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Ravenna capitale dantesca, una folla per la 698esima celebrazione della morte del sommo poeta

Per la tradizionale offerta dell'olio al sepolcro si sono ritrovati 35 tra sindaci e amministratori, provenienti da 31 città

In vista dei settecento anni dalla morte di Dante (1321-2021), l’annuale cerimonia dell’offerta dell’olio al sepolcro di Dante a Ravenna ha richiamato migliaia di persone. Quella del 2019, la 698esima, è stata anche una sorta di prova generale in attesa dell'importante appuntamento del 2021. A Ravenna si sono ritrovati 35 tra sindaci e amministratori, provenienti da 31 città. Tra i partecipanti si segnalano Maria Ida Gaeta, segretario generale del Comitato nazionale dantesco, l’assessore regionale al Turismo Andrea Corsini, il sindaco di Firenze Dario Nardella, la presidente della commissione Cultura del Comune di Verona Daniela Drudi, l’assessore alla Cultura del Comune di Perugia Leonardo Varasano, rappresentanti di quasi tutti i Comuni dell’Emilia Romagna.

Nella sua omelia il 

Cardinal Giuseppe Betori, Arcivescovo di Firenze, ha ricordato come "La riflessione sapienziale del tardo giudaismo, sotto l’influsso del pensiero greco, attribuisce alla componente corporea della persona umana, alla materia, la responsabilità del limite conoscitivo ed emozionale dell’uomo. Il pensiero contemporaneo condivide, per alcuni aspetti, questo pessimismo – seppure non lo leghi alla dimensione corporea, che viene piuttosto esaltata a scapito dello spirito –, distaccandosi in ciò dalle « magnifiche sorti e progressive» del « secol superbo e sciocco» da cui metteva in guardia già Giacomo Leopardi ( La Ginestra). La presa di distanza dall’ottimismo illuminista ci rende sì vicini al sentimento del poeta, in particolare dopo le tragedie dell’umano che hanno segnato di orrore e di sangue il secolo breve, ma l’autore sacro ci aiuta a sfuggire gli esiti nichilistici che accompagnano il disincanto, cioè le predizioni sulla fine della storia come pure gli inviti a circoscrivere gli orizzonti sui piaceri immediati. Il limite dell’uomo sta nel non riuscire da sé ad aprirsi a una trascendenza che è nelle sue attese ma non nelle sue proprie possibilità".

IL VIDEO DELLE CELEBRAZIONI

Citando Dante «Matto è chi spera che nostra ragione, possa trascorrer la infinita via, che tiene una sustanza in tre persone. State contenti, umana gente, al quia; ché se potuto aveste veder tutto, mestier non era parturir Maria» il Cardinal Betori ha spiegato che "Un limite, quello creaturale, a cui pone rimedio Dio stesso, rivelandosi, comunicandosi, entrando in dialogo con l’umanità, come insegna il poeta, rinviando all’incarnazione del Figlio di Dio, e come suggerisce il sapiente, che assapora il mistero del Verbo già nel dono della legge. Al limite dell’uomo Dio risponde con il dono di sé. C’è speranza per la nostra esistenza e la storia umana, ed essa riposa su un Dio che ci ama e non si nega all’umanità. La pagina del vangelo di Luca mette però in guardia di fronte a una possibile comprensione consolatoria di questo messaggio, perché il sapere sull’uomo e sul mondo che la parola di Dio comunica mediante il suo Figlio rompe gli schemi della nostra logica e chiede una presa di posizione circa la vita, che viene a confliggere con il pensiero diffuso e con gli stessi traguardi istintivi della persona, quelli del possesso anzitutto ma anche quelli degli affetti".

"Il Dio della rivelazione ebraico-cristiana è « un Dio geloso» ( Es 20,5): egli chiede un’adesione che non ammette parzialità o condivisioni. Egli è il tutto e chiede tutto, perché è così, nell’affidamento totale a lui che tutto in lui assume un volto nuovo. È una pretesa così radicale che non può essere raccolta con superficialità. Di qui l’invito di Gesù a misurarsi con ciò che significa accogliere il suo invito a seguirlo. Le immagini della torre da costruire e della guerra da intraprendere sono un severo ammonimento a chi crede di poter accogliere Gesù e seguirlo senza pagare un prezzo.Il primo prezzo da pagare è quello della rinuncia ai beni materiali come ciò su cui erigere le proprie sicurezze, meglio ancora ciò con cui elevare le barriere che ci separano dagli altri, visti come concorrenti che ci sottrarrebbero qualcosa nella condivisione, come un pericolo per il nostro egoismo. Lo stesso egoismo è quanto inficia normalmente i nostri affetti, rendendoli assai poco puri nel dono di sé e invece piuttosto dominati dall’istinto di possesso dell’altro come strumento di soddisfazione individuale. Ma al fondo, ci provoca Gesù, ciò che limita la nostra libertà è pensare alla vita come a un bene da difendere e non da donare, dimenticando che questa vita si scontra con un limite umanamente insuperabile che è la morte. Ciò che abbiamo di più caro, di più nostro, che difendiamo in tutti i modi è ciò che sicuramente perderemo. E, ci avverte Gesù, ci sono due modi di perdere la vita: lasciando che essa ci sfugga o donandola. Il secondo modo, il dono, è quello che ci ha mostrato il Figlio di Dio, perché reciprocità di dono è il mistero stesso delle tre persone nell’unico Dio, come lo canta il nostro sommo poeta: «Ne la profonda e chiara sussistenza
de l’alto lume parvermi tre giri, di tre colori e d’una contenenza; e l’un da l’altro come iri da iri, parea reflesso, e ’l terzo parea foco, che quinci e quindi igualmente si spiri»".

