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Omicidio Ballestri, la Suprema Corte conferma: ergastolo per Matteo Cagnoni

La Corte di Cassazione ha confermato definitivamente la sentenza di primo grado e quella d'appello del processo a Matteo Cagnoni per il brutale omicidio della moglie Giulia Ballestri

Carcere a vita confermato. La Corte di Cassazione ha confermato definitivamente la sentenza di primo grado e quella d'appello del processo a Matteo Cagnoni per il brutale omicidio della moglie Giulia Ballestri, avvenuto il 16 settembre 2016 nella loro villa di via Padre Genocchi. La sentenza della Suprema Corte è arrivata mercoledì pomeriggio poco dopo le 19. Confermate anche le aggravanti di crudeltà e premeditazione.

Il Procuratore generale della Cassazione aveva chiesto la conferma della sentenza di ergastolo per l'imputato. I legali di Cagnoni - l'avvocato già presente in Appello Gabriele Bordoni e la 'new entry' Pierfrancesco Zecca di Bari - avevano chiesto invece che venisse riconsiderata la perizia psichiatrica per l'imputato, la stessa perizia che gli era già stata rifiutata dalla Corte d'appello. La difesa ha cambiato strategia rispetto al primo grado, cercando di convincere gli ermellini del fatto che Cagnoni non era in sè nel momento dell'efferato omicidio.

Poche settimane fa era stato disposto il risarcimento riconosciuto nel secondo grado di giudizio alle parti civili del Comune e delle associazioni Udi Unione donne in Italia, Dalla parte dei minori e Linea Rosa, oltre a quello nei confronti della famiglia Ballestri e dei figli di Giulia, per un totale di circa 4 milioni. Cagnoni si trova ancora nel carcere di Ravenna, nonostante l'istituto penitentivo della città dei mosaici preveda la presenza di detenuti in attesa di giudizio o condannati a una pena non superiore ai 5 anni o con un residuo di pena inferiore ai 5 anni: casi ben diversi da quello di Cagnoni, condannato appunto all'ergastolo. Ora è probabile che verrà ricollocato in un'altra struttura. Diverse associazioni nel corso degli anni hanno chiesto che Cagnoni venisse spostato in un altro carcere, con anche vari cortei e sit-in organizzati fuori dal carcere di Port'Aurea.

Le richieste di accusa e difesa

Inizialmente il Giudice relatore ha ripercorso in breve l'andamento del processo e i punti essenziali sia della sentenza che dei motivi di ricorso. L'avvocato della famiglia Ballestri, Giovanni Scudellari, ha revocato la costituzione di parte civile, dal momento che il risarcimento alla famiglia è già stato pagato. Il Procuratore generale della Cassazione ha ribadito come la sentenza d'appello fosse ben motivata, spiegando che Cagnoni poteva sì, forse, soffrire di disturbi di personalità come tante altre persone, ma che fosse ben lontano da un disturbo tale da riconoscergli la capacità di intendere e di volere causalmente collegata a un omicidio così efferato. Anche le aggravanti, per il Procuratore, sono state giustificate in modo puntuale dalla Corte d'Appello e dal Giudice di primo grado.

La difesa di Cagnoni si è invece basata sul principio - per il quale c'è già giurisprudenza - che il giudice, non essendo un esperto in psichiatria, quando si trova di fronte a elementi che possano anche solo lontanamente far presupporre che ci sia un probabile vizio anche parziale deve fermarsi e affidarsi a un esperto, perchè non ha gli strumenti adeguati per rispondere al problema. La difesa definisce "stravagante" il comportamento di Cagnoni, che fugge, per uccidere usa strumenti che non sono strumenti di crudeltà "classici", ma che si ritrova lì per caso nell'impeto di rabbia: questo per la difesa non sarebbe segno di crudeltà, ma atteggiamenti che denotano che in quei giorni Cagnoni fosse in uno stato mentale che gli avrebbe in qualche modo condizionato l'agire. Ma gli ermellini hanno rigettato la necessità di una perizia, confermando invece il carcere a vita.

Le motivazioni della sentenza d'Appello

La Corte d'Assise d'Appello, nelle motivazioni della sentenza, aveva scritto che "il quadro indiziario è talmente grave e univoco che non possono sussistere di fatto reali dubbi sulla prova piena della responsabilità dell'imputato". "Non accetta la perdita del potere su di lei. Lo stereotipo culturale alla base della cosiddetta violenza di genere (...) appare permeare il sentire dell'imputato. (...) A più di tre anni di distanza dall'omicidio, l'imputato non è riuscito a proferire una sola parola di pentimento. (...) Tale violenza di genere, sia di carattere fisico che psicologico, deve essere considerata come una forma di violenza specifica, che colpisce la donna nella sua identità di genere: cioè proprio in quanto donna e all'interno di un discorso di progressiva sopraffazione instaurato nel contesto di una relazione di prossimità con l'autore, uomo, del reato. (...) Non pare a questa corte, di fronte alla assoluta ferocia della condotta posta in essere verso la coniuge e indirettamente verso i propri figli, privati della madre in giovanissima età, e alla mancanza assoluta di pentimento e di revisione critica del proprio crudele comportamento, che le richieste attenuanti generiche possano in definitiva essere in alcun modo concesse. (...) La scelta di un mezzo di inflizione di sicure sofferenze quale un randello (...) è indice di raccapricciante cinismo e particolare crudeltà. (...) E indice di efferatezza e mancanza di pietas è anche la spoliazione della vittima, compiuta all'evidente e unico fine di infliggerle un'ultima umiliazione e posta in essere quando la donna era ancora viva. (...) Il disturbo di personalità (nel caso di specie narcisistico) non ha comportato una valutazione di incapacità patologica; si ritiene che lo stesso (...) non possa fondare di per se stesso la concessione delle attenuanti generiche, che rimangono ancorate alla gravità del fatto. (...) Una disarmonia della personalità legata all'indole del soggetto che non può ritenersi abbia condotto a una compromissione della coscienza tale da aver reso l'individuo estraneo a se stesso".

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