Martedì, 18 Maggio 2021

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“Quella dolce terra”, il video realizzato da Ravenna per celebrare Dante

Attraverso la bellezza dell’ambiente e dei monumenti ravennati, si mostra il rapporto del sommo poeta con la città, tessendo un racconto corale sviluppato da cinque voci, diverse ma legate tra loro dalla forza della poesia

Lanciato in anteprima sui canali social di Ravenna per Dante e del Comune di Ravenna con il titolo “Quella dolce terra”, che è una delle definizioni della nostra Romagna che Dante ci regala, in questo caso nel canto XXVII dell’Inferno: Dante e Ravenna sotto uno stesso cielo, come un abbraccio. Due storie legate in maniera indissolubile. Attraverso la bellezza dell’ambiente e dei monumenti ravennati, si mostra il rapporto di Dante con la città, tessendo un racconto corale sviluppato da cinque voci, diverse ma legate tra loro dalla forza della poesia, di fronte alla quale il grande attore e la grande attrice recano in sé la medesima commozione della cittadina, come dei turisti che si trovino nel cuore all’improvviso il desiderio di dire quei versi nella propria lingua, perché Dante è di tutti e non importa né l’età, né la provenienza per lasciarsi attrarre nel suo mondo..

Apre la narrazione Elio Germano con la sua interpretazione dell’ultimo canto del Paradiso, realizzata in occasione dell’evento inaugurale delle celebrazioni grazie alla commissione di Ravenna Festival, seguono i versi del I canto del Paradiso recitati da Ermanna Montanari per un progetto internazionale condotto da Comune di Ravenna e MAECI, Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, che ha portato alla realizzazione di un audiolibro sulla Divina Commedia, tradotto in 33 lingue.; l’evocazione di Piccarda è affidata a Fulvia di Pasquale in lingua inglese (Paradiso III, 121-130) e la memoria che nell’Inferno viene fatta di Ravenna da parte di Guido del Duca a Paul Bompart in lingua francese (Inferno XXVII, 40-42); infine Nadia Galli legge i celebri versi di Francesca Da Polenta (Inferno V, 97-102) e il piccolo Arturo Bompart conclude con uno dei finali più celebri della letteratura di tutti i tempi (Inferno XXXIV, 139).

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