"La sapienza di Gesù rompe gli schemi di questo mondo e ci insegna a guardare alla vita in modo nuovo, quello di Dio, in cui il limite dell’uomo è sanato dalla sua grazia, dal suo amore. Uno sguardo che permette anche di entrare nelle contraddittorie vicende sociali per trovare uno spazio di umanità anche là dove le costrizioni delle leggi umane e delle condizioni economiche sembrerebbero negarlo, come nello stato di schiavitù descritto nel testo paolino. A Filemone è chiesto qualcosa di più che la rottura di un vincolo di schiavitù con cui, secondo le strutture economiche del tempo, veniva garantito alla sua impresa il lavoro di Onesimo. Accogliere lo schiavo, Onemsimo, come fratello in Cristo ribalta di fatto ogni separazione di classe sociale, ogni possibile sfruttamento dell’uomo sull’uomo, per chiedere a tutti di guardare agli altri, quale che sia la loro condizione, come a fratelli, figli di un unico Padre. Ripensare il mondo alla luce del principio dell’amore fraterno nega ogni sfruttamento oggi, e pone le premesse di un radicale cambiamento degli assetti sociali. Così sarà per la schiavitù nel mondo antico, svuotata progressivamente dall’esperienza della fraternità, in cui all’altro viene riconosciuta piena dignità. In tal senso il Vangelo si fa seme di un mondo nuovo e promotore di giustizia nel mondo. Non quella che scaturisce da astratti egualitarismi, ma quella che nasce dalla consapevolezza di avere tutti un Padre, da cui possiamo trarre un amore capace di cambiare il mondo."

"In questo ci illumina e orienta l’opera di Dante - ha concluso il cardinale - che Papa Francesco ha definito « profeta di speranza, annunciatore della possibilità del riscatto, della liberazione, del cambiamento profondo di ogni uomo e donna, di tutta l’umanità. Egli ci invita ancora una volta a ritrovare il senso perduto o offuscato del nostro percorso umano e a sperare di rivedere l’orizzonte luminoso in cui brilla in pienezza la dignità della persona umana» ( Messaggio al Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura in occasione delle celebrazioni del 750° anniversario della nascita di Dante Alighieri, 4 maggio 2015). Sono parole che si pongono nella scia dell’insegnamento dei Pontefici sul magistero di Dante Alighieri, in particolare della profonda lettura che dell’opera dantesca ha fatto il Santo Papa Paolo VI nella Lettera apostolica Altissimi cantus, di cui merita qui ricordare un significativo passaggio: « Il fine della Divina Commedia è anzitutto pratico ed è volto a trasformare e a convertire. Essa in realtà non si propone solo di essere poeticamente bella e moralmente buona, ma soprattutto di cambiare radicalmente l’uomo e di condurlo dal disordine alla sapienza, dal peccato alla santità, dalle sofferenze alla felicità, dalla considerazione terrificante dei luoghi infernali alle beatitudini del Paradiso» ( Lettera apostolica Altissimi cantus nel settimo centenario della nascita di Dante Alighieri, 7 dicembre 1965, n. 18). Parole che ci orientano in questi giorni di così difficile lettura del cammino da aprire innanzi a noi, nella vita di ciascuno e nel Paese. Parole che ci ricordano come la dimensione della trascendenza sia un parametro irrinunciabile per ricostruire un volto autentico dell’umano, anche oggi, anche in questa nostra Italia. Non per nulla Thomas S. Eliot, contro le interpretazioni dantesche che inducevano a separare poesia e pensiero, affermava che Dante scrive la Commedia perché « convinto di aver fatto esperienze importanti» ( Il bosco sacro), cioè come un uomo che, presa sul serio la propria esperienza, non fugge di fronte al pericolo, al rischio di vivere, all’interrogativo che la vita porta con sé – per Dante la morte di Beatrice –, ma vi si getta dentro, si incammina nella « selva oscura» ( Inf. I, 2), e, attraverso il confronto con i testimoni della storia – da ultima Beatrice, che nel gesto delle mani chiuse in preghiera ( Par XXXIII, 38-39) sancisce l’“amen”, il “sì” al proprio destino –, recupera un orizzonte alla vita, fino a cogliere il senso del tutto nel volto di Cristo. A questo progetto di piena umanità siamo oggi richiamati; sollecitati ad assumere fino in fondo la sfida che è la vita, senza lasciarci catturare dalla seduzione soporifera delle cose e dalla presunzione dell’autosufficienza, riconoscendo nel rischio della vita e nell’altro, che lo incarna, il solo futuro possibile. Il compito che ci attende va oltre una riforma sociale, o, meglio, giunge a questa attraverso una critica della cultura dominante, per trovare orientamenti certi a una riforma della vita di ciascuno, a un recupero personale e comunitario dell’umano, collocato su orizzonti di umiltà, condivisione, solidarietà, incontro, dedizione, trascendenza; « puro e disposto a salire a le stelle»".

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