chiede di continuare la riflessione circa l’esperienza personale e collettiva della pandemia che stiamo facendo sia nella comunità cristiana sia nella comunità civile. Abbiamo tutti bisogno della Sapienza che viene dall’alto (I lettura), per comportarci in modo saggio e responsabile, ciascuno secondo il suo ruolo ecclesiale o sociale. Grazie a questa Sapienza avremo una comprensione migliore di cosa è giusto, di cosa è gradito agli occhi di Dio. Lei stessa ci guiderà con prudenza nelle nostre azioni. Facciamo nostra, tutti quanti governanti e governati, la preghiera di Salomone al “Dio dei padri e Signore della misericordia”. Siamo stati tutti in ascolto in questi mesi, per esempio, delle valutazioni di tanti scienziati e medici, di commentatori e di politici, ma abbiamo anche ascoltato le testimonianze drammatiche dei sopravvissuti, di quelli che hanno perso amici o familiari. Una notevole mescolanza di voci, non sempre facili da armonizzare. E forse ci mancano ancora le testimonianze più approfondite dei bambini rimasti a casa da scuola e degli anziani, che hanno ancora nell’animo le paure e le angosce, i lutti non elaborati, le solitudini causate dall’epidemia, che per altro non è ancora scomparsa! La prima domanda che abbiamo individuato è quella di sempre: perché ci sono le malattie? Perché una sofferenza così estesa? Sono una punizione di Dio per le nostre trasgressioni morali o per i danni fatti all’ambiente, al creato? E perché Dio non preserva i suoi fedeli o non li guarisce miracolosamente se compiono magari qualche atto “sacro”? Abbiamo tentato di rispondere con San Paolo (cfr. Rom 8,19-23) che tutta la creazione geme e soffre per essere liberata dalla schiavitù della corruzione, cioè dai mali che la rendono insicura e precaria, pericolosa e imperfetta, in attesa di essere trasformata, come il nostro corpo, dalla risurrezione. (Cfr. Papa Francesco, Laudato si’, Enciclica sulla cura della casa comune, 243-245). Questa però è una riflessione biblica e teologica poco diffusa anche nel nostro mondo cattolico. Il mistero del male non è facile da accettare e affrontare con la fede e la speranza cristiana, ma non ci sono vie brevi: il miracolismo e le aspettative magiche non ci aiutano certo. E poi ci si chiede come mai alcuni sono stati coraggiosi e generosi fino al rischio della vita, non solo per senso del dovere, ma anche con tanta compassione e dedizione per i malati, mentre altri si sono nascosti, chiusi e preoccupati solo di sé, e sono stati insofferenti delle restrizioni, tanto che adesso si muovono senza autocontrollo e con una certa irresponsabilità? Forse è vero che le situazioni drammatiche fanno venire allo scoperto il meglio o il peggio della nostra umanità, l’altruismo o l’egoismo, l’indifferenza o la cura per il prossimo. Noi cristiani sappiamo però che là dove c’è solidarietà, compassione sincera e aiuto al fratello, lì c’è l’amore di Dio in azione. Ecco la sua risposta alla malattia e ai mali del mondo! Ecco il suo miracolo: la carità, suscitata in noi dall’azione misteriosa del suo Spirito. Anche la limitazione temporanea delle celebrazioni che si sono svolte, ma senza la partecipazione del popolo per evitare raggruppamenti e diffusione di un virus che ancora non conosciamo e non sappiamo debellare, ha generato proteste da parte di alcuni, ma anche una reazione positiva delle nostre famiglie e delle comunità cristiane. C’è stata la riscoperta della “chiesa domestica”, luogo primitivo della Chiesa nascente, della Liturgia delle ore in famiglia, della preghiera insieme, e per di più le nuove modalità di trasmissione di celebrazioni e di catechesi, ci hanno aperto altre vie, che ci saranno utili anche in futuro. Ci è mancata tanto l’eucaristia della domenica, ma non si è interrotto il dialogo che ci salva, con il Signore. Sono valori riscoperti da non dimenticare. Una seconda riflessione che abbiamo ascoltato è stata la messa in crisi della pretesa superiorità e assolutezza della scienza e dei suoi ricercatori. Abbiamo toccato con mano che ci sono emergenze naturali che l’umanità non è in grado si affrontare con rimedi risolutivi; che i poteri umani, come l’economia e la