Polemiche sui gorilla del Tribunale: "Arte strumentalizzata a fini politici". La replica: "Attacco spropositato"

Continua a far discutere la segnalazione dell'architetto di Lista per Ravenna Angelo Barboni, che ha sollevato alcune critiche sui famosi gorilla posti "a guardia" del Tribunale di Ravenna

Continua a far discutere la segnalazione dell'architetto di Lista per Ravenna Angelo Barboni che, nei giorni scorsi, ha sollevato alcune critiche sui famosi gorilla dell'artista Davide Rivalta posti "a guardia" del Tribunale di Ravenna, nella grande hall a cielo aperto. Barboni ha spiegato di trovare "agghiacciante questa ubicazione, per il luogo in sé e per come queste figure incombono su chi, per propria necessità o su chiamata, si presenta all’ingresso del palazzo di Giustizia. La constatazione che tutto l’insieme angoscia anche i bambini non è gratuita. Io stesso ho visto dei piccoli spaventarsi e piangere in braccio alla madre, che camminava in fretta e a testa bassa per schivare le figure minacciose (...) Non tanto imponenti quanto minacciosi, espressione di forza bruta che schiaccia e annulla il povero avventore della giustizia umana".

"Troppo spesso capita che l’arte pubblica venga strumentalizzata a fini politici e si faccia demagogia a basso costo - commenta Alessandra Carini, curatrice e gallerista di Mag Magazzeeno art gallery, insieme a Nicola Montalbini, pittore e guida turistica - Il sonno della ragione genera mostri, ma il nebbione della palude è capace di cose ben peggiori! Per fortuna il '900 ci ha regalato la più grande lezione della storia dell’arte, ossia che il valore di un’opera non è né assoluto, né tantomeno riconducibile a una forma estetica rassicurante, ma piuttosto la sua decontestualizzazione e il turbamento che ne deriva gioca un ruolo fondamentale nella comprensione dell’opera stessa. Non più quindi arte da salotto, ma un 'black mirror' che riflette la complessità del nostro tempo. I gorilla in questione sono sì fuori contesto, ma è proprio per questo che l’opera funziona, raggiungendo gli intenti dell’artista: “Ho voluto dare forma a sentimenti intensi, a volte brutali, che vivono in chi attraversa un tribunale”. Come spiega bene anche la Procura di Ravenna, “l’efficacia dell’opera si percepisce tra l’austerità immobile propria di un Palazzo di Giustizia e l’energia primordiale delle sculture”. Il turbamento che scaturisce dall’arte contemporanea ancora una volta scuote la retorica e il perbenismo. Il Tribunale, palestra di avvocati retori moderni, diviene così l’arena di un’idea primitiva. Una ronda nera di sagome antiche e scimmiesche che solo superficialmente incarnano una minaccia e in verità sono l’effigie delle bestie più mansuete, comunitarie e compassionevoli del Pianeta. Più antiche di noi e così sinistramente simili come a dire “ricordatevi che da là veniamo”".

"Troviamo becero e fuori luogo che le opere d’arte vengano mortificate e continuamente strumentalizzate come slogan elettorali - proseguono i due - La compassionevole madre che fugge proteggendo la prole dall’ombra del mostro contemporaneo sembra essere una facile esca per semplicistici giudizi espressi da persone non competenti in materia. Ma in questo tempo di rigurgiti polverosi, il politicamente corretto torna a esalare il suo alito fetido: dovremmo così andare indietro nel tempo e ornare di nuovo i Palazzi di Giustizia con colossali signore algide reggi-bilancia dal sapore antico, decrepite e monolitiche come il vecchiume che si portano dietro?".

"Un attacco politico spropositato e offensivo a Barboni - replica il capogruppo di Lista per Ravenna Alvaro Ancisi - Intanto non è vero che Barboni abbia parlato “a nome della formazione politica di Alvaro Ancisi”, se mai firmandosi come aderente di Lista per Ravenna perché in Italia si può. Ma soprattutto perché non ha espresso alcuna posizione politica, come dimostra il fatto che lo scritto era stato inviato da Lista per Ravenna con questa premessa: “L’architetto designer Angelo Barboni esamina in controluce, da oggi e all’occasione, alcune evidenze artistiche della nostra città”, senza che questo impegni dunque politicamente la lista, ma come esercizio di un diritto di tribuna. La qualifica di architetto rappresenta la  professionalità competente a esprimere un giudizio critico del genere non meno di una “curatrice e gallerista” e di  un “pittore e guida turistica”. “Non ho scritto un comunicato, anche se è stato trattato come tale - commenta Barboni - Non ho avanzato nessuna ‘posizione’ politica. Tanto meno ho mal giudicato i gorilla artistici in questione, anzi. Ancor meno ho chiesto di trasferirli visto che sono lì da 18 anni. Ho semplicemente espresso, presentandomi come architetto designer quale sono, un giudizio critico sulla loro collocazione, nonché sull’architettura seriale in un contesto urbano come quello di Ravenna in cui il Palazzo di Giustizia è situato. Si può condividere o no, ma sullo stesso piano di un giudizio architettonico. È innegabile vedere nei giganteschi gorilla di Davide Rivalta, posti a guardia del Tribunale di Ravenna nella sua grande hall a cielo aperto, delle realizzazioni artistiche notevoli. Ciò che lascia perplessi è il contesto. Sicuramente, una Biennale d’Arte, una piazza d’ armi o un parco, dove si trovano in effetti massicci animali scolpiti dal medesimo artista bolognese, li avrebbe valorizzati a dovere. I Tribunali progettati da Pier Luigi Spadolini in tante città Italiane sono tutti identici. Fratello di Giovanni, più volte ministro e capo del governo italiano nell’arco di un decennio, questo architetto è stato mio insegnante, a Firenze, di architettura prefabbricata. A mio avviso, l’architettura seriale applicata in molte città d’Italia è servita però a renderne più squallide le indifferenziate periferie. Ravenna, coi suoi infiniti anelli utili solo alla costruzione di ingressi a dei supermercati, non sfugge a questa logica, che distrugge l’individualità e unicità delle attività d’impresa della città, rendendola alla fine sempre più simile ad un osso buco. L’architettura seriale ha prodotto anche edifici grigi e tristi come questi “nuovi” Tribunali, già inquietanti per i loro labirinti interni privi di ogni logica e razionalità, che disorganizzano le entrate e producono involontariamente la dislocazione disomogenea di tutti gli uffici e servizi dell’attività giudiziaria. In questi casi, l’architettura razionalista raggiunge esattamente lo scopo opposto. Ed ecco, come tocco finale di un incubo, gli enormi gorilla di bronzo di un artista italiano famoso nel mondo per rendere l’essenza agli animali che riproduce a grandezza naturale. Qui, li ha però creati non tanto imponenti quanto minacciosi, espressione di forza bruta che schiaccia e annulla il povero avventore della giustizia umana". "Su un giudizio critico si può non essere d’accordo ed esprimerne uno anche del tutto contrario - conclude Ancisi - Offendere a man bassa chi la pensa diversamente, oltretutto a ragione non veduta, è invece disonestà intellettuale".

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