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Cronaca

Omicidio Ballestri, al processo 'presenti' le scarpe rosse: i soldi di Cagnoni per combattere i femminicidi

Un posto vuoto proprio dietro al tavolo dell'accusa, con un cartello con scritto "riservato" e, ai piedi della sedia nell'aula del Tribunale, un paio di scarpe rosse

Un posto vuoto proprio dietro al tavolo dell'accusa, con un cartello con scritto "riservato" e, ai piedi della sedia nell'aula del Tribunale, un paio di scarpe rosse. E' il posto riservato alla vittima del processo, Giulia Ballestri, brutalmente assassinata il 16 settembre 2016 e per il quale omicidio venerdì è stato condannato all'ergastolo il marito Matteo Cagnoni, dermatologo ravennate dal quale Giulia si stava separando. Per il giorno tanto atteso, dopo un processo durato più di otto mesi, la Casa delle Donne di Ravenna aveva infatti lanciato un appello a donne e uomini: quello di presentarsi in aula con un paio di scarpe rosse o con un accessorio dello stesso colore, simbolo della lotta alla violenza sulle donne. E in tanti hanno raccolto l'invito, a partire dal nuovo compagno di Giulia, Stefano Bezzi, che è arrivato in aula con un nastrino rosso nel taschino della giacca; ma anche il pm Cristina D'Aniello, che durante la mattinata ha indossato una blusa rossa e ha appoggiato sul banco una scarpetta rossa ricamata ricevuta in dono poco prima.

Le associazioni contro la violenza sulle donne di Ravenna, Linea Rosa e Unione donne in Italia, si sono infatti costituite parte civile nel processo, insieme al Comune di Ravenna e all'associazione Dalla parte dei minori. L'avvocato del Comune Enrico Baldrati aveva chiesto un risarcimento di 50mila euro, mentre 70mila euro aveva richiesto l'avvocato Cristina Magnani di Linea Rosa. La richiesta di risarcimento da parte dell'avvocato dell'Unione donne in Italia Sonia Lama era pari a 60mila euro, infine 25mila gli euro richiesti dall'avvocato Antonella Monteleone di Dalla parte dei minori.

La Corte ha deciso che il Comune di Ravenna, che ha descritto l'omicidio come "un delitto che ha provocato raccapriccio nella comunità locale", verrà risarcito per 20mila euro, che verranno utilizzati per organizzare iniziative di prevenzione ed educazione contro la violenza sulle donne, come ha spiegato l'assessore Ouidad Bakkali presente in aula. A Linea Rosa, che nella richiesta di risarcimento ha spiegato come "servisse una sentenza politica per la comunità, perchè le sentenze hanno il potere di modificare il pensiero e l'agire delle persone", andranno invece 10mila euro, che l'associazione destinerà a un fondo volto alle cure delle vittime di violenza; così come 10mila euro andranno all'associazione Dalla Parte dei minori - è la prima volta che in Italia viene ammessa come parte civile un'associazione dedicata ai minori - che li destinerà a iniziative in materia di "orfani speciali" (come vengono indicati gli orfani di femminicidio), iniziative e conferenze per sensibilizzare anche i non addetti ai lavori, oltre a finanziare un progetto specifico di assistenza psicologica riservato proprio a questi orfani speciali.

"Una sentenza giusta che non ci induce all’esultanza, perché una giovane donna è stata uccisa, la sua vita annientata, i suoi tre figli rimasti orfani. Non esultiamo e non sottovalutiamo l’importanza di questa sentenza - spiegano invece da Unione Donne in Italia - Ci siamo costituite parte civile perché abbiamo da subito riconosciuto nell’orribile morte di Giulia la matrice fondante del femminicidio: non un raptus, l’impeto scatenato da un eccesso di follia, ma la lucida intenzionale volontà di sopprimere Giulia e con lei il suo desiderio di rifarsi una vita e di sottrarsi alla gabbia in cui si sentiva costretta. Ci siamo costituite perché in Giulia ci siamo riconosciute, noi donne della sua e di altre generazioni, di altre condizioni sociali e formazione culturale, perché quello che le è accaduto è quello che da tempo denunciamo: tante, troppe donne vengono uccise per mano maschile solo perché vogliono liberarsi da relazioni soffocanti e insopportabili e ad ucciderle sono uomini ricchi, colti e potenti come uomini poveri e ignoranti. I femminicidi non hanno confini, travalicano e superano le differenze di status, di condizione economica, di educazione, di religione, di territori. C’è un filo che li accomuna tutti, ben radicato nelle culture di tutto il mondo, che si chiama patriarcato e si manifesta con il suo potere anche dove stentiamo a riconoscerlo, nella quotidianità dei nostri giorni e delle nostre vite, assegnando a noi donne un ruolo ben preciso, quello di “stare al nostro posto”, perché l’altro posto è già occupato dall’autorità e dalla guida maschile. Guai a sottrarsi, aprire il conflitto può essere fatale. Siamo state contente che queste motivazioni siano state riconosciute e accolte. Ora aspettiamo di conoscere le motivazioni della sentenza emessa venerdì perché, al di là del merito giudiziario, ci interessa capire quanto della nostra critica radicale del sistema patriarcale arcaico che sta all’origine, sempre, dei femminicidi e di quello di Giulia in modo inequivocabile, sia stato recepito e accolto. Ci interessa perché è urgente che anche nel campo della giustizia, nelle aule dei tribunali si diffondano e vengano recepite nuove consapevolezze, si accolgano nuovi contenuti, adeguandovi l’uso delle parole e del linguaggio. E siamo soddisfatte che grazie a noi, alle altre parti civili e alla narrazione femminista di tutte le udienze del processo della nostra amica scrittrice Carla Baroncelli, nella aula della Corte di Assise di Ravenna si siano sentite le parole e i pensieri che tanto ci stanno a cuore, femminicidio e, soprattutto, la voce di Giulia, risuonata attraverso le parole straordinarie della pm D’Aniello. Destineremo, come già dichiarato, la somma del risarcimento ottenuto ai due progetti individuati: la pubblicazione e diffusione non solo a livello locale del libro che raccoglie le “ Ombre di una processo” di Carla perché pensiamo sia uno sguardo originale e significativo anche per altri processi, e i corsi indirizzati a studenti e docenti delle scuole di diversi ordini e gradi, per continuare il nostro lavoro di educazione alla parità fra i sessi, contro ogni forma di discriminazione per la prevenzione della violenza di genere".

Per quanto riguarda, infine, la famiglia di Giulia, difesa dall'avvocato Giovanni Scudellari, ai genitori della vittima andranno 500mila euro a testa, 150mila al fratello Guido e un milione di euro a testa per ogni figlio di Giulia e Matteo (in totale 3), oltre al pagamento delle spese processuali delle parti civili. Dovranno anche essere restituiti alla famiglia tutti i beni immobili sotto sequestro, nonchè le autovetture.

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