politica, la scienza e la tecnica sembrano giganti coi piedi di argilla, né onnipotenti, né onniscienti. La salvezza totale dell’umanità dai suoi tanti mali, andrà cercata altrove, anche se da cristiani e da cittadini dobbiamo usare tutti i mezzi e le capacità umane che il Signore ci ha dato per far progredire le scienze, la cultura, la civiltà. Però noi abbiamo in Gesù Cristo la vera risposta, nella sua morte e risurrezione che hanno dato l’avvio al rinnovamento del mondo. Non è iniziata l’apocalisse, c’è invece il Regno di Dio che sta crescendo pian piano, con l’umiltà e la forza del lievito che anche se poco fermenta tutta la pasta o del granellino di senape piccolissimo ma che col tempo diventa un albero. Una terza riflessione che ha toccato in profondità tutti, è stata il dilagare della morte, le immagini delle centinaia di bare e delle sepolture in fosse comuni, l’impossibilità dell’accompagnamento ai moribondi perché l’ultimo respiro non avvenisse nella solitudine. La morte è tornata a essere un fatto pubblico, facendo emergere paura e angosce. In questi giorni non riusciamo più a negarla e dimenticarla come facciamo di solito: le notizie e le immagini ci hanno ricordato che essa c’è nell’orizzonte di ciascuno di noi e non possiamo che accettarla e affrontarla. Qui noi cristiani abbiamo uno spazio importante per ri-annunciare la risurrezione di Gesù e la nostra. Per raccontare la speranza che ci sostiene di fronte a tutti i drammi dell’esistenza, perché sappiamo di avere un posto sicuro che ci è stato preparato dal Padre dei cieli, dove c’è una vita piena che ci aspetta, nella “domenica senza tramonto”. “Chi ci separerà dall’amore di Cristo?” Nemmeno la morte! Anche con questa fede nella vita eterna, però, non vogliamo fuggire dal presente. Perciò viviamo pienamente impegnati nella storia, in compagnia di tutti gli altri uomini, religiosi e non religiosi, per realizzare quei valori evangelici e umani che possono rinnovare la vita personale e sociale. Vogliamo costruire insieme con gli altri cittadini del mondo una civiltà della giustizia e della pace, nella verità e nella carità, nel rispetto della dignità di ogni uomo o donna, senza discriminazioni, una civiltà dell’amore che è preparazione al Regno dei cieli che verrà. Un’altra riflessione mi ha colpito. Quando sono state limitate le cerimonie pubbliche, “civili e religiose” – di tutte le religioni – alcuni hanno lamentato la violazione della libertà religiosa, dell’autonomia della Chiesa e dello stesso Concordato che le riconosce il diritto al “pubblico esercizio del culto” (art. 2). Si è richiamato il detto di Gesù: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». E i principi, presenti nella Costituzione e nel Concordato, di indipendenza, autonomia e collaborazione tra Chiesa e Stato. È vero che quando si sono riaperte alcune attività e esercizi pubblici, anche noi vescovi abbiamo chiesto con forza che fosse riaperto il culto pubblico, seppure con le cautele e le limitazioni previste – che stiamo osservando, mi pare, in modo esemplare. Ma cos’è la libertà religiosa? 1 Non è solo la libertà della Chiesa e la libertà di culto pubblico per i cattolici. Il Concilio vaticano II (nella Dignitatis humanae), ha fondato sulla dignità umana il diritto di ciascuno e di ogni tipo di comunità religiosa a non essere costretti né dallo Stato, né da altri, a professare una religione o a rinnegarla, condannando quindi sia l’abuso delle religioni che si servono dello Stato, nelle teocrazie, sia l’abuso degli Stati che impongono una religione o le perseguitano tutte. “Dio chiama a sé ogni uomo, ma non costringe nessuno. Pertanto, questa libertà diventa un diritto fondamentale che l’uomo può rivendicare in coscienza e responsabilità nei confronti dello Stato”, – ha detto la Commissione teologica internazionale nel recente documento: “La libertà religiosa per il bene di tutti” (29 aprile 2019). Con questo principio concorda anche la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo 2 . Nell’importantissima dichiarazione sulla fratellanza umana, firmata da papa Francesco e dal grande imam di Al-Azahr (4 febbraio 2019), si dice che la «Sapienza divina