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Polemica sulla rimozione dei manifesti contro l'aborto: "Censura ideologica"

La Lega: "Oggi si rischia di essere etichettati e censurati per la sola 'colpa' di essere dalla parte della vita"

"Ci troviamo davanti ad una vera e propria censura ideologica perpetrata da parte della Giunta di sinistra di Ravenna, ormai divenuta sistematica in tante città del nostro Paese". Così i leghisti Andrea Liverani, consigliere regionale, e Gianfilippo Rolando, consigliere comunale di Ravenna, in merito alla decisione dell’amministrazione comunale ravennate di non affiggere i manifesti della campagna nazionale di Pro Vita e Famiglia sulla pillola Ru486.

"Il falso messaggio che sta passando - rimarcano gli esponenti- non è quello di Pro Vita come qualcuno cerca di far credere, semmai è quello mainstream che cerca di accelerare sempre di più il processo di desacralizzazione della vita umana e di banalizzazione dell'aborto, come se non si trattasse nemmeno più di un dramma. Ben venga invece il confronto, il dibattito affinché possa finalmente passare il messaggio che quella pillola non è affatto una caramella, non è innoqua e indolore e che l'aborto non è un metodo contraccettivo. Oggi si rischia di essere etichettati e censurati per la sola 'colpa' di essere dalla parte della vita. Questo la dice lunga su coloro che, almeno all'interno del nome del loro partito, si fanno chiamare 'democratici', quando poi, come in questo caso, sono i primi a negare quella libertà che tanto invocano tramite decisioni liberticide come quest'ultima presa nei contronti dei manifesti di Pro Vita e Famiglia".

"Il Partito Democratico, al posto di ostacolare in tutto il Paese la libertà di espressione e di pensiero di chi non la pensa come loro o di chi semplicemente non rispetta i parametri politicamente corretti del pensiero unico, dovrebbe pensare bene di trovare soluzioni alla drammatica crisi demografica che vive il nostro paese, dato che nascono sempre meno bambini. Ogni anno tocchiamo il minimo storico delle nascite dall'Unità d'Italia ad oggi - concludono - Si dedicassero ad approvare le politiche pro family e pro life per cercare di invertire questa tendenza, invece di respingerle sempre e comunque in modo ideologico".

Lista per Ravenna

"Essendo la rimozione all’insaputa della committenza, che aveva onorato tutti gli obblighi e i carichi propri, si tratta di una pagina disdicevole per la pubblica amministrazione a prescindere da qualsiasi dibattito politico sui contenuti - commenta invece il capogruppo di Lista per Ravenna Alvaro Ancisi - Prestando anche il fianco ad azioni giudiziarie in quanto operazione arbitraria, mi corre l’obbligo di chiedere spiegazione al sindaco dei suoi aspetti più paradossali. Il competente servizio del Comune di Ravenna aveva visionato la grafica e il messaggio dei manifesti. Non trovandovi evidentemente contenuti contrari ad alcuna normativa vigente, ha provveduto ad affiggerli. La successiva loro rimozione rappresenta quindi, in primo luogo, un comportamento contraddittorio. Casomai, essendo l’Italia uno stato di diritto, si sarebbe dovuto contestare alla committenza le supposte violazioni di legge, riconoscendole il diritto di esporre le proprie ragioni prima di qualsiasi azione a suo carico. Democrazia e basta, oltreché un elementare dovere d’ufficio. Esposizione anche ad azioni civili per il risarcimento del danno. La motivazione di tale decisione, indirizzata alla committenza solo a seguito di sua richiesta successiva alla pubblicizzazione del fatto, appare oggettivamente indebita, in quanto riferita alla violazione degli articoli 9 e 10 del Codice di Autodisciplina Pubblicitaria. Questi articoli si richiamano esplicitamente alla “comunicazione commerciale”, che tutela i consumatori dalle offerte pubblicitarie di prodotti da acquistare o in cui investire. Non è il caso in questione, trattandosi invece, in senso tecnico, di “comunicazione sociale”, destinata, condivisibile o no, alla generalità dei cittadini, regolata invece dall’art. 46 del Codice stesso. A questo proposito, l’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria riconosce indiscutibilmente (vedi Giurì, decisioni 84/2018 e 59/2019) che: “Un principio generale del nostro ordinamento ... garantisce alla comunicazione sociale e politica ampi margini di libertà, in ragione dell'esigenza di tutela della libertà di espressione del pensiero, in Italia anche costituzionalmente garantito. Analoga garanzia costituzionale non esiste per la comunicazione commerciale [...]”, tra l’altro non essendo la comunicazione sociale neppure sottoposta al “principio di veridicità”. Nella decisione ha avuto ruolo e influenza, per affermazione del servizio Entrate, anche il Comune, inteso esplicitamente come dirigenza politica, essendo avvenuta dietro richiesta di “tempestiva rimozione dei manifesti comparsi in città in queste ore”, firmata da Ouidad Bakkali come “Assessora alle politiche e cultura di genere”, in veste dunque, nella materia in oggetto, di sindaco facente funzioni. Tutto ciò può essere facilmente impugnato come violazione di un principio cardine della pubblica amministrazione italiana che attribuisce assoluta autonomia alla dirigenza tecnica da quella politica nella gestione dei servizi o attività che le sono dati in carico (vedi, in particolare l’art. 107 del Testo Unico che regola tra l’altro i Comuni). Democrazia e basta anche questa".

L'associazione Pro Vita e Famiglia

"Un sopruso indegno di una società democratica, ancor più se si pensa che silenziare un fatto non lo rende meno reale - attacca l'associazione responsabile della diffusione dei manifesti - E occultare i dati sulla RU486 non impedirà che questa pillola continui a causare emorragie, gravidanze extra-uterine, infezioni, setticemie, distruzione del sistema immunitario, depressione e anche la morte. Ravenna, però, non intende subire passivamente questa ingiustizia. Per questo, al Comune è stata appena notificata una diffida attraverso l’avvocato Francesco Minutillo contro la censura, per le ipotesi di reato di abuso d’ufficio in atti di discriminazione politica e condotte diffamatorie da parte dell’assessore Ouidad Bakkali e dei funzionari amministrativi e politici del Comune di Ravenna coinvolti nell’incredibile vicenda: intimando allo stesso Comune di riaffiggere immediatamente i manifesti. Si rassegnino, dunque, coloro che pensavano di metterci a tacere facendo strame dell’art. 21 della Costituzione della Repubblica: che tutela la libertà di opinione, non quella di pensarla come vuole il pensiero unico. Un intero popolo si sta alzando in piedi per gridare la propria indignazione e far sentire la propria voce. E la verità è più forte di qualsiasi bavaglio".

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