è l’origine da cui deriva il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi. Per questo si condanna il fatto di costringere la gente ad aderire a una certa religione o a una certa cultura, come pure di imporre uno stile di civiltà che gli altri non accettano». Questa affermazione non vuole avvallare l’indifferentismo religioso, ma vuole permettere alla coscienza di ciascuno di cercare la verità, che resta un dovere, e di assumerla liberamente e progressivamente, per convinzione non per costrizione. Certo sono cambiate molte cose in questi anni del dopo Concilio. Diverso è il rapporto tra molti Stati e le religioni, soprattutto in oriente; è cresciuto un nuovo fondamentalismo soprattutto nei paesi islamici e induisti; le persecuzioni verso i cristiani non sono mai state così diffuse. Anche la pretesa neutralità delle società liberali, democratiche e pluraliste si è rivelata spesso un mezzo per ridurre il contributo positivo delle religioni storiche alla costruzione di una società aperta anche ai valori trascendenti morali e religiosi. Inoltre all’opposto – nonostante la secolarizzazione e la tentata riduzione delle religioni nel privato – si sta prendendo atto della persistenza dei culti e delle credenze religiose sui costumi dei popoli, che chi governa non riesce e non riuscirà a cancellare… Per questo tutti i Papi da Paolo VI, a Giovanni Paolo II fino a Benedetto XVI e Francesco hanno aggiornato il pensiero della Chiesa sulla libertà religiosa, che è uno degli aspetti più rilevanti per il rapporto tra i credenti di tutte le fedi e i cittadini di altre appartenenze, tra Stato e Chiesa, e anche tra fede e politica. Benedetto XVI, per esempio, ha ripetuto che questo diritto è radicato nella dignità della persona umana in quanto essere spirituale, relazionale e aperto al trascendente. Non è riservato ai soli credenti ma a tutti. Esso è segno di civiltà politica e giuridica che garantisce la realizzazione di un autentico sviluppo umano integrale, perché promuove la giustizia, l’unità e la pace per la famiglia umana. Purtroppo, si registrano ancora forme equivoche come le sette o il fondamentalismo violento, discriminazioni religiose e manipolazioni ideologiche. Occorre, secondo Benedetto XVI, una laicità positiva delle istituzioni statali per promuovere l’educazione religiosa, «strada privilegiata per abilitare le nuove generazioni a riconoscere nell’altro il proprio fratello e la propria sorella». Per papa Francesco la libertà religiosa costituisce un prezioso dono di Dio per tutti. I governi devono difendere i diritti umani, come la libertà di coscienza e religiosa. Per questo motivo, papa Francesco porta una grande attenzione ai molti martiri del nostro tempo, vittime di persecuzioni e violenze per motivi religiosi, come anche di ideologie che escludono Dio dalla vita degli individui e delle comunità. Per lui, la religione autentica deve favorire un ambiente di collaborazione con tutti, nella determinazione di camminare insieme, di pregare insieme, di lavorare insieme, di aiutarci insieme per stabilire la pace. Mentre riaffermiamo anche noi il valore della libertà religiosa, per tutti e non solo per noi, chiediamo la Sapienza e gli altri doni dello Spirito, per conciliare le esigenze che nascono dai diritti fondamentali con quelle della tutela della salute fisica, psichica e morale di tutti. Ma anche per trovare le vie giuste e prudenti perché la dimensione religiosa sia rispettata e accolta da tutti, senza contrapporre Cesare e Dio, lo Stato e la Chiesa, ma mettendo al centro la persona umana con tutte le sue relazioni, compresa quella con Dio. “Dio dei padri e Signore di misericordia, che tutto hai creato con la tua parola, che con la tua sapienza hai formato l'uomo, perché domini sulle creature fatte da te, e governi il mondo con santità e giustizia e pronunzi giudizi con animo retto, dacci la sapienza, che siede in trono accanto a te perché ci assista e ci affianchi nella nostra fatica e sappiamo ciò che ti è gradito. Essa tutto conosce e tutto comprende, ci guiderà con prudenza nelle nostre azioni e ci proteggerà con la sua gloria